Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
Direttore : Dott. Ada Cortese
Via Palestro 19/8 - 16122 Genova - Tel. 010-888822 Cell 3395407999
| Home | Anno 11° | N° 40 |
| Giugno 2002 | Pag. 9° | Ada Cortese |

SCHEDE
EREUTOFOBIA, PUDORE E VERGOGNA
La vergogna evoca il rossore come qualcosa che tradisce la volontà di controllo -
e il pudore - di restare "opachi" agli occhi dell'Altro.
Ereutofobia deriva dal sostantivo composto greco "ereutos" (rossore) e fobia. Essa è fenomeno assai diffuso e, al solito, è questione d'intensità e di frequenza, la cosa che traduce il fenomeno dalla norma alla "patologia".
In questo secondo caso, per la psicoanalisi questa paura può essere intesa come sintomo generico di psiconevrosi ossessiva.
La paura di arrossire è agevolmente associabile alla paura dell'esposizione dell'eros animale: certo è paura estensibile all'insieme dei sentimenti e dunque all'insieme della vita affettiva interiore del soggetto.
Eppure, in quanto essa viene assimilata a componente "negativa" (donde la sua associazione ai due termini complementari "pudore" e "vergogna"), esprime la qualità del primordiale, del perenne e del numinoso: la Sessualità. Non è un caso che il fenomeno dell'arrossimento ricordi, quanto a dinamica fisiologica, pur cadendo sotto altra organizzazione, la vasodilatazione che accompagna i fenomeni di preparazione degli organi sessuali al coito.
Il pudore (desiderio di coprire le parti intime, la differenza) credo possa essere posto in relazione, archetipicamente, alla percezione seppure inconscia della sacralità che riveste la conoscenza umana conseguita a costo dell'uscita dall'Eden.
Paradossalmente, il pudore, inteso sia moralmente che filosoficamente, svela, "coprendo", il valore universale della cosa che "nasconde". Colui che ha pudore, conosce. Colui che non ha pudore o è innocente, o è nella rimozione patologica, o è nella "esibizione" patologica di ciò che, sul piano relazionale e cosciente, ha perso.
Se pudore indica la conflittualità contenuta e trattenuta, la vergogna è il sentimento che segnala lo smacco subito dal pudore che è stato, per così dire, sconfitto da una forza superiore e contraria: la fuoriuscita e nella parte del corpo più significativa, il volto, del fenomeno che il pudore doveva censurare. La vergogna evoca il rossore come qualcosa che tradisce la volontà di controllo, e "il pudore", di restare "opachi" agli occhi dell'Altro. La paura di arrossire giudica dunque il rossore come nemico che aggredisce a tradimento. Il volto cessa di fare la "maschera" e denuda l'essere umano.
La pelle ed il sangue sono come gli occhi: una finestra sulla vita della nostra anima esposta ad ogni sguardo.
Una volta posta l'originaria fonte di ogni vergogna e di ogni pudore (sessualità archetipicamente intesa), si può proseguire amplificando l'analisi alla corrispondente amplificazione dell'area che la coscienza oggi può intendere come dominio possibile della vergogna.
Si può arrossire per rabbia (per ferita narcisistica: l' essere colti in fallo rispetto ad una affermazione o ad un ragionamento, dunque per orgoglio), per timidezza, per innamoramento, per invidia, per gelosia (e dunque per onore offeso), per nevrosi ossessiva e... per caldane (qui al rossore si aggiunge semplicemente il vissuto di vergogna per la trasparenza dell'età!!!).
Pur mantenendo l'originario contatto con la sessualità, si può tranquillamente sostenere che, nella società del falso distacco, è ogni sentimento in quanto tale quello che non deve assolutamente mostrarsi. E ciò perché il sentimento è irrazionalità, confusione, calore incendiario, passione, turbamento della pura lucidità intellettuale, l'unico bene, quest'ultimo, che pare debba essere preservato... per farne cosa...?
Riepiloghiamo, dunque, il fenomeno dell'ereutofobia, ovvero la paura di arrossire, come paura di essere visti mentre si prova vergogna, ovvero, paura di essere visti mentre ci si sente trasparenti nel proprio "sentimento", senza pudore, senza coperture.
La paura di arrossire, ripetiamo salutarmente, coincide con la paura di non controllare la parte più intima della propria vita interiore: quella affettiva.
Ma il rossore non può essere inteso come compensazione al nostro razionalismo? alla falsa calma? al falso distacco?
Procediamo dal gelo al fuoco senza mezze misure, senza mediazione. Non c'è elaborazione, in certi aspetti del tempo e della psiche, tra cuore e pensiero.
Il cuore, tutt'uno con le viscere, o perlomeno, più di frequente alleato ad esse, non si fa fuorviare dalle vane e facili parole della mente che sa "mentire".
In genere è qualcosa di inaspettato, qualcosa che per elemento sorpresa, per elemento scaltrezza o altro proveniente dall'esterno apre un varco nella nostra corazza per niente magica assolutamente provvisoria, fatta di fragili ghiaccioli che fuoriescono dal nostro torace come aghi pericolosi ma che si sciolgono velocissimamente avanti al linguaggio a-razionale o sovra-razionale del pathos, del "sentire".
Quando il sapere controllante viene detronizzato dal sentire e basta, può accadere questo fenomeno tanto più temuto proprio da quelle persone che tanto più hanno "bisogno" di arrossire.
Cosa intendo?
Il rossore è mostrare all'altro, ma soprattutto anche a se stessi in virtù dell'altro, che siamo esposti al sentimento, alla fragilità della relazione primordiale con l'Altro, relazione di dipendenza.
Il rossore si accompagna spesso a vergogna e la vergogna è legata più che al pudore all'onore e all'orgoglio: l'orgoglio ci racconta la favola della nostra signoria, la vergogna ci racconta la realtà della nostra servitù.
Tutte le volte che siamo in posizione "down" non stiamo bene al mondo, avvertiamo il pericolo d'essere messi da parte, più che dall'altro e subito, anche e soprattutto dalla Vita perché la Vita, che lo si voglia ammettere o no, sceglie i "vincenti". Quali siano poi i vincenti è oggi, nel fenomeno umano in corso, tutto da decifrare e argomentare.
L'attività cogente non è l'attività raziocinante, bensì apertura a nuovi livelli di consapevolezza.
Non è certo il nostro Sé, la nostra consapevolezza ad arrossire in noi, bensì la coscienza, il nostro organo "sensoriale" di rapporto immediato col mondo.
Il fenomeno della compensazione al razionalismo, facilmente analizzabile sul piano individuale, è altrettanto grossolanamente visibile sul piano collettivo:
oggi sono i mezzi di comunicazione di massa che permettono questa riflessione se si riesce a superare quel momento di disgustosa ed immediata repulsione avanti al fenomeno della volgarità e della pornografia dello spirito. Se la pornografia del corpo umano è fenomeno di alienazione, come possiamo leggere il fenomeno dell'esibizionismo sentimentale in TV?
Eppure, poiché anche tale fenomeno s'inscrive nella trama dell'Essere in divenire, non possiamo restare alla sensazione del disgusto. Anch'esso segnala l'unilateralità del razionalismo, ovvero dell'assenza di senso che pare accompagnare ormai quotidianamente l'attività intellettuale dell'essere umano.
Ada Cortese
Tutti i diritti sui testi qui consultabili
sono di esclusiva proprieta' dell'Associazione G.E.A. e dei rispettivi Autori.
Per qualsiasi utilizzo, anche non commerciale,
si prega prima di contattarci:Associazione GEA
GENOVA - Via Palestro 19/8 - Tel. 339 5407999