Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
Direttore : Dott. Ada Cortese
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Settembre 2001 Pag. 13° Ada Cortese


Ada Cortese

 SCHEDE 

LA PAURA DI CHIEDERE AIUTO

Se una persona non sa chiedere, quella stessa persona non sa dare Se una persona non sa chiedere, quella stessa persona non sa dare

I tre fondamentali modi con cui ciascuno di noi può esprimere la propria personale incapacità di chiedere aiuto spirituale o, più semplicemente, aiuto psicologico sono:
1) l'incapacità che rimanda al mondo della "madre"
2) l'incapacità che rimanda al mondo del "padre"
3) l'incapacità che rimanda ad un momento più regredito della nostra vita, addirittura ai primi mesi.

1 - Il primo modo della paura di chiedere aiuto, ha a che fare più che con la paura (che sullo sfondo comunque permane) con l'arroganza che sostituisce ed impedisce l'esperienza dell'umiltà (farsi ultimi, piccoli: solo i veri forti possono permettersi di guardare al proprio limite ed alla propria piccolezza), che viene letta sempre ed unicamente come umiliazione; ciò ha a che fare con l'atteggiamento rivendicativo e con la cosiddetta "lettura del pensiero" tanto comune quanto patologica.
Il soggetto si pone come un "creditore" a cui "spetta" per diritto la soddisfazione del suo bisogno. Non è necessario esprimere concretamente niente perché, secondo lui, la cosa è talmente evidente che se l'altro non lo appaga è per cattiveria. Questa modalità riempie i rapporti umani interpersonali: dall'amicizia alla coppia. Se nell'amicizia - ed è già grave - questo comporta la rottura della frequentazione, nella convivenza la cosa si fa davvero spinosa perché questa modalità, spesso condivisa da entrambi, porta all'aggravamento della patologia della comunicazione, dunque del rapporto, fino a che qualcuno, di solito il più sano, dice "basta".
Questa modalità, basata più sul non dire che sul dire, nasce e si sviluppa nei rapporti d'interdipendenza che impariamo ed ereditiamo dal rapporto primario con la madre, potenzialmente pericoloso perché di troppa durata. Il bambino sta troppo con la madre, oltre le sue reali necessità psicologiche e spesso per soddisfare le necessità di identità della madre in quanto tale. Un lato che può svilupparsi allora è proprio questo tacito accordo della conferma reciproca "a condizione che…" (che tu mi dia X perché è quello che voglio; che io in cambio ti dia Y perché so che è quello che vuoi;…).
Non è possibile approfondire in questa sede le caratteristiche dell'interdipendenza, basata strutturalmente sulla comunicazione non verbale, dunque primitiva, anche nei rapporti adulti, dunque ufficialmente capaci di riconoscere la parola come strumento fondamentale di comunicazione. Certo essa è stata tarpata ed umiliata alle origini. Il risultato è "il dare per scontato" che l'altro capisca, proprio come accadeva con mamma. E ci si dimentica che quello che accadeva con mamma aveva spesso come prezzo la perdita della propria libertà di esistenza.
Inconsciamente i sospesi con mamma comportano un quid di aggressività che saranno poi i nostri futuri partner ed amici a dover "scontare".
2- Come la prima forma chiama in causa la madre ed il mondo del matrimonio, ossia della produzione biologica ed interiore, così la seconda modalità della paura di chiedere aiuto chiama in causa il padre ed il mondo del patrimonio - ossia della produzione esteriore e culturale - e consiste nella paura del giudizio, del rifiuto, del non essere compresi ed allora, si può anche giungere mentalmente ed affettivamente all'accoglienza dell'umiltà, all'accoglienza del proprio limite, all'accoglienza dell'aiuto potenziale che l'altro ci può dare, ma giunti al punto, la parola non esce, ci si blocca come avanti ad un esame, come l'attore sul palcoscenico, perdiamo letteralmente la memoria, dentro ci si fa il vuoto, è possibile anche viverci il panico, la voglia di andare via, di non esistere.
Cosa sta accadendo? Accade quel processo per cui l'interlocutore a cui si stava per dire serenamente, semplicemente, umilmente, un proprio problema, un proprio limite, una richiesta di aiuto morale… si trasforma, nostro malgrado, ai nostri occhi interiori in giudice, autorità severa che punirà come reato questa libertà che ci siamo presi di parlare, di dire quello che davvero sentiamo, e ci punirà con un giudizio negativo, con un rifiuto (al diritto della fragilità).
Se nel caso precedente dietro le quinte trovavamo il rapporto con la madre, in questo caso, aprendo le tende dell'inconscio, possiamo trovare il rapporto con il padre. Il padre detta la legge, il Maschile decide come si deve essere avanti agli altri, al sociale e quale immagine sviluppare, quale maschera protegge di più dal nemico esterno. La Legge, il padre, rimandano più direttamente alla funzione paranoide (non ci si espone per paura del nemico). Ecco perché spesso il blocco "a chiedere" riguarda gli uomini: perché sono loro le persone "che non devono chiedere mai". Perché, fantasmaticamente dietro l'amico o la partner, c'è comunque il rifiuto del padre all'ascolto.
Per fortuna qualcosa sta cambiando ed io ne ho la prova dal piccolo osservatorio che è il mio lavoro di psicoanalista:
a fronte di un passato ancorché recente, in cui prevalevano le donne nella capacità di mettersi in discussione, dunque nell'umiltà, oggi sta crescendo il numero di uomini che mi interpellano (soprattutto quelli "di successo"), che si concedono il lusso di chiedere aiuto.
3- Il terzo è un modo che, ripeto, richiama ad uno schema relazionale e comportamentale assai regredito. In questo caso la paura si sostanzia della convinzione psichica che alla richiesta seguirà un prezzo troppo alto da pagare sicché coscientemente "scegliamo" la strada del risparmio. Preferiamo risolvere a modo nostro il problema, magari attraverso surrogati di soluzione ma non buttiamo via la nostra libido.
Questo atteggiamento ha a che fare con l'avarizia. Quando diventa grave la sintomatologia si esprime con incapacità a buttare via qualunque cosa. Il soggetto resta istericamente "attaccato" ad ogni oggetto con cui egli sia venuto a contatto, quasi che in quegli oggetti la sua identità e la sua libido si sia potuta espandere assimilando alla percezione del proprio Io la proprietà di quegli oggetti. Avete presente quelle persone che non possono liberarsi di niente: che conservano tutti i vestiti, tutti i contenitori, fino ad arrivare a casi estremamente gravi, che fanno notizia, di persone che non buttano via nemmeno la spazzatura e vi annegano dentro piuttosto che "svuotare" la propria casa, simbolo della propria identità.
In linguaggio corrente stiamo parlando, ripeto, dell'avaro ai suoi diversi livelli di patologia. Psicoanaliticamente la fissazione a questo modo di essere risale alla primissima età della vita, ha a che fare con la fase freudianamente definita "anale-ritentiva". Insomma stiamo parlando di persone che, da bambini, hanno avuto problemi con il "vasino". In realtà la cosa è anche anteriore all'uso del vasino, se si vuol essere precisi, ma tanto per alludere a quel prodotto che il nostro corpo deve espellere pena l'intossicazione.
Di questi aspetti precocissimi ("la fase schizo-paranoide") s'interessò Melania Klein, autrice interessante e assai stimolante. Ebbene anche quel prodotto inizialmente è stato sentito parte di sé da non buttare via. Anche in questa "scelta" spesso è determinante il rapporto con la madre, ma più che la madre percepita come altro, si tratta di una madre fantasmaticamente avvertita come parte di sé (del lattante) buona o cattiva a seconda che sia presente o assente quando si avverta un preciso bisogno (per esempio di nutrirsi al seno).
A questo punto possiamo concludere ricordando la legge della simmetria e dell'unione di opposti che regge il mondo ad ogni livello di manifestazione. Essa ci dice questo: che se una persona non sa chiedere, quella stessa persona non sa dare; se una persona non può dire liberamente senza mai dare niente per scontato, quella stessa persona toglierà la libertà all'altro di dire.


Ada Cortese


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