Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
Direttore : Dott. Ada Cortese
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| Settembre 2001 | Pag. 10° | Ada Cortese |

METODO
ECCENTRICITA' DELLE FOBIE
Vacuofobie, vegetofobie ed etofobie.
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Nel mio viaggio professionale e personale fatto soprattutto d'incontri essenziali con gli esseri umani, mi colpisce sempre la paradossalità del modo in cui l'Essere mostra le sue sofferenze umane.
Penso all'essenzialità non come a qualcosa di specifico ma come a quello che resta quando razionalità, parole, ruoli, emozioni, credenze, familiarità, vengono meno; quando invece di aggiungere inventando parole introvabili, si comincia a sottrarre, a svuotare la mente senziente da ogni contenuto e da ogni "pensato".
Là dove finiscono le parole esteriori ed interiori, là ci si può incontrare, anzi là ci riconosciamo uno, là conosciamo tutto senza conoscere nulla e tutto teniamo nelle mani senza nulla afferrare, là la pace, la bellezza, l'armonia, .... che tutti cerchiamo, là il paradosso della vita non sgomenta più.
Ebbene la maggior parte delle volte, ovvero nella maggior parte degli incontri analitici, l'anelito umano verso l'infinito si nasconde e diventa panico, ossessività, schizofrenia, fobie.
Stavolta ci soffermeremo sulla vacuofobia "horror vacui" o "paura del vuoto contenuto". Non paura, dunque, del vuoto aperto, ma del vuoto trattenuto in una forma che lo sottolinei, sottraendolo alla indifferenziazione dei grandi vuoti mentali, esistenziali, logistici. E ci soffermeremo anche sulla fobia contraria:
quella della forma o meglio della deformità.
Voglio parlare di una giovane donna che chiamerò qui Donatella. Fin dalla primissima infanzia Donatella prova "ribrezzo" per parecchie cose. Non le sovviene un termine diverso per definire il sentimento che prova: la sensazione è di accapponamento di pelle e prurito ovunque, soprattutto in testa.
Queste "cose" hanno sempre a che fare con protuberanze o buchi, tipo i buchi (crateri) della luna, i buchi del formaggio (gruviera), le radici delle piante, la barba delle cipolline da insalata, le protuberanze che vengono alle patate vecchie (germogli), i coralli, soprattutto quando sono ancora abitati dai polipi, le ventose dei polpi, le papille della lingua, i villi intestinali, i pori della pelle al microscopio.
Queste sensazioni erano molto forti da bambina fino a circa 13-14 anni, poi si sono attenuate: "Infatti potevo guardare i documentari sul mare senza scuoiarmi la testa". Donatella aborriva e aborrisce ogni deformazione: le fragole se sono doppie, malformate, vengono prese con uno straccio, per evitare contatto diretto, e gettate via, così per ogni verdura, ortaggio e frutto deforme o che germogli.
Donatella è una donna da sempre in ricerca spirituale, già prima di giungere in analisi.
Ha da sempre attivato la funzione "trascendente" ma al contempo le restavano i segni di un malessere dal profondo che assumevano queste strane, buffe e drammatiche vesti: Donatella aborrisce ogni deformazione, ogni radice, ogni cosa dunque che abbia a che fare con il mondo ctonio, sotterraneo ed umido della terra, aborrisce i buchi delimitati, aborrisce dunque la mancanza, il limite, l'imperfezione. Anche le protuberanze deformanti, dunque tutto ciò che ha a che fare con i momenti di passaggio segnati da "nigredo", "putrefatio", "deformazione".
E' normale allora che ella venga perseguitata da sogni-incubo che hanno come protagonista le sue fobie.
Uno tra i tanti:
Le è cresciuta una rosa di carne sulla gamba. Per quattro giorni è stata accompagnata dalla sensazione provata in sogno:
accapponamento della pelle e prurito dappertutto.
Abbiamo visto insieme come il tutto abbia a che fare con la scarsa accettazione della sua identità biologica, del suo essere femmina.
Abbiamo anche rilevato che il suo percorso spirituale veniva costantemente tarlato da pulsioni egoiche miranti ad un arrogante e saccente ideale di perfezione. Abbiamo notato che la sua ricerca era costantemente invalidata da un rifiuto viscerale verso la terribilità della vita.
Non sopportava la violenza verso gli animali, i destini crudeli, non sopportava le guerre, le malattie, la morte.
Gnostica senza saperlo, Donatella rifugge la terrestrità, la pesantezza della materia ma anche la sua sacralità; rifugge il suo essere terra, albero, carne, madre, generatrice, culla e bara dei propri figli, rifiuta di essere Eva, la madre di tutti i viventi, volendo subito, con l'immediatezza di Sofia, farsi tutt'uno con l'Uno. Vorrebbe raggiungere spirito e angelicità senza attraversare l'inevitabile scontro con il lato brutale dell'esistenza. Donatella ha da poco cominciato ad elaborare la morte del padre e ad uscire da uno stato di perenne fanciullezza ingenua a cui si era consegnata per difendersi dal dolore della crescita.
Nel corso dell'analisi tutti i suoi sintomi si sono acutizzati ed il corpo non le ha dato tregua per parecchio tempo: esso si faceva sentire con dolori che migravano dalla testa ai piedi, alle mani, fredde e viola, che ella guardava senza riuscire a riconoscerle come proprie.
Il Sé vuole indurla ad "agire" ma non concretamente (è una imprenditrice assai brava nel suo lavoro): doveva immergersi nella vita. Doveva finalmente accogliere entrambi i lati, il suo corpo femminile e la sua ricerca, la sua fragilità e la sua determinazione. Doveva comprendere che la consapevolezza non si misura con gli standard salutisti e con i parametri medicali, per cui stai bene se non prendi farmaci, stai peggio e sei malato, se li prendi. Doveva imparare l'umiltà.
Posso testimoniare che è un'ottima allieva del suo Maestro (interiore).
Altre paure di Donatella, anzi vere fobie: per i piccioni, le galline e pennuti in genere, anche se morti, paura del loro occhio "a bottone", delle penne staccate.
Stessa paura di Donatella è provata da un'altra analizzanda che qui chiameremo Ginevra: anche lei va in panico se vede galline o stormi di piccioni e simili sulla sua testa. L'origine in questo caso è determinata da un preciso trauma: l'essere stata aggredita all'età di due anni nel pollaio dei nonni da alcune galline che la sovrastavano e che le beccarono violentemente la testa.
Il valore simbolico, dato lo svolgimento della sua vita così come fin qui me l'ha comunicata, è lo stesso: bisogno di volare in alto, paura di passare la vita nella quotidianità che anestetizza. E' giunta da me ordinandomi: "Non cerco nessuno che mi dica che sono brava, che tutto in me va bene, non voglio essere liquidata con consensi in cui non credo".
La sua determinazione a non cadere in una trappola anche desiderata, seppur conflittualmente ("Non dirmi falsamente che sono brava" ovvero "Dimmi sinceramente che sono brava") fu già segnale dello spessore della sua personalità.
Non voleva nessuna attenuante, non voleva psicoterapia. Sta mettendo a soqquadro la sua vita. Ha tanta confusione ma finalmente si sente viva.
Devo a Donatella e a Ginevra il dono di avermi ospitata nel loro punto di visione. Non ho risposte da dare né all'una né all'altra.
La vita è davvero terribile e la quotidianità è davvero pronta a farci riposare nella normalità umana troppo umana.
Entrambe mi costringono a confrontarmi sempre e di nuovo, ogni giorno con questi aspetti della nostra realtà.
Entrambe ed insieme ad altri, nuovi arrivati in analisi, costituiscono, loro malgrado, il carburante con cui l'essere mi ricarica e mi fa rinascere a nuovo stupore.
Ada Cortese
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