Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Settembre 2002 Pag. 2 Agnese Galotti


Agnese Galotti

 EDITORIALE 

...SORGERA' UN GIORNO L'AMORE?

Sinceramente parlando, lasciamo la questione insoluta

"Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce" - una frase letta molto tempo fa, chissà dove, mi torna in mente oggi, proprio mentre avverto l'enorme importanza per ciascuno di noi di dare ascolto e rilevanza a qualcosa che sta crescendo, senza forse fare tanto rumore quanto ne fa ciò che distrugge.
Ciò che va lentamente crescendo è la tendenza a scoprire e affermare l'importanza e l'incisività del nostro agire, del nostro esserci nel mondo, come soggetti capaci di pensiero e di consapevolezza, superando il più possibile un dilagante senso di impotenza e di inerzia, che ci fa sentire burattini eterodiretti, consumatori dai bisogni tele-programmati, esseri inermi nelle mani di pochi potenti, senza alcuna possibilità di cambiamento.
Così leggo positivamente oggi la voglia di scendere in piazza da parte di persone comuni, per il gusto di rendere manifesto il proprio punto di vista. Così resto favorevolmente colpita da una caratteristica di queste `piazzate': la gioiosa vitalità.
Come spesso accade nei periodi storici più critici e bui, accanto al procedere torbido di poteri istituzionali, mossi da interessi particolari, avviene un risveglio delle coscienze; e oggi più che mai tale risveglio, che non riguarda solo pochi intellettuali ma che coinvolge direttamente la cosiddetta `gente comune', è reso urgente dalla portata dei problemi in ballo, che non risparmia nessuno: la preoccupazione per la sopravvivenza del nostro pianeta. Certo non si può dire che non fosse un problema annunciato: già da tempo c'erano tutti gli elementi per cominciare a rendersi conto che le risorse del pianeta non sono illimitate e che i danni continui all'ambiente finiranno per distruggerci, ma un conto è `sapere' qualcosa, un altro conto è arrivare a `sentirne' la gravità e l'urgenza sulla propria pelle.
E oggi bisogna essere davvero ciechi e sordi per continuare a non `sentire' proprio niente.
E' altrettanto evidente che siamo ancora ben lontani dal cambiamento di tendenza necessario, ma ciò non toglie che tante piccole coscienze stiano drizzando le orecchie, come tante antenne che hanno imparato a sintonizzarsi su una certa frequenza e non rinunciano più a `sentire'.
E questa, se vogliamo rendercene conto, è una potenza d'energia che, in tempi lunghi, certo, non nell'immediato, non può che incidere profondamente nella realtà concreta di tutti quanti.
Il vero nemico, a questo punto, non è tanto questo o quel politico, questo o quello stato, bensì la tentazione, che torna ad insinuarsi in momenti di stanchezza, di pessimismo o di delusione, di tornare a soccombere ad un `problema troppo grande'.
E' la tentazione cioè di non reggere la tensione di continuare a `sentirci vivi' e in quanto tali incisivi, e di rifugiarsi nello sterile lamento, nella passività che cerca e trova mille giustificazioni.
Anche questo atteggiamento può essere molto potente e può agire con una forza di contagio che annebbia le menti e anestetizza i cuori.
Direzionare la nostra attenzione su una lunghezza d'onda piuttosto che su un'altra è, forse più spesso di quanto non siamo disposti ad ammettere, qualcosa di possibile, uno spazio di scelta reale e concreto, in cui torniamo ad essere liberi e pertanto responsabili di ciò che alimentiamo nel mondo.
Riuscirà l'umanità a salvare se stessa? A sopravvivere alla propria ombra, alla propria stessa forza distruttiva?
Non ci è dato saperlo, e forse non è questo il reale problema.
Il problema riguarda piuttosto quanto ci stiamo permettendo di vivere `a pieni polmoni', ben svegli, di sperimentare la potenza del sentire che dà spazio al sentirci vicendevolmente e quindi di amare!
Quanto invece ci stiamo lasciando imprigionare dalla paura o dall'inerzia, morendo in vita, ben prima del tempo.
Forse possiamo fare nostre le ultime parole che Thomas Mann, nel concludere "La montagna incantata", rivolge al protagonista, Hans Castorp, mentre si trova nel fango, nel bel mezzo di una battaglia in piena guerra mondiale:
"Addio! Che tu viva o che tu cada addio! Le probabilità non ti sono favorevoli. La ridda in cui sei trascinato durerà ancora qualche annetto, e noi non scommettiamo che tu riesca a uscirne incolume. Sinceramente parlando, lasciamo la questione insoluta quasi senza preoccuparcene.
Avventure del corpo e dello spirito, avventure che affinano la tua semplicità, ti fecero vivere nello spirito ciò che probabilmente non vivrai nella carne. Da questa festa mondiale della morte, da questo malo delirio che incendia intorno a noi la notte piovosa, sorgerà un giorno l'amore?"


Agnese Galotti


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