Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Settembre 2001 Pag. 12° Alberto Toniutti


Alberto Toniutti

 SCHEDE 

AMLETO

"Ma io cancellerò dalla tavola della mia memoria i ricordi sciocchi e triti, le parole dei libri, tutte le forme, tutte le impressioni, tutto ciò che vi fu scritto dalla giovinezza e dall'inesperienza; e il tuo comando solo vivrà nel libro del mio cervello sgombro di ogni altro!"

Prendiamo in prestito la metafora shakespeareiana dell'Amleto per porci la seguente domanda: esiste in ciascuno di noi un compito etico rispetto alla vita? Ed è possibile mantenere, in presenza, tale compito, almeno qualche volta nel corso della nostra vita?
Com'è noto la storia di Amleto narra di un principe nella Danimarca del 1600, al quale appare lo spettro del padre, assassinato dal fratello Claudio che ne ha usurpato il trono sposando la regina Gertrude, madre di Amleto.
Il compito di Amleto e la promessa fatta allo spettro del padre sono evidenti sin dall'inizio del dramma: vendicare l'uccisione del padre, castigare la debolezza e l'immediatezza della madre che ancora prima di "aver seppellito" il marito si è concessa al cognato, ed infine divenire re, come sarebbe suo diritto per discendenza.
Perché dunque Amleto non agisce? E' folle? Non ha coraggio ed è forse un vile?
Oppure la sua incapacità di agire segue le regole di una nevrosi?
L'incontro con lo spettro del padre e la promessa fattagli sembrano indicarci tutt'altro.
Nell'ambito dello svolgimento dell'intero dramma Amleto rifiuta di farsi giudice delle azioni altrui e al tempo stesso cerca di fare in modo, ottemperando alla promessa fatta allo spettro, che ognuno possa esprimere il proprio giudizio su se stesso facendo sì che "il tempo rientri nel suo giunto"
E' solo in tale senso che il non agire di Amleto assume il volto di un'azione ben precisa, sentita e calcolata: fare in modo che ognuno sia responsabile di ciò che compie. Le sue parole: "Il tempo è fuori giunto" e "C'è qualcosa di marcio in terra di Danimarca" alludono certo all'uccisione del proprio padre e allo sposalizio tra lo zio fratricida e la regina Gertrude. Ma ciò di cui Amleto si fa carico non è certo una piccola vicenda personale, bensì la necessità di rispondere ad una domanda di senso che la vita a lui pone, così come ad ognuno di noi.
Domanda che racchiude il senso del nostro agire e che allude alla necessità di conciliare, per usare nuovamente le parole di Amleto "le cose che ci sono in terra e quelle che appartengono alla nostra filosofia". Non è forse questa la responsabilità che ognuno di noi può assumersi rispetto al proprio destino?
Prima ancora del suo amore per Ofelia, prima di compiere una vendetta personale, Amleto cerca di portare a compimento il senso di una giustizia che innanzitutto è etica: è questo il momento in cui a ciascuno di noi è data la possibilità di incarnare fino in fondo il proprio desiderio.
Quante volte la vita, attraverso mille sfaccettature quotidiane, ci chiama ad esprimere quel senso che racchiude tutte le ragioni del nostro esistere?
Quante volte siamo in grado di pronunciare quella precisa parola e dire quel "Sì" rinunciando con questo al nostro mondo particolare? Sono di Amleto le parole: "La mia vita per me non vale più di uno spillo. E quanto all'anima, che male potrà farmi, se essa è immortale come lui (lo spettro)?"
Lo spettro del padre in qualche modo rappresenta la chiamata che la vita, prima o poi, pone ad ognuno di noi.
Il rifiuto segna senz'altro la rimozione e quindi la nevrosi; l'accettazione comporta sempre lo svelamento del senso racchiuso in ogni piccola vicenda personale: tale è il luogo dello Spirito ovvero della conoscenza che sempre contempla l'infinito nel finito.
Amleto dunque non è un vile e tanto meno un nevrotico incapace di agire. Se agisse, se si vendicasse ed in tal modo portasse a compimento la sua vicenda personale, il dramma cesserebbe di essere simbolo vivo, non catturerebbe più la nostra curiosità e non svelerebbe alcunchè.
Il fascino che continuamente Amleto suscita in noi risiede nella ricerca di una "Legge" che sta al di sopra della legge intesa come insieme di norme e consuetudini che caratterizzano e regolano un dato sistema sociale. E' la continua ricerca di questo Dio interiore e dello Spirito che muove il personaggio di Amleto ora nella sua follia, ora nel suo continuo rimando. In questo modo il silenzio e il rimando divengono contenimento di tensione e ricerca di Verità, non viltà.
Non tanto una verità oggettiva ma una verità ben più alta che chiama in causa la responsabilità di ognuno rispetto al proprio destino e quindi rispetto al compimento di quel preciso pensiero, parola o azione. E' questo il luogo in cui viene a cadere la maschera edipica e filiale che ognuno cela in sé rispetto alla vita:
è questo il momento della trasformazione di una dinamica interdipendente che consente la nascita della soggettività, sola istanza che permette al singolo individuo di divenire tutt'uno con la Chiamata che in lui si fa presente.
Amleto non si rifugia nel silenzio e tanto meno aderisce in modo immediato ed egoico ad una vendetta personale che lo condurrebbe ad essere intrappolato nelle maglie di una finitudine accidentale.
Ed è così anche per chiunque provi ad astenersi dall'uno e dall'altro degli opposti che vicendevolmente si presentano nella propria esistenza: è in tal modo che ognuno di noi può arrivare a conoscere quale necessità la vita gli chiede per reggere quella tensione che conduce ad unire gli opposti ed incarnare lo Spirito.
Ecco che le celebri parole "Essere o non essere" rimandano alla fondamentale ambivalenza umana: andare fino in fondo rispetto alla Chiamata della propria vita o vivere nel compromesso?
Quindi il non agire di Amleto, là dove si presenta nel dramma, non allude tanto alla paura, all'inerzia, alla menzogna con se stessi e quindi alla rimozione, quanto piuttosto ad una consapevolezza ben precisa: egli sente vano il raggiungimento dell'oggetto del suo desiderio, vano perché riconosce in quel desiderio il pericolo del limite egoico che esso racchiude in sé.
La reiterata sospensione dell'azione non rivela tanto l'impedimento nevrotico, quanto piuttosto il bisogno di un distacco attraverso il quale andare oltre le maglie dello psichico che continuamente, attraverso il lato "patologico" del meccanismo del desiderio, tengono l'uomo imprigionato. Amleto agisce solo riconoscendo la necessità etica di non intromettersi e di non cambiare, ma solo di servire, quel corso naturale del tempo che deve rientrare nel suo giunto.
Egli dunque si sottrae ad un volere egoico, finalizzato a se stesso, e ciò che fa (e ciò che rinvia) lo fa solo in nome della Verità; in questo senso egli è ben consapevole di essere strumento e non autore della vita.
In tale modo Amleto spezza le maglie della catena egoica e si situa in quel luogo in cui il lavoro analitico tende a condurre noi, uomini moderni: il compimento di ciò che ognuno è, ovvero della Verità, ovvero del tempo naturale che è situato nel proprio giunto.
Il messaggio chiaro ed inequivocabile di Amleto è che tacere e rinviare non serve a nulla, là dove quel tacere e quel rinviare assumono le sembianze della rimozione e dell'essere inconsci a se stessi: ciò che conta innanzi tutto è essere pronti ad accogliere il fato quale svelamento del senso della nostra vita là dove il "caso" e la "necessità" si incontrano tracciando le fila dell'umano destino.

Bibbliografia:
Ettore Perrella "La formazione degli analisti ed il compito della Psicoanalisi"
W. Shakespeare "Amleto"


Alberto Toniutti


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