Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
Direttore : Dott. Ada Cortese
Via Palestro 19/8 - 16122 Genova - Tel. 010-888822 Cell 3395407999

Home Anno 11 N 41
Settembre 2002 Pag. 5 Laura Ottonello


Laura Ottonello

 RICERCHE 

E NON SE NE VOGLIONO ANDARE...!!!

...Poi, quando se ne vanno, per sposarsi o vivere soli, continuano a dipendere dalla famiglia d'origine in forme più o meno mascherate. ...Poi, quando se ne vanno, per sposarsi o vivere soli, continuano a dipendere dalla famiglia d'origine in forme più o meno mascherate.

Non è facile, per noi adulti, entrare nel mondo giovanile, comprendere il loro linguaggio, aiutarli. E' sempre stato così.
Lo scarto generazionale ha, fin qui, costituito la barriera che separa i giovani dai vecchi, relegando i due poli, almeno per un periodo di tempo di durata variabile, in posizioni diverse e spesso distanti da un'autentica dialogicità.
Parlando di giovani mi riferisco a quella fascia d'età comunemente intesa come adolescenza. Periodo che, in passato, si concludeva con la fine degli studi e l'entrata nel mondo del lavoro. Oggi le società si trasformano molto rapidamente e verifichiamo che un primo dato importante - l'età scolare - ha subito profondi cambiamenti. I giovani studiano molto più a lungo, procrastinando il tempo dell'autonomia economica più avanti nel tempo. Frequentano le università, i dottorati di ricerca, le specializzazioni, formazione-lavoro poco remunerate e vivono molto più a lungo in famiglia. Quei conflitti generazionali che in passato accomunavano molte persone, oggi sono molto meno accesi se non del tutto scomparsi.
Studi a parte, esiste poi una grossa fetta giovanile che, "sconfinati" i limiti del rodaggio adulto e già inseriti in contesti lavorativi, indugiano a lungo nella casa dei genitori condividendone, in una sorta di pseudo-autonomia, gli spazi. Quando se ne vanno, per sposarsi o vivere soli, continuano a dipendere dalla famiglia d'origine in forme più o meno mascherate.
E' una tendenza delle culture occidentali più ricche, ma soprattutto in Italia è un fenomeno che si va diffondendo. Perché i figli non se ne vogliono andare? Cosa c'è dietro? Paura? Incapacità di essere soli? O semplice opportunismo? Cosa significa simbolicamente affrancarsi dalla propria famiglia d'origine? Un fenomeno nuovo che, letto parzialmente, su un piano individuale, può rafforzare le reciproche interdipendenze mentre nei soggetti più sensibili disorienta e sconcerta; su un piano più allargato rappresenta un fenomeno nuovo che chiede di essere raccolto.
Lasciare i luoghi dell'infanzia significa affrontare la più importante esperienza evolutiva: il lutto. Una parte fondamentale muore per fare spazio a una vita propria, originale, inedita.
Non è un'impresa da poco poiché richiede un bagaglio di competenze, affettive innanzitutto, che possono ora dispiegarsi e produrre il frutto di una singola, irripetibile, specificità.
Per far questo, per emanciparsi dalla condizione infantile, occorre imparare a farsi "orfani", soli e responsabili della propria vita.
Forse di questo i ragazzi hanno paura, per questo tendono a rimandare l'età delle responsabilità e in questo senso noi adulti siamo "pro-vocati", ovvero chiamati in causa.
E' interessante chiedersi se siamo capaci di educare alla consapevolezza, alla libertà e alla responsabilità. Quando i figli non se ne vogliono andare siamo, nostro malgrado, coinvolti affettivamente e ne restiamo confusi, sbigottiti o irritati. Talvolta, vittime del nostro narcisismo o di un'indulgenza che prima ancora di essere per il figlio è per noi stessi, giustifichiamo razionalmente le ragioni di tale situazione, soprattutto le motivazioni economiche, legate al lavoro, non sempre facile da reperire. Altre volte, più rare, ci permettiamo pensieri aggressivi sussurrati verso questi figli "sordi ad ogni dignità" (avete visto "Tanguy"?).
Una delle avventure più affascinanti della vita è proprio quella di abbracciarla, nell'incontro pieno di speranze di chi, nuovo, vi si affaccia. Il nuovo, in questo caso, è il giovane che, preso commiato dal protettivo grembo materno, ha la fretta e l'entusiasmo di investire nei progetti, nei sogni, nelle aspettative che tracciano un percorso esperenziale originale e creativo.
Ma il nuovo è potenzialmente in ogni uomo, ogni volta che questi ha il coraggio di guardarsi dentro e, con onestà, interrogarsi.
La vita richiede infatti, fasi di azzeramento, aggiustamenti e aggiornamenti coscienziali continui, in ogni stagione.
Sono momenti fisiologici, ma faticosi da reggere perché implicano il dolore di abbandonare quegli spazi mentali abituali, noti e rassicuranti. E' un costante rinnovamento spirituale che ricalca lo stesso avvicendamento cellulare del corpo materiale. Perché la vita, come l'uomo, non è mai uguale a se stessa ma si trasforma continuamente.
Per questo, alla luce di queste implicazioni, il fenomeno sociale che vede i giovani sempre in secondo piano, pavidi e prudenti, ci deve far riflettere. E' necessario recuperare il senso di tale evento, tentare di tradurlo, comprenderlo, perché mette, dialetticamente, in discussione la nostra capacità di educere come "maestri" e guide.
Noi genitori vorremmo risparmiare ai nostri figli le privazioni che abbiamo patito, spesso li iperproteggiamo per evitare loro esperienze negative che fanno male. Le nostre paure, i fantasmi, le ossessioni spesso ci accompagnano, ma non ne siamo coscienti, li mettiamo da parte nel tentativo di renderli innocui. La società, in questo, ci aiuta a rimuovere, con la triste conseguenza di un lento collasso della personalità totale, con l'appiattimento della vita in un ristagno perenne, per tutti, nella condizione edipica.
Il rischio, a mio avviso, è quello di rimanere schiavi di un benessere consumistico che chiude le porte ad ogni impresa pionieristica, sia pure quella di "osare" in una piccola cosa. Ecco, mi sembra che molti dei nostri giovani siano in difficoltà rispetto a un compito evolutivo essenziale. Dopo l'undici settembre, poi, è caduto l'ultimo baluardo simbolico delle nostre certezze ed è aumentata la paura.
I governi rafforzano controllo e difese, aleggiano le condizioni di allarme.
Da quel giorno ognuno è più solo e si aggrappa a quello che ha.
Difficile rinunciare alla propria calda, rassicurante, nicchia affettiva!
Eppure i giovani hanno bisogno di "sballare" ovvero uscire dagli schemi, viaggiare! L'uso di droghe, presente fin dalle origini in forme ritualizzate, lo conferma.
Qualcuno, prendendo a prestito gli strumenti che ha a disposizione, ce la fa, anche egregiamente. Lo testimoniano tutti quei ragazzi cresciuti in situazioni familiari difficili che, con impegno, abnegazione e responsabilità, sostengono e "lavorano" anche per i genitori dimostrandosi, di gran lunga, più grandi di loro... Altri si immobilizzano, in una rete avvolgente, calda e vischiosa che, in realtà, mostra un solo lato, quello soporifero delle sicurezze.
Il prezzo da pagare è spesso alto:
è affettività trattenuta e, soprattutto, depauperamento e ristagno della creatività. Una sorta di corto circuito energetico i cui segnali, in forme diverse, emergono alla superficie.
Dietro i malesseri, le ansie e le idiosincrasie di tanti ragazzi si celano spesso le spinte inconsce a voler finalmente infrangere quella pericolosa doppia barriera.
Chi ce la fa scopre che l'amore per il genitore che lascia è lo stesso che prova per se stesso e non è in contraddizione col primo ma anzi lo rafforza. Scopre che la sua felicità non contrasta col desiderio di chi lo ama, scopre la sua fallacità, i suoi limiti, le ombre; scopre valori quali la libertà e la responsabilità, impara a scegliere e a distinguere: scoprendo l'"Altro" come estraneo e scoprendo se stesso, entra nella dimensione etica e collettiva della vita.


Laura Ottonello


 HOME     TOP   
Tutti i diritti sui testi qui consultabili
sono di esclusiva proprieta' dell'Associazione G.E.A. e dei rispettivi Autori.
Per qualsiasi utilizzo, anche non commerciale,
si prega prima di contattarci:

Associazione GEA
GENOVA - Via Palestro 19/8 - Tel. 339 5407999