Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Dicembre 2001 Pag. 2 Agnese Galotti


Agnese Galotti

 EDITORIALE 

PADRE NOSTRO, DOVE SEI?

Ruolo paterno: latitanza o trasformazione?

Il ruolo paterno è sempre più in crisi e i malesseri, anche molto eclatanti, che emergono nell'infanzia o nell'adolescenza dei ragazzi di oggi, denunciano con crudezza crescente una latitanza di principi, valori, punti di riferimento, ormai visibilmente pericolosa.
Fin da piccoli, da che iniziano a relazionarsi ad altri, i ragazzi sembrano soffrire di una preoccupante quanto sicuramente molto dolorosa mancanza di limiti chiari. Tutto questo, se da un lato genera un ineguagliabile senso di onnipotenza, dall'altro, vista la fragile struttura, li costringe a subire un irriducibile senso di solitudine nonché la vertigine di trovarsi in uno spazio che non contiene, in un vortice senza punti fermi.
Se è vero che la funzione paterna - quale principio psichico che educa a rapportarsi con il sociale, con il mondo dei valori, con un principio di giustizia che renda possibile il vivere sociale stesso - è qualcosa che ciascuno ha da trovare e ricreare continuamente in sé, è altrettanto vero che tale funzione, all'origine, si conforma sulle tracce di un rapporto primario ed importantissimo quale è quello che ciascuno ha vissuto (o non ha vissuto) con la figura paterna di riferimento.
E questo lo diciamo non certo per alimentare sterili rivendicazioni da parte di adulti che cercano di protrarre la loro dipendenza edipica restando (almeno fantasmaticamente) figli di un genitore cattivo, quanto piuttosto per risvegliare i `nuovi padri', coloro che, con difficoltà, cercano di attivare in sé una funzione che poco conoscono o che conoscono in maniera distorta, affinché si rendano conto della grande occasione generativa che si apre loro.
Il `padre', si sa, è un simbolo profondamente in crisi, sospeso com'è, ormai da troppo tempo, tra una legge autoritaria, rigidamente scolpita sulle tavole, (il dio del vecchio testamento), alla quale ci si riferisce nel momento dell'esasperazione, ma a cui nessuno può più, in coscienza, prestare fede, e la nuova legge, vera, autorevole, che dovrebbe abitare in ciascuno, la legge dell'amore, (il dio-uomo del nuovo testamento), che però appare ancora irrealizzabile, data la sua radicalità assolutamente rivoluzionaria.
Nella storia di molti è rintracciabile una figura paterna assente, o infantile, oppure troppo rigida, ma questo, lungi dal fornire giustificazioni, non fa che mostrare come tale vicenda personale sia l'eco di un nodo di natura ben più estesa.
Accade oggi che giovani padri - spesso, ma non solo, in occasione della separazione dalla moglie - si trovino, per la prima volta, a farsi carico davvero, in prima persona, del rapporto con i figli. Capita loro di accorgersi, così, spogliati di un ruolo stereotipato che faceva comunque capo ad una madre, cui restava delegata la più parte del rapporto con i figli, della difficoltà di `reinventare' il loro modo di stare con i figli e, in questo, di aprirsi a scoprire il loro stesso modo di stare al mondo.
E' un momento importantissimo che, se per certi aspetti suona drammatico e sembra presentare difficoltà insormontabili (non è facile imparare, improvvisamente, ad accudire qualcuno che ci è affidato totalmente, anche solo per un week-end!), per altri sembra capace di dischiudere all'uomo una nuova visione delle proprie potenzialità relazionali. Si svela così l'importanza di una funzione, quella paterna appunto, mancante, prima ancora che nel rapporto con i figli, nel rapporto con se stessi, per scoprire che spesso, fino ad allora, era stata soltanto `recitata' e dunque vissuta in forma caricaturale.
In una sorta di capovolgimento dell'ordine dei rapporti, il `nuovo padre' - che abbia o meno figli carnali - è allora colui che, aprendosi dialetticamente a scoprire questa funzione, riconoscendone il valore indispensabile nonché l'urgente carenza, arriva a rendersi conto di dover `mettere al mondo il padre' - il proprio padre interno - per potersi relazionare all'altro, figlio o fratello che sia, in autenticità.
A questo passaggio, peraltro, sembrano aprirsi volentieri anche le donne che, stanche di relegare il proprio contributo al sociale nell'esclusività del rapporto con i figli, ambito in cui non di rado tendevano ad esercitare un potere assoluto, estromettendo esse stesse, subdolamente, il coniuge, (salvo poi lamentarsene!), si trovano a cercare di realizzare forme di rapporto più diretto col sociale.
Così testimonia il sogno di una giovane donna:
"E', con un figlio onirico, ai piedi di un'impalcatura molto alta ed esposta al vento. Deve lasciare il bimbo al padre, ben sapendo che `ora è il suo turno'. Superando la preoccupazione materna, glielo affida con serenità ."


Agnese Galotti


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