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Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Settembre 2001 Pag. 9 Simonetta Figuccia


Simonetta Figuccia

 SCHEDE 

TERAPIA DEL GIOCO E PSICOANALISI INFANTILE

"Nel gioco i bambini riproducono simbolicamente fantasie, desideri, esperienze, e nel farlo si servono dello stesso linguaggio e della stessa forma di espressione arcaica e filogeneticamente acquisita che ci è ben nota nei sogni."

La terapia analitica infantile, come oggi la intendiamo, è cosa recente; infatti ai tempi di Freud i metodi di terapia analitica infantile non si differenziavano da quelli rivolti agli adulti.
Il contributo freudiano all'analisi dei bambini trova la sua più grande applicazione nel trattamento di un bambino di cinque anni, agorafobico, meglio conosciuto come "il caso del piccolo Hans".
Freud lavorò a questo caso dapprima indirettamente, in una sorta di supervisione al padre del piccolo, che con grande amore e attenzione paterna annotava i discorsi, i sogni, i giochi, i disegni e le fantasie del figlio, per poi discuterle ed analizzarle col Dottor Freud (1905).
Si tratta di un importante contributo, in quanto Freud dimostra che i contenuti inconsci possono essere portati alla coscienza dal bambino con benefici effetti terapeutici.
Freud analizzò il bimbo facendo in modo di lasciar emergere il complesso edipico, con il risultato della scomparsa della nevrosi del piccolo.
Nonostante questi inizi positivi nel sottoporre all'analisi i bambini, si ponevano molti interrogativi, non solo relativi all' applicazione della tecnica psicoanalitica, ma anche problemi morali, relativi alla legittimità di turbare "l'innocenza infantile".
Gli interrogativi partivano dal fatto che gli adulti ricorrono all'analisi spinti dal malessere, mentre al tempo si riteneva che i bambini non avessero il senso della malattia e non sentissero il bisogno di essere aiutati.
Nel 1920 Freud, osservando il gioco del nipotino Hernst (il gioco del rocchetto), arriva a formulare ulteriori riflessioni sul gioco come strumento trasformativo e dunque evolutivo per il bambino.
Il bambino teneva un rocchetto legato ad un filo, lo gettava oltre la spalliera del lettino fino a farlo sparire, per poi ritiralo a sé esultando.
Il rocchetto, secondo il maestro della psicoanalisi, mostra la possibilità per il bambino di riparazione, e quindi di trasformare un'esperienza dolorosa e frustrante (come l'assenza della madre), in un'esperienza controllabile, che gli permette di reggere la separazione e la solitudine.
Freud deduce che, attraverso il gioco, il bambino può ripetere le esperienze dolorose ed elaborarle, attivando la capacità di fruire di questa riparazione immaginaria che gli permette di superare la difficoltà.
Il discorso sul gioco, iniziato da Freud, trova il suo sviluppo decisivo quando Melania Klein, di lì a poco, inizia ad osservare direttamente il gioco dei bambini da un punto di vista psicoanalitico, modificando radicalmente la tecnica e rivisitando i concetti teorici. M. Klein ebbe una grande illuminazione: quale tortura peggiore che tenere fermo un bambino sul lettino a fare libere associazioni!
Klein inizia ad interpretare non solo le parole, ma soprattutto le attività dei bambini, intuendo che il modo naturale di esprimersi per un bambino è il gioco, ed è quindi l'adulto che deve mettersi in comunicazione tramite questo linguaggio.
Il gioco per il bambino non è mero passatempo spensierato, ma il lavoro fondamentale attraverso cui crescere ed alimentare pensiero simbolico, spazio mentale.
Attraverso il gioco non solo il bambino impara a dominare e padroneggiare il mondo esterno, ma domina e media l'angoscia di un mondo interno, elaborando conflitti e fantasie.
"Nel gioco i bambini riproducono simbolicamente fantasie, desideri, esperienze, e nel farlo si servono dello stesso linguaggio e della stessa forma di espressione arcaica e filogeneticamente acquisita che ci è ben nota nei sogni. Noi possiamo capire completamente ciò che i bambini esprimono con il gioco se lo affrontiamo col metodo elaborato da Freud per svelare i sogni." M. Klein sostiene che il gioco del bambino esprime le sue preoccupazioni, i suoi conflitti, le sue fantasie; inoltre, sebbene il bambino piccolo non abbia il senso della malattia, nella stessa percezione consapevole dell'adulto, ella è la prima a sostenere che i bambini soffrono di angosce opprimenti e sentono il bisogno di essere aiutati a decodificare tali vissuti.
Klein iniziò a elaborare una tecnica del gioco; analizzando bambini piccoli si accorse che per l'analisi infantile, non diversamente da quella dell'adulto, occorre uno scenario particolare, fuori dalla casa e lontano dalla famiglia del paziente.
Il setting iniziò a differenziarsi quando ella approntò una stanza particolare, la stanza del gioco, pensata specificamente in funzione del bambino.
Essa doveva contenere mobili semplici, un tavolino e una seggiolina per il bimbo e una sedia per l'analista, pareti e pavimenti lavabili: ogni bambino doveva disporre di una scatola di giocattoli che spaziavano da casette, figure maschili e femminili di varie forme e misure, animali domestici e selvatici, accessori per costruire e materiali per manipolare.
Il lavoro diretto con bambini, anche molto piccoli, fu centrale per Klein per studiare le angosce, sia consce che inconsce, che sconvolgono la quiete infantile e i conseguenti massicci meccanismi di difesa primitivi cui il bambino ricorre (come la scissione e l'identificazione proiettiva) a difesa da angosce di natura psicotica.
Se Freud, lavorando con la nevrosi degli adulti, scoprì il bambino rimosso, Klein, studiando i bambini, scoprì quanto era stato rimosso nel bambino, cioè il lattante.
Più o meno negli stessi anni in cui Klein sviluppava il suo pensiero in Europa, in seno alla società Psicoanalitica Britannica, all'interno della quale si sviluppò l'acceso dibattito con Anna Freud, anche oltreoceano si fecero sentire contributi rivoluzionari e innovativi.
Jung non sentì mai il bisogno di dare una veste unitaria alle proprie riflessioni sulla psiche infantile, sebbene già al tempo del "caso del piccolo Hans" si trovasse a dissentire dal suo maestro.
Nel 1913, al tempo della rottura con Freud, Jung era già ritornato sui temi scottanti che lo differenziavano da Freud relativi alla sessualità infantile, al complesso edipico e ai fattori eziologici nell'infanzia.
Nel 1927 Jung si esprime sul problema dell' attività archetipica del bambino, in occasione della pubblicazione del libro di una sua allieva, Frances Wickes, membro fondatore del Club di Psicologia Analitica di New York, testo oggi sorpassato ma che sviluppava temi allora rivoluzionari relativamente alla terapia infantile:
"La vita psichica del bambino, come quella dell'uomo primitivo è immersa nell'inconscio, ed in essa predominano le funzioni irrazionali, come la intuizione e la sensazione. Talora nei sogni dei bambini compaiono materiali psichici tipici dei popoli primitivi e per tale motivo, per comprendere i motivi dell'inconscio del bambino, non basta fare riferimento ai movimenti dell'inconscio personale, ma anche a quelli dell'inconscio collettivo".
I temi della identità inconscia e della partecipation mystique apriranno il campo, in ambito junghiano, ad autori come Neumann, Dora Kalff, Fordham e Zublin, che, pur apportando contributi teorici singolari e differenti all'interno del dibattito sulla terapia infantile (dal gioco della sabbia di Kalff all'uso del disegno di Fordham, alla ecletticità di Zublin), concorderanno tutti con Melania Klein, sulla insostituibilità del gioco, e sul valore di una terapia non solo verbale con i bambini.


Simonetta Figuccia


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