Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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| Settembre 2002 | Pag. 12° | Alberto Toniutti |

STREAM OF CONSCIOUSNESS
COMMOZIONE
Inno alla vita e motore di trasformazione
- 9 ottobre 1963: disastro del Vajont: un pezzo di montagna scivola nella diga da poco terminata e cinque paesi vengono spazzati via da una valanga d'acqua. Disastro annunciato, prevedibile, ma non evitato perché il potere e l'interesse economico del singolo hanno prevalso sul bene comune.
- Ieri: un ragazzo di 26 anni e uno di 6 entrano in ospedale con diagnosi di tumore. Una vita che inizia il suo lungo percorso verso la medicalizzazione; una vita che si avvia verso il declino.
- Oggi: una madre rimasta sola con tre bambini molto piccoli: prima il tentato suicidio del marito, poi la morte improvvisa del convivente che era divenuto buon padre per i figli e marito per la donna.
Che cosa unisce tutti questi eventi?
Al di là delle possibili cause oggettive che certo potremmo rintracciare, c'è qualcosa che diventa ai miei occhi molto più importante: tutti eventi legati all'esperienza "diretta" o "indiretta", passata o recente del sottoscritto.
Momenti tragici, atti violenti che la vita impone, anche se in modo assai differente, ad ognuno di noi. Nessuno può esserne escluso.
Momenti che spesso vengono risolti attraverso parole che nel colloquio amicale sembrano forzare all'estremo un senso ironico e al tempo stesso grottesco lì dove si pronuncia: " è la sfiga!".
Ma è sempre più evidente che l'ironia, il motto di spirito, il linguaggio codificato in espressioni stereotipate, tutte queste modalità di espressione diventano espedienti attraverso cui esprimere o, meglio, liberarci da un'intensità emotiva e da una commozione che ci coglie e attraversa. Commozione verso cui ci scopriamo imbarazzati e pieni di pudore, commozione che sempre più spesso diventa difficile reggere.
E non parlo del senso di "pena" o di quel dire moralistico che compatisce l'altro attraverso parole che risuonano più o meno in questo modo: " poverino, guarda cosa gli è successo, non so cosa farei se fossi al suo posto...".
Commozione nel senso di "muoversi con": permettere dunque alla vita e all'altro, che in quel preciso momento per noi la significa, di entrare in noi e di attraversarci con tutta la sua potenza.
E' così che la possibilità di commuoverci diventa atto di coraggio attraverso cui siamo disposti ad amare e patire.
Il fatto che ognuno di noi, fosse anche solo una volta, magari nel rapporto intimo e segreto con se stesso, abbia potuto sentire tutto questo, è certo indubbio.
Ma proviamo a chiederci quanto nella nostra vita abbiamo il coraggio di celebrarlo? Quanto lo rendiamo sacro? Quanto siamo disposti ad andare oltre il motto di spirito o, meglio ancora, oltre l'uso caricaturale linguistico che, con la stereotipia in cui spesso si propone, svela la distanza tracciata tra il soggetto e il suo dire, tra l'essere e l'esserci?
Rendere sacro significa permetterci di cogliere e celebrare in noi tali esperienze: divenire portatori di quel sentire perché noi siamo consustanziali (nel senso di avere dentro di noi) a tutte quelle vicende di cui quelle citate all'inizio non sono che frammenti. Frammenti della storia dell'esserci dell'essere, dello svelamento della Presenza al mondo della consapevolezza umana, svelamento dell'umano a se stesso.
L'uomo è tale, ovvero è soggetto che si dispone innanzi alla vita assumendosi il compito della propria esistenza, allorchè incarna quell'atto di coraggio che consiste nel farsi portatore, attraverso le vicende della propria vita, di tale tensione e commozione.
Il giudizio egoico, l'ironia, il moralismo, il buonismo, la lacrimuccia immediata: tutto questo ha poco a che fare con la soggettività, tutto questo appare atto dissacratore e delegante.
Ogni volta in cui sono colto da tali momenti, mi scopro sgomento e al tempo stesso onorato per la possibilità che mi è offerta di contattare la potenza della vita attraverso l'energia della commozione.
Sono dispiaciuto, amareggiato e sfiduciato ogni qual volta vedo calare su tale sguardo l'ombra della difesa e dell'appropriazione egoiche.
Allorchè la tensione non è retta e noi non ne siamo portatori, allora le "brutture" della vita vengono radicalmente tolte di mezzo: forclusione diceva Lacan, fare come se la cosa non esistesse.
In altro modo, l'energia percepita in forza di tali situazioni può divenire carburante per l'ego e per la difesa che viene agita attraverso mille espedienti che segnano l'impossibilità e la paura di reggere quel dolore.
Dolore che non parla dell'oppressione ma che, se accolto, diviene inno alla vita e motore di trasformazione.
Alberto Toniutti
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