Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Dicembre 2001 Pag. 3 Agnese Galotti


Agnese Galotti

 METODO 

IO SENTO QUESTO!

Apertura dialettica o chiusura dogmatica?

Spesso dietro a malesseri psicologici di vario genere (stati ansiosi, attacchi di panico, nevrosi ossessive, …) si cela la difficoltà a sentire o, per meglio dire, a `sentirsi', operazione che costituisce in realtà il primo passo verso qualsiasi tentativo di `conoscere'.
Va detto che i (non)valori più diffusi nella nostra società occidentale, non solo non favoriscono tale movimento verso il centro, ma spingono ad una esteriorizzazione e superficialità che tendono a patologizzare.
Basta prestare un minimo di attenzione all'ambiente in cui siamo calati per accorgerci di come la miriade di stimoli, cui ci sottoponiamo quotidianamente ed automaticamente, fino ad esserne quasi `bombardati', abbia in realtà l'effetto di distrarci, di allontanarci dalla reale sensibilità, provocando una sorta di `stordimento' che finisce per impigrirci, per affievolire la nostra attitudine a `sentirci' davvero e, a maggior ragione, ad accorgerci di ciò che sentiamo.
Da qui l'emergere di quei `sintomi' che, amplificando il sentire fino al parossismo, funzionano quali richiami - la cui potenza è proporzionale alla sordità accumulata - ad una interiorità ancora troppo spesso trascurata.
Tale frequente e diffuso stato di `sensibilità ridotta', finisce inevitabilmente per depotenziare ogni occasione di reale `conoscenza':
conoscere, infatti, implica fare esperienza di qualche cosa, e richiede, inevitabilmente, la disponibilità a sentire, a `dar fiducia' a tale sentire, per poter veramente riflettere ed elaborare in nuova conoscenza ciò che si sta sperimentando.
A maggior ragione ciò si evidenzia in quel particolare campo del conoscere che si configura nella cosiddetta conoscenza di sé.
Quindi, come abbiamo più volte osservato, imparare a riconoscere il proprio sentire, dargli spazio e fiducia, farne esperienza in modo tale che diventi in noi guida ad ogni nuova conoscenza, è un processo assai importante e per nulla scontato. Si tratta, in sintesi, del primo passo di ogni percorso di analisi.
Questa volta vorrei soffermarmi sul momento successivo, ovvero quello in cui il soggetto, soprattutto se ha vissuto un lungo esilio dal proprio sentire, arriva ad affermare "Io sento questo!", con una sicurezza ed una soddisfazione comprensibili, che talvolta però sfociano in una perentorietà che suona insidiosa.
Questo importantissimo passo iniziale viene infatti spesso erroneamente scambiato per un qualche punto di arrivo, il che rischia ancora una volta di bloccare un processo di conoscenza, in verità, appena iniziato!
Si tratta esattamente del rischio opposto a quello sopra focalizzato: ovvero la tendenza ad assolutizzare, una volta contattato, il proprio sentire, proprio in quanto lo si riconosce finalmente in tutta la sua preziosità: si rischia, in questo modo, di cadere in una nuova forma di sordità, che ha il sapore dell'assolutismo.
Come ovviare a questo spiacevole inconveniente che tende ad inficiare un passaggio estremamente delicato ed importante, trasformando l'apertura in chiusura, la sensibilizzazione in nuova sordità?
Ci viene in soccorso la consapevolezza del fatto che ogni nostro esperire si verifica in un contesto che è, per sua natura, relazionale e, come tale, prevede sempre l'esistenza dell'altro.
Il nostro sentire, così come il nostro `sentirci' - lungi dall'essere un'esperienza autistica in cui `bastiamo a noi stessi', in una illusoria autosufficienza - è in realtà un evento che si realizza all'interno di un contesto relazionale e grazie ad esso.
Ciò significa che ogni nostro sentire, essendo noi esseri relazionali, è per definizione `relativo' ovvero esiste ed è vero `in relazione' al sentire, altrettanto vero e legittimo, di `altri soggetti'.
Questa piccola complicazione non nega affatto la realtà di alcun sentire, anzi, ha l'importantissima funzione di evitare (o costringerci a vedere) ogni rischio di assolutismo che, come ogni `ismo', è nemico della conoscenza.
Che ne siamo consapevoli o meno, noi ci troviamo comunque in relazione con (l')altro, e quindi nella necessità di prendere atto dell'esistenza, accanto al nostro, di `altro sentire', grazie al confronto col quale il sentire da cui siamo partiti si delinea, prende consistenza e concretezza, trova il proprio confine, il proprio limite e, grazie a questo, la propria possibile trascendenza.
Come la fenomenologia ci insegna, è proprio riconoscendo e dando fiducia a ciò che appare con evidenza, (in questo caso il nostro sentire) attraverso una accurata descrizione e delimitazione di ciò che ci si para davanti, che possiamo arrivare ad intuire l'esistenza di ciò che sta al di là, ciò che trascende l'apparenza stessa, e che, seppure non visibile nell'immediato, non per questo non esiste.
In questo possiamo davvero cogliere la `relatività' di ogni nostra visione del mondo, proprio nel senso che è immediatamente in relazione con altre visioni, il che rimanda ad un sempre possibile ulteriore arricchimento, nella misura in cui non si cade nella tentazione di scambiare la parte per il tutto.
Dunque la prova di realtà di quel nostro sentire iniziale non è data tanto dal suo permanere accanto o di contro ad un sentire altrui, quanto dalla disponibilità non solo a prenderne atto ma anche ad incuriosirsi di quella alterità.
Nel lavoro di gruppo si presenta spesso l'occasione di tale verifica nel momento in cui si apre il confronto - talvolta pacifico, talaltra aspro e drammatico - tra differenti modi di sentire una medesima realtà.
Di solito la tentazione immediata è quella di prevaricare o soccombere:
dar spazio e diritto d'esistenza, cioè, ad una sola delle versioni (in genere la propria) negando totalmente diritto di esistenza all'altra (generalmente quella altrui).
Non sempre è facile né tantomeno indolore il rendersi conto dell'esistenza dell'altro in termini di altro sentire, altrettanto legittimo e reale quanto il nostro.
E' uno sforzo molto più impegnativo di quanto non possa sembrare, cercare di accogliere il sentire altrui, soprattutto quando appare assai diverso o addirittura opposto al nostro, senza per questo negare ciò che abbiamo sentito, e quindi aprirsi ad una visione più ampia di quella che immediatamente ci era apparsa assolutamente vera.
In questi casi l'unico atteggiamento che ci può soccorrere consiste nel tentare ciascuno di rendere conto del vissuto dell'altro: non tanto in termini razionali o giustificativi, bensì in termini di disposizione a quel sentire che l'altro ci sta testimoniando.
Edith Stein, una fenomenologa allieva di Husserl particolarmente dotata, approfondì il tema dell'empatia mettendone in evidenza, prima ancora dell'aspetto affettivo-emozionale, largamente abusato, un aspetto direi più cognitivo, che consiste nell'avere presente l'altro, rendersi conto del vissuto dell'altro, prima ancora di avanzare ipotesi circa un presunto o reale sentire all'unisono.
Si tratta evidentemente di un rispetto profondo per l'altro: lasciare spazio all'inconoscibile, al mai del tutto chiaro e comprensibile che l'altro necessariamente per noi rappresenta, accettare profondamente il suo avere un mondo interno complesso e spesso oscuro come lo abbiamo noi, la cui natura profonda può essere talvolta solo intuita.
Questa particolare disponibilità _ che suona ovvia ma, ad un attento esame del nostro modo abituale di stare al mondo, può risultare assai poco presente! _ permette e richiede una speciale `attenzione' all'altro come tale, che, solo in un secondo tempo, può dar spazio ad un sentire all'unisono, per quel che è possibile, senza per questo sovrapporre la nostra esperienza a quella altrui negandone la peculiare specificità.


Agnese Galotti


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