Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Giugno 2002 Pag. 4° Ada Cortese


Ada Cortese

 PROFILI 

HANS GEORG GADAMER

Il fondatore dell'ermeneutica da disciplina particolare e ausiliaria
a vera koiné (linguaggio comune) del filosofare attuale.

Vita Nasce a Marburgo nel 1900. Studia prima a Breslavia con il neokantiano R. Hoenigswald, poi con N. Hartmann e P. Natorp. Dopo il dottorato ed il matrimonio conosce Husserl e Heidegger, del quale frequenta i corsi universitari a Marburgo tra il 1923 e il 1928. Diventa professore ordinario di Filosofia nel 1937 e, nel 1939, ottiene una cattedra presso l'Università di Lipsia, di cui diventa Rettore nel 1946. Nel 1947 insegna a Francoforte e nel 1949 ad Heidelberg, dove succede a Jaspers. Divenuto professore emerito nel 1978, Gadamer ha insegnato presso alcune università straniere e negli Stati Uniti. Nel 1979 entra a far parte del Comitato Scientifico dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli - città di cui diventa cittadino onorario nel 1990 - dove, da allora, ogni anno, ha tenuto lezioni e seminari, vivendo quella che egli stesso ha definito "una seconda giovinezza".
Muore all'età di 102 anni ad Heidelberg il 14 marzo 2002.

Contesto Storico

Gadamer avverte tutto il peso e la responsabilità degli intellettuali nel nostro tempo.
Passato attraverso due Guerre Mondiali, egli individua due pericoli imminenti: il pericolo di un nuovo episodio bellico e il disastro ecologico. L'Europa, da cui è sorta la cultura che ha impastato il mondo intero (cultura "di rapina"), deve animarsi perché "animandosi", ovvero valorizzando cultura e coscienza, impregnerà il mondo di questi beni: i soli capaci di negaentropia, ossia di accrescere se stessi quanto più vengano consumati.
Egli spera nelle nuove generazioni che danno segno di una coscienza aperta all'universalismo, alla solidarietà, attraverso la nuova bandiera rappresentata dall'"ecologia".

Pensiero In opposizione alla tradizione cartesiana e neokantiana volta esclusivamente alla fondazione metodologica della scienza, Gadamer afferma la priorità di una ontologia ermeneutica: la verità non può essere garantita da un metodo che mira al possesso dell'oggetto (scienza) come risulta chiaro nell'esperienza estetica e nello studio dei fenomeni culturali.
Il termine "ermeneutica" indicava in teologia l'interpretazione della Bibbia e in giurisprudenza quella delle leggi. In entrambi i casi non si pensava che potesse apportare delle verità definitive. Anche in filosofia l'ermeneutica non pretende di fornire nuovi sistemi filosofici ma piuttosto di dare all'idea di filosofia un'ampiezza culturale maggiore.
L'interpretazione appare così una dottrina molto più universale poiché il testo che liberamente possiamo interpretare è la storia universale. Ad esempio il modo di concepire il "tempo" ora non è più quello del tempo misurato ma quello del tempo vissuto, dai singoli e dalle culture.
L'interpretazione infatti non cerca di stabilire obiettivamente qualcosa di certo ma di portare alla luce il senso celato nelle costruzioni di una lingua, come quando per leggere un testo ad altri lo si interpreta.
Nelle scienze naturali il ricercatore deve eliminare la propria soggettività poiché le sue misurazioni devono poter essere ripetute e rese in forma matematica.
L'ermeneutica abbraccia tutte le scienze dove invece la determinazione matematica non è possibile poiché l'intendere avviene tra soggetti.
Il legame dell'ermeneutica con la "filosofia dell'esistenza" si rese palese con Heidegger e la sua idea per cui l'ermeneutica è la struttura dell'esistenza che si articola in linguaggio. Nella "filosofia ermeneutica" si possono includere però anche altri esponenti come Jaspers.
Per Heidegger la lingua, in quanto facoltà di comunicare tramite azioni simboliche, è l'esperienza umana fondamentale. Essa è soprattutto "dialogo" poiché prende vita solo nel dialogo. La svolta ermeneutica ha posto il fondamento della esistenza non più nella autocoscienza ma nel prender parte di ogni uomo al mondo comune, nella "reciprocità".
L'ermeneutica è perciò l'arte di saper ascoltare, l'arte di imparare a lasciare esprimere l'altro. Ed è la lingua che insegna a intendersi l'un l'altro e che permette il costituirsi della solidarietà. Nel dialogo si forma la lingua poiché è il vero momento in cui si verifica l'intesa reciproca. Ed è perciò che, come Platone, Gadamer considera il dialogo l'essenza della filosofia.
Scopriamo come il principio dell'ermeneutica - il fondersi in comunanza - sia basilare per comprendere la vita pratica e ogni "scienza dello spirito", allo stesso modo in cui sappiamo che le regole d'un linguaggio artistico non bastano per dar vita alle opere d'arte: "In `Verità e Metodo' ho cercato di dare fondamento all'idea che il linguaggio abbia una funzione evocativa anche per il pensiero e ho tentato di fare dell'ermeneutica una filosofia generale, un approccio generale al mondo e non una tecnica speciale per l'interpretazione dei testi.
Rispetto ad Heidegger, nella mia prospettiva, la questione diviene più complessa anche se, in parte, ho sviluppato alcuni motivi della sua filosofia. E' nota a tutti la famosa espressione heideggeriana: `il linguaggio parla'. Nel mio libro credo di aver correttamente sviluppato il senso di questa espressione provocatoria senza essere però così provocatorio.
Se si pensa, come facciamo comunemente, che non è il linguaggio a parlare, ma che siamo noi a usare il linguaggio, non si comprende il significato della formula heideggeriana; non si capisce, cioè, che quando qualcuno parla è condizionato da un orizzonte linguistico che lo precede, cioè dalle possibilità offertegli dal linguaggio per esprimere i suoi pensieri.
La funzione del linguaggio, nel quale il pensiero diviene del tutto concreto, è stata accentuata da me per chiarire la nostra esperienza del mondo. Come ho precedentemente affermato, la matematica non è un linguaggio poiché è un sistema convenzionale. Il linguaggio autentico è invece quello del dialogo sviluppato da tutti gli uomini nel loro reciproco rapporto, un linguaggio precostituito, dentro il quale gli uomini crescono ubbidendo ad esso". (¹)
La verità per Gadamer si svela dunque nell'atto interpretativo che nella sua storicità trova non un limite ma la possibilità di un colloquio con la tradizione ("fusione di orizzonti") che - testo o evento che sia - è comprensibile non in quanto "essere" ma in quanto "linguaggio". Non ci dilunghiamo sulle evidenti implicazioni che ha l'ermeneutica di Gadamer per la psicoanalisi. Riprenderemo in esame la relazione (sovrapposizione?) tra le due.

Opere Citiamo, tra le altre: L'etica dialettica di Platone, Lipsia, 1931; La nascita della filosofia, Lipsia, 1948; Verità e metodo. Lineamenti di un'ermeneutica filosofica, Tubinga, 1960; La dialettica di Hegel. Cinque studi ermeneutici, 1971; Sentieri heideggeriani. Studi sull'opera tarda di Heidegger, 1983; Chi sono io, chi sei tu?, 1973; L'attualità del bello, 1977; Poesia e dialogo, 1990.

(1) dal sito della Rai "Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche".


Ada Cortese


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