Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
Direttore : Dott. Ada Cortese
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Marzo 2002 Pag. 10 Ada Cortese


Ada Cortese

 SCHEDE 

RUPOFOBIA E …COSE DEL GENERE

Sembrerebbe che quanto più la coscienza collettiva insista nel volerci detergere
ed allontanare in modo forzoso ed artificiale dai nostri odori animali naturali,
tanto più cresca la sporcizia nelle nostre città, l'inquinamento, le allergie
e le malattie della pelle….

"Rupofobia", come sappiamo, deriva dal greco "rupo" ovvero "sudiciume" e sta quindi per: paura del contatto con lo sporco.
Il termine, magari poco usato nella lingua comune, allude ad un sintomo dilagante, che fa largo uso, con grande gioia delle multinazionali, di cosmetici e affini: detersivi, saponi, salviette, deodoranti, ecc. ecc.
Si può tranquillamente dire che tali sintomi sono anche il risultato dalle stesse ricercato e ottenuto attraverso sapiente e violento bombardamento quotidiano di appositi "spot".
Dico "anche" perché non me la sento di demonizzare a tal punto gli spot pubblicitari per un semplice fatto: in essi è troppo evidente il messaggio, non c'è comunicazione inconscia; al massimo c'è del ridicolo: abbiamo tutti il sangue blu, anche la pipì dei bambini è blu; tutti nobilitati nei nostri escrementi più o meno infantili, nelle nostre ghiandole sudorifere.
Anzi, sul piano della comunicazione assistiamo a degli strani ripensamenti repentini e fughe nell'"iperrealismo": così la pubblicità rivendica a sé il diritto di chiamare le cose come stanno. "Quando le cose torneranno ad appartener a se stesse senza rimandare ad altro…"!!!: che la Grande Consapevolezza sia più vicina se oggi in TV possiamo tranquillamente sentire nominare "la diarrea"???
Insomma: c'è della dialettica in giro!
Sembrerebbe che quanto più la coscienza collettiva insista nel volerci detergere ed allontanare in modo forzoso ed artificiale dai nostri odori animali naturali, tanto più cresca la "rumenta" (termine genovese per la "sporcizia") nelle nostre città, l'inquinamento, le allergie e le malattie della pelle…. Da un lato!
Dall'altro aumentano le patologiche paure dello "sporco" intendendo con ciò, un po' succintamente: rifiuto della convivenza con le "ombre", con il "pulviscolo atmosferico simbolico" presente inevitabilmente nell'aria e nel "pneuma" che respiriamo e che sono sia simboliche che reali.
Azzardiamo la seguente ipotesi interpretativa: il rupofobico non accetta che tutto in questo universo sia materia, anche l'anima, anche il pensiero. Il Tutto ha gli attributi della materia e in quanto tale Tutto porta in sé il principio della putrefazione e della morte.
Senza fare i conti con la materia non si può attingere all'Assoluto: si può volerlo afferrare ma sempre mancando il bersaglio come fanno le mani che vogliano stringere l'acqua.
Senza amore per la Materia, senza l'Inno d'amore a questo mondo non si può cogliere l'aspetto ondulatorio della Noosfera theilardiana che sarà costretta ad essere da noi percepita nella sua sola natura corpuscolare.
La paura della contaminazione, della profanazione sono strettamente correlate alla incapacità di reggere la colpa, il tradimento. In definitiva il rupofobico è soggetto che malsopporta la vita nelle sue contraddizioni. Si sente tradito e defraudato: la vita dovrebbe essere l'Eden e non lo è. Egli ricorda un po' Peter Pan.
Facilmente intuibile che egli abbia spesso la percezione della sua vita come di un film "al rallentatore" stante gli "infiniti" rituali che pone in mezzo tra sé e l'orrore della vita per "purificarla" e renderla degna di avvicinarglisi.
I rupofobici sono spesso ossessivi come spesso lo sono i loro "opposti", "gli idrofobici" ovvero i repellenti all'acqua. Vi sono tra di loro molti più punti d'incontro di quanto non sembri a prima vista. Una differenza: se prevalgono le "femminucce" o per lo meno sono alla pari, con i maschietti, tra i soggetti rupofobici, pare vi sia una netta maggioranza maschile tra gli "idrorepellenti". Come a dire che le nostre famiglie e le nostre brave madri mediterranee sparano nella società uomini in doppio petto, profumati sotto e …..stendiamo un velo pietoso sopra tanta irrisolta aggressività parentale. Ce ne occuperemo altrove. Torniamo ai nostri angelici soggetti rupofobici: tutto il giorno di tutti i loro giorni a combattere nemici invisibili:
polvere, batteri, acari, peli, capelli, microbi sotto le scarpe.
Quante fobie e rituali può produrre un rupofobico? Tanti, ma tanti, ma tanti: alcuni dichiaratamente connessi alla fobia da cui ci si vuol difendere, altri più celati e simbolici. Uno tra i più diffusi è il lavaggio delle mani fino a "rammollimento e spiegazzamento" (descrizione degli interessati) della pelle; un altro: la protezione dei protettori igienici fino al paradosso: proteggere con carta il giornale che protegge da terra la valigia che protegge dall'esterno, le buste che proteggono dall'interno i nostri ulteriori portaoggetti ecc., in una estenuante costruzione a scatole cinesi o matriosche russe.
Spesso il bisogno della pulizia viene utilizzato come spostamento e costruzione dell'"enantiodromia" (tentativo di produrre il contrario del temuto) in cui viene celato l'orrore della vacuità, ovvero il momento (connesso ad ogni forma di impegno intellettivo) che deve attraversare il Nulla prima di assistere alla nascita dell'intuizione, del pensiero guidato ed, infine, del concetto.
La paura dell'orror vacui, la paura della mancanza del pieno, la paura del caos che incombe, come vissuto soggettivo, dal più immediato "nulla", possono spingere il soggetto a trovar riparo nel rituale delle abluzioni, dell'ordine ossessivo compulsivo (cassetti biancheria, cassetti scrivania, armadi, sgabuzzini, archivi, librerie e quant'altro) soprattutto e proprio quando l'attenzione dovrebbe concentrarsi in tutt'altro, in impegni, per l'appunto di tipo intellettuale.
Gli studenti hanno il rito del frigorifero, del prender tempo ed intervalli con la scusa del metter qualcosa sotto i denti, o per bere o per andare in bagno, o per una telefonata o messaggino inderogabile….
Gli adulti spostano sull'ordine la loro angoscia da indeterminazione e non senso con prevalenza - per le donne: di ordinare oggetti, offrendo i propri favori, a volte, alla terribile visibilità della polvere (e vai con i mangiapolvere che non la spostano solamente ma la catturano!) e altre volte alla forsennata pulizia degli angoli più remoti di casa che non vedranno mai la luce in un safari crudelissimo verso ogni più minuscola nube di lanugine; - per gli uomini: spesso forme più subdole che tendono a preservare i loro oggetti personali dal contatto con la terra. Spesso è il loro stesso corpo che deve essere preservato dal contatto con certe parti del selciato, del pavimento, delle piastrelle, delle macchie, come nel film con J. Nicholson "Qualcosa è cambiato". Altre volte, come già accennato, le strategie ritualistiche si complicano e divengono notevolmente più astratte. Finisco con un sogno:

La sognatrice è in bagno nella sua casa: inizia a gettare nel water molta carta e, quasi facendosi prendere da una strana foga, anche vari altri oggetti (profumo, scarpe, shampoo).
Improvvisamente si accorge di essere in casa di un'amica psicoanalista e di aver "tappato" il W.C. Non sa se tirare l'acqua oppure no: infine ci prova anche se è cosciente che non riuscirà a risolvere il problema. Gli oggetti tornano a galla misti a liquame. Giunge nel frattempo l'amica psicoanalista che le impone di ripulire tutto.

Bibliografia minima:
L. Wright "Civiltà in bagno" Garzanti, Milano Rosebury T., "Igiene e pregiudizio" Garzanti, Milano


Ada Cortese


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