Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Giugno 2002 Pag. 2° Tullio Tommasi


Tullio Tommasi

 EDITORIALE 

LE "REGIONI" DELL'ALTRO

L'Italia sta diventando una società multietnica: la mescolanza di popoli sembra un fatto inevitabile su scala mondiale.

Recentemente mi è capitato un piccolo episodio che mi ha fatto riflettere: camminavo per strada e un barbone, appena alzatosi dal suo letto di cartoni, mi chiede qualcosa che subito non capisco. Io, automaticamente, ergo un muro e assumo l'aria sconsolata di chi non ha spiccioli da dare; poco dopo le sue parole tornano alla mente e percepisco quello che chiedeva: "Scusa, sai l'ora?". Recidivo, continuo i miei percorsi senza preoccuparmi di tornare indietro. L'unica mia possibilità di redenzione è ora questo Autodafè.
Questo mio atteggiamento si sposa con l'attuale dibattito sulla legge tesa a limitare l'immigrazione in Italia.
Dunque, pochi si definiscono razzisti, in realtà tutti lo siamo. A livelli diversi, ciascuno di noi ha un confine oltre al quale adotta stereotipi per evitare l'altro. Ma il diverso da noi è ormai una realtà che si fonde con le nostre abitudini consolidate.
L'Italia sta diventando una società multietnica: vicini di casa, compagni di scuola dei nostri figli, passeggeri di autobus seduti accanto. Questo fenomeno può (deve?) essere regolamentato (arginato?), ma la mescolanza di popoli sembra un fatto inevitabile su scala mondiale.
Qualcuno potrebbe obiettare che i vari barboni e punkabbestia sono prodotti della nostra società, mentre gli immigrati provengono da altre culture, quindi i due fenomeni non sarebbero confrontabili.
A livello psicologico non vedo molte differenze: qualcuno diverso da me è a stretto contatto con me. Ecco allora che due punti di vista si scontrano e l'altro diventa un potenziale nemico da cui difendersi. In genere giustifichiamo il nostro atteggiamento sulla base di questioni pratiche (malavita, mancato rispetto di regole condivise, ecc.).
Tutto questo ha una base di verità, ma credo che a livello più profondo sia la nostra stessa identità rassicurante a essere messa in pericolo. La mia cultura, i punti fermi abituali, le mie credenze sul mondo e su me stesso continuano a funzionare fino a che un ostacolo non cercato mette il germe del dubbio. L'altro mi guarda e non capisce (io lo guardo e non capisco). Ognuno ha le sue ragioni. Questo sia a livello di singoli che di culture diverse.
L'auspicato dialogo spesso è una rappresentazione, un modo di presentarsi agli altri e a se stessi come persone aperte. In realtà la nostra apertura arriva fino a dove le certezze non sono messe in discussione. E ognuno di noi ha un suo limite. Troveremo allora mille ragioni per giustificare il nostro atteggiamento di chiusura, che non definiremo tale, ma dovuto alla chiusura altrui. Il pregiudizio diventa allora la rassicurazione e l'ordinatore del mondo esterno, che altrimenti parrebbe indecifrabile.
La famosa intersoggettività di cui tanto si parla, anche su queste pagine, è un concetto che solo ora, talvolta, mi capita di provare: percepire che l'altro è davvero un soggetto, né più né meno di me stesso.
E spesso il suo punto di vista è assai lontano dal mio. Non è necessario avere in mente persone di cultura diversa, ma anche le persone più vicine all'improvviso ci appaiono detentrici di vissuti molto lontani dai nostri. Le recriminazioni estenuanti tra amanti sono tanto frequenti quanto le incomprensioni tra persone di etnie diverse. Il pubblico e il privato ormai si mescolano.
Un piccolo esercizio: cercare il proprio limite di tolleranza; se un negro non vi fa più impressione, provate allora con un bisessuale che mette in gioco le certezze sulle sessualità. Se questo test viene superato, provate con vostra madre che rompe o con l'amante che vi tradisce: prima o poi sicuramente troveremo il nostro limite e sbotteremo in una frase del tipo "No, questo proprio non lo tollero".
La parola su cui riflettere allora è proprio tolleranza. Dal latino tollere, ovvero sollevare, da cui sopportare, portare sopra.
Tollerare allora ha due accezioni: nella prima si tratta di sopportare una situazione, sentendone il peso sulla propria schiena; se tale peso non è troppo gravoso, allora lo si regge; nel secondo caso, tollerare è un atteggiamento di apertura verso l'altro. Ma è proprio quando questo altro tocca il nostro limite che la tolleranza diventa sopportazione.
A questo punto ciascuno di noi deve fare un esame di coscienza: tolto il pregiudizio di difesa, accettata la differenza altrui, il limite che l'altro inevitabilmente pone a noi stessi diventa un grosso peso, un limite alla nostra libertà. Il peso può diventare insostenibile e quindi spezzare la schiena, oppure la nostra identità rimessa in gioco può arricchirsi di nuova esperienza. Anche qui ciascuno di noi ha il suo limite di sopportazione, la sua capacità di abbandonare identità note per evolvere verso mete ignote.
Quello che possiamo fare è essere onesti con noi stessi: accettare il nostro limite, chiamandolo tale, e vedere se una curiosità verso lo sconosciuto può essere stimolo per ridimensionare noi stessi.


Tullio Tommasi


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