Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Giugno 2002 Pag. 3 Laura Ottonello


Laura Ottonello

 RICERCHE 

AGGRESSIVITA'

Nel suo lato affermativo l'aggressività è una componente costitutiva della vita

Si tratta di una spinta in avanti che si afferma al di là di tutti gli ostacoli: questo ci mostrano quelle piante che spuntano dalle rocce quando non sembrano esserci neppure quei presupposti minimi, come la terra nella quale mettere radici. Eppure la vita si impone, a qualsiasi costo.
L'uomo, non diversamente dal resto dei viventi, porta in sé quella tensione vitale che Jung chiamava libido, che si esprime attraverso i due rami fondamentali, l'amore e l'odio.
In quest'ultimo rientrano tutte quelle sfumature, emotive, comportamentali, di significato, dell'aggressività.
Fondamentale nella storia dell'evoluzione in quanto legata alla sopravvivenza, per difendersi dai predatori e per procacciarsi il cibo, nel tempo si raffina e assume, almeno nei contesti più evoluti, forme più subdole, mascherate, ma non per questo meno potenti e incisive.
Parallelamente al cammino del singolo uomo che ogni volta ripercorre le tappe dell'umanità, l'aggressività è ingrediente importante, seppure talvolta "scomodo", della crescita. Chi ha figli conosce quei periodi critici in cui il bambino, apparentemente senza ragioni (nostre), si mostra oppositivo.
O, in maniera ancora più eclatante, la vediamo negli adolescenti che, dovendo affrontare il difficile compito di un distacco definitivo che somiglia a nuova nascita, investono tutte le loro forze in modo propulsivo e prorompente. Anche a costo di fare male.
L'aggressività può esser vista come una componente-base su una linea ai cui estremi stanno polarità opposte: impulsività cieca e immediatezza irriflessiva che distruggono qualsiasi significato, oppure la totale arrendevolezza che coincide con l'inerte oggettualità del soggetto.
In entrambe le situazioni descritte viene meno la sua funzione fondamentale intesa, etimologicamente, come un andare verso il primo altro, ovvero se stessi. Parola, gesto, intenzione diventano il banco di prova della propria efficacia, la verifica tangibile del proprio esistere; è il confronto con se stessi e il mondo, l'entrata effettuale nella vita reale.
In entrambe le situazioni vi è lo scacco della soggettività che, incapace di emergere in una forma relazionalmente accettabile, si inscrive comunque nel rapporto attraverso significati difficilmente traducibili e, per questo, spesso non raccolti.
Dietro i grossi agiti vi può essere una profonda valenza trasformativa, ed è proprio in virtù di tale necessità che le pulsioni e i gesti che ne conseguono sono così prorompenti. Come avviene in natura, dietro la violenza si nasconde la vita che spinge per affermarsi.
A differenza degli animali feroci che uccidono per sopravvivere, fra gli uomini, talvolta, la violenza costituisce l'unico canale del sentirsi e del sentire; è drammaticamente il miglior copione per poter "esistere".
La relazionalità passa così attraverso modi che veicolano parole non dette, libertà irraggiungibili, orizzonti perduti.
L'uomo vorrebbe sempre poter controllare le proprie emozioni, soprattutto quelle negative, ma l'esperienza ci insegna che quanto più rimuoviamo e neghiamo istanze propulsive profonde, tanto più queste rischiano di sfuggirci di mano.
E' molto più inquietante e pericoloso, oltre che affettivamente meno coinvolgente, un bambino troppo calmo piuttosto che il contrario. Un essere umano poco vivace suscita noia e abbandono, è lontano dalla vita e la vita lo allontana. Anche l'etologia ci insegna che l'animale di branco che non ha modo di misurarsi con l'aggressività resterà ai margini del gruppo, incapace di riprodursi e di avere un ruolo ben definito.
Aggressività, in senso buono, significa imparare ad affermarsi con gli strumenti che si hanno a disposizione. E' compagna della competizione e del confronto: ci aiuta a metterci in gioco, a provarci, a costruire qualcosa dentro e fuori di noi.
E' un sentimento che segna il passo della nostra emancipazione, a partire dal rapporto con i genitori, dai quali, per molto tempo, si dipende. Nelle relazioni affettive più inconsce e invischianti l'affrancarsi dal padre, dalla madre, dal simbolo cui si è doppiamente legati, diventa un compito ancora più arduo. Il distacco è temuto perché vissuto fantasmaticamente come una morte tout court del soggetto stesso, ma la pulsione aggressiva trattenuta è molto forte. Come un fiume in piena, rischia di rompere la diga del controllo, ed ecco allora il gesto prorompente, l'immediatezza irriflessiva.
Tanto più urgente è l'istanza inconscia (di soggettività), tanto più aggressiva sarà la risposta all'ambiente relazionale. E' in questa chiave che, al di là di letture politiche, storiche o sociologiche, possono leggersi alcuni eventi della realtà odierna su scala mondiale. Dietro tanta violenza insensata si cela l'urlo di un'umanità che vuol farsi intera: è il fisiologico cammino di una coscienza che avverte l'urgenza di emanciparsi.
La libertà - scrive un umorista - tende all'obesità. Quanto più, inevitabilmente, aumentano i mezzi di comunicazione e la meta, sempre più allettante e abbordabile, di un riscatto della coscienza, tanto più forti e impulsivi sono i movimenti volti a recuperare la soggettività.
Nell'universo del singolo uomo inscindibilmente relazionato all'altro uomo, non sempre è facile riconoscere il lato affermativo dell'aggressività. Spesso la tendenza è quella di reprimere, nascondere sotto la maschera della persona, allontanando così la fecondità dei possibili significati.
Laddove vi è uno sbilancio di poteri contrapposti - questo avviene in ogni relazione cosiddetta "normale" - e uno dei due poli soccombe all'altro, l'esito finale è fatale. Mentre l'aggressività, in forme mascherate o attraverso il sintomo stesso, reiterato, continua ad esprimersi a vuoto, la soggettività, relegata sempre più sullo sfondo, si affievolisce allargando l'inefficacia a sfere sempre più ampie di comportamento.
E' compito umano imparare a gestire l'aggressività: la storia dell'evoluzione, anche quella tecnologica, ne è il risultato. Trasformare l'istinto, la natura, in cultura significa poter fare buon uso della tensione vitale, canalizzare la propria aggressività per tradurla in parola e gesto, propellenti della trasformazione.
La nostra cultura condanna le forme aperte di aggressività ma ne è al contempo infarcita. E' sufficiente guardarsi attorno. Nei manifesti e negli spot pubblicitari è impressa la voglia di colpire a qualunque costo: non è già questa una forma di violenza "gratuita"? Oppure fermarsi un attimo ad osservare come vengono incitati i bambini nelle competizioni "ludiche".
Siamo contraddittori: se da un lato rinforziamo le buone forme reprimendo tutti quei comportamenti che ad esse non corrispondono, in altri contesti, dove l'aggressività è un valore, ci sdoppiamo mostrandoci favorevoli, a volte in modo esagerato, alla sua espressione. Anche nel linguaggio esistono molte ambiguità. La mimica, ad esempio, è un linguaggio preverbale molto efficace nell'esprimere stati d'animo nascosti alla coscienza. Ma che pure si affermano, come al solito, al di là del nostro controllo egoico, contribuendo ad alimentare non solo confusività ma, ai limiti estremi, un danno irreparabile su un piano profondo dell'identità.
Non poter esprimere efficacemente, ovvero in modo adeguato e funzionale, la propria aggressività significa essere menomati perché mancanti di un tassello fondamentale per la propria auto-affermazione. Armonizzata in uno sviluppo coscienziale sano ed equilibrato che renda giustizia a tutti i lati della personalità, è essenziale nel fondare un individuo che, sia su un piano individuale che sociale, è portato, naturalmente quanto meritatamente, a godere e a testimoniare la possibilità di essere felice.


Laura Ottonello


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