Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Marzo 2002 Pag. 5 Simonetta Figuccia


Simonetta Figuccia

 SCHEDE 

APPUNTI SUL DISORIENTAMENTO EDUCATIVO

Svuotiamoci delle nostre certezze per farci fecondare dal nuovo.

Immaginiamo per un istante di poter entrare nei pensieri di un genitore:
"Non ce la faccio più. Perché si comporta così, è viziato, forse saranno i nonni, ma devo lavorare".
"Non lo riconosco più. Dove è il mio bambino? E' maleducato e impertinente ma io non gli ho insegnato ad essere così. Sarà colpa dell'insegnante?" "Temo che possa finire male in un mondo così pericoloso con droga, pedofili. Vorrei scappare e mollare tutto; non pensavo fosse così faticoso crescere un figlio. Sono solo\sola. Dove ho sbagliato?" Voci quotidiane, ritornelli che si colgono fuori dalle scuole, ai giardini pubblici, tra amici si chiacchiera, ci si lamenta, si cercano rassicurazioni.
Dubbi e interrogativi si attorcigliano nelle menti: a volte sono negati, banalizzati, altre volte divengono pensieri ossessivi.
Madri e padri desiderano per i propri figli sicurezza e serenità, ma sono anche preoccupati per gli esiti educativi di situazioni familiari diverse, nuove, ritenute sbagliate o non normali in quanto inedite (genitori separati che vivono in città diverse, genitori single, nuclei ricostituiti), sicuramente diverse da quella che loro stessi hanno vissuto come figli.
I genitori di fronte a queste situazioni familiari nuove e complesse, spesso frutto di decisioni e percorsi di crescita importanti per loro stessi, vivono ciò che offrono al figlio come mancante.
Si sentono in difficoltà e spesso nella relazione quotidiana con i figli si devono fermare per interrogarsi. Il problema è la natura, la modalità dell'interrogarsi nonché i vissuti, le fantasie e i pregiudizi che albergano nella mente degli adulti.
Spesso i genitori inseguono ideali perfezionistici e si sentono sbagliati se non hanno la risposta pronta e adeguata nella relazione con il figlio.
"Certamente il punto non è che i genitori non commettano errori, sarebbero inumani, il problema non è che cessi la vita, bensì la nostra incoscienza." - scriveva Jung in proposito e il problema oggi è proprio relativo al non agire inconsciamente ma poter riflettere su ciò che "in buona fede" agiamo.
Dubitare significa mettere in discussione convinzioni, principi fondamentali, considerati come verità incontroverbili, il che genera ansia e disorientamento. Spesso oggi i genitori sono disorientati: ci sono tante tendenze culturali, sono compresenti tanti modelli educativi contrastanti che aumentano incertezza e confusione.
Nessuna decisione è assoluta e approvata da tutti: ogni decisione educativa, se frutto di un percorso conoscitivo e coscienziale, pur limitato e potenzialmente erroneo, è " sufficientemente buono", sebbene non accontenti tutti gli agenti educativi.
In preda al disorientamento possiamo ricercare risposte definitive che plachino la nostra ansia cercando soluzioni nei manuali del "buon genitore", o rivolgendoci allo specialista. In questo senso molte consultazioni dallo psicologo possono diventare mode vuote in cui non si è spinti né da una crisi profonda e vera, né da una reale preoccupazione per la salute del figlio, né tantomeno per il futuro delle prossime generazioni, ma dalla preoccupazione di non dover fallire, fare brutta figura, insomma essere vincenti.
L'ansia viene placata, ma il dubbio non ci ha scalfito.
C'è un'ombra, un limite, che fa sentire inadeguati. Che cosa segnala questo diffuso senso di inadeguatezza?
I genitori hanno bisogno di formarsi una loro visione, non rigida e dogmatica, quindi statica e data una volta per tutte, ma viva e dinamica, che permetta loro di reggere la molteplicità dei commenti, li aiuti a prendere decisioni in campo educativo, a mantenere un atteggiamento autocritico in modo che, alla fine di un percorso, essi siano in grado di assumersi la responsabilità di una determinata e specifica scelta e di sostenerla.
Sono convinta che i figli, come soggetti attivi e nostri fruttuosi testimoni, non soffrano solo dei nostri errori, delle inevitabili ombre e rigidità del nostro operare: soffrono soprattutto, oggi più di ieri, per l'incuria del mondo interiore dei genitori e della nostra irriflessività.
Il crescente malessere e la crisi in campo educativo segnala a nostro avviso un'evoluzione globale della coscienza.
Da un lato il Super Io sociale inteso come insieme di norme condivise da tutti, si è sempre più ammorbidito e reso poliforme. Una volta le regole sociali erano piuttosto omogenee e uniformi, tutti sapevano cosa fare e quando.
Il vecchio padre, è morto. Non abbiamo più legge, valori, limiti cui sottostare e a volte non sappiamo più cosa testimoniare. Oggi si assiste alla necessità di personalizzare le diverse possibilità di comportamento. Questo significa uscire da una dimensione di delega e branco e attivare la propria capacità creativa e riflessiva, che arrivano a coincidere. La maggiore libertà di scelta lascia soli e disorientati. Se prevale l'ansia e il pensiero si attorciglia su se stesso, in un circolo vizioso, rischiano di cadere sui figli modelli precostituiti, si resta condizionati dal sociale e da vecchi stereotipi o automatismi inconsci.
In molti casi il momento di disorientamento e "confusione" prelude a quella possibilità di personalizzare il comportamento e agire ciò che si sente.
Quindi oggi passare attraverso il dubbio, nella relazione con il proprio figlio, è utile, anche se fa soffrire, crea agitazioni, rende incerti e fallibili.
Si può tornare a fidarsi del proprio istinto senza passare per il dubbio?
Non basta la sensibilità, l'istinto materno e il "sale in zucca"? A mio avviso no.
E' ancora tempo di lavoro.
Il dubbio può e deve ancora fecondarci come adulti, responsabili ma umili, forse verranno altre generazioni che godranno di una immediatezza secondaria, che percepiranno il dubbio e l'incessante interrogarsi come libertà e risorsa anziché come stonatura e fatica. Il dubbio genera ansia e può essere esorcizzato ricercando una soluzione, quella giusta, e delegando.
Oppure può essere accolto come statuto, ascoltato e reso nobile.
Aprirsi al dubbio significa reggere quello stato di confusione e tensione creativa che permette di ascoltare le emozioni che si agitano in noi. Aprirsi al dubbio significa prendere in esame diverse possibilità, molteplici modi di sentire che genereranno nuovi e più adeguati comportamenti.
Tra le esperienze più preziose anche se la meno considerata, che la condizione di genitori ci offre, è la possibilità di analizzare, rivivere e risolvere nel contesto di rapporto coi figli, i problemi della nostra infanzia o di incontrare gli irrisolti infantili della nostra vita adulta.
Molte esperienze della primissima infanzia non sono ricordate.
Il fatto di avere figli ci obbliga a rivivere e quindi ripercorrere, in parte coscientemente ma soprattutto inconsciamente, molte delle esperienze e dei problemi della nostra infanzia: inducendoci a cercare di risolverli comportandoci in un certo modo con nostro figlio.
Questa è una benedizione, un'occasione enorme di crescita e consapevolezza ma può diventare una maledizione un problema, in forma di panico o di somatizzazione, ogni volta che la coscienza , oggi che può affermarsi, viene messa a tacere.
Meno abbiamo coscienza di quello che avviene dentro di noi, mentre accudiamo il nostro bambino, più probabile sarà che nel rapporto con lui mettiamo in atto nostri antichi problemi ripetendo copioni sorpassati.
Il non poter fare a meno di confrontarci con noi stessi, a livello di coscienza e di inconscio, è una sfida insita nella vita di noi genitori, ciò che rende la vita con i figli diversa da qualunque esperienza umana.
La sfida consiste nel fare tesoro della difficoltà, nell'accettare il dubbio come benvenuto e scoprire il gusto continuo della ricerca.
I bambini ci fanno i raggi x (spirituali), nella trasparenza mettono a nudo le nostre ombre, ci fanno perdere la faccia, insomma ci incalzano. Se li sappiamo accogliere ci troviamo in un paradosso trasformativo come quello dell'aneddoto zen:
"il maestro zen invita il discepolo a prendere il thè, glielo versa nella tazza già piena e continua a versare mentre la bevanda trabocca. Il discepolo è senza parole; il maestro allora dice:
finché sarai pieno delle tue idee non potrai ricevere i miei insegnamenti!".


Simonetta Figuccia


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