Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
Direttore : Dott. Ada Cortese
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Home Anno 11° N° 42
Dicembre 2002 Pag. 2° Ada Cortese


Ada Cortese

 EDITORIALE 

FRATELLI CRUDELI?

Saremmo davvero fratelli crudeli se coltivassimo radicalmente la mutazione coscienziale?

Ho l'impressione non ci si voglia svegliare del tutto.
Che si voglia restare tra favola e risveglio.
Il cosiddetto Grande Risveglio Spirituale non ha nulla a che fare con sentimentalismi, romanticismi e umanesimi unilaterali. Il risveglio consiste, radunando tutte le nostre facoltà intellettive e senzienti, nel sopportare lo sguardo sulla nuda Cosa. Al di là del Bene e del Male, senza voli verso il prima o verso l'oltre, assistere anche solo al grande Fenomeno del Mondo.
Perché è così difficile accettare la partenogenesi della natura, la sua crescita, il suo dramma, senza dovere scaricare le tensioni su un Grande Responsabile?
Perché è così difficile, accanto all'umana, composta e silenziosa pietà, riconoscere quella necessità superiore a cui la stessa Madre di tutte le Madri ha saputo sottomettersi?
Ma avete presente gli infiniti volti della Madonna in cui essa, la Pietà, è rappresentata? Avete presente lo sguardo della madre e del Figlio? Mai trapela facile emotività, ma solo un dolore infinito che dice anche l'infinita impotenza per quello che già si lascia intuire essere un destino dolorosissimo ma necessario e finalizzato. Noi invece temiamo di dare nome alle cose nel distacco. Temiamo l'oscillazione tra l'algida osservazione scientifica e il bruciante coinvolgimento affettivo.
Eppure occorre spendere due parole a favore della scienza se scienza è semplicemente conoscenza. Ecco, noi non reggiamo avanti alla visione distaccata dell'evoluzione di cui siamo parte. Non la vogliamo avere. Vogliamo restare ciechi e vicini al dolore. L'immagine che mi sovviene è di una Madonna che, per non reggere il dolore, non lascerebbe né riconoscerebbe a Cristo il suo destino salvifico.
Quando avanzo la necessità che in me l'essere avverte di incoraggiare la mutazione che mi ha colpita nel venire al mondo, mutazione di logica e di struttura coscienziale, spesso mi sento dire che per noi, qui in questa parte tranquilla di Occidente, è facile parlare di compito spirituale, che ogni secondo al mondo muoiono tot bambini, che in Sud America esistono commerci vergognosi di carne umana, che i poveri e i barboni non possono essere rimossi.
Ecco: mi sento di nuovo sola nel repentino e subdolo cambio di registro su cui l'altro si sposta e dal quale osserva, giudica e ascolta il mio esserci.
Tutte le volte che si cerca di parlare oltre l'immediata immedesimazione (che non può durare troppo a meno di non decidere di dedicarci la vita), oltre la comunione naturale della carne e del destino fisico, tutte le volte, dicevo, che si tenta il nuovo discorso con totale determinazione e con radicale sentire, sembra che si compia il peccato immondo ed egoico della selezione solo perché si vuole consacrare la totalità del proprio essere al mondo all'evoluzione coscienziale dell'Essere!
E la fiducia che questa esigenza provenga proprio dall'essere stesso che soffre e ha sofferto i limiti della "pre _ mutazione" (quando persiste lo stato limbico del guado inoperoso), è sempre troppo facilmente sottratta.
Proprio nel momento cruciale!
Quando occorrerebbe dire un no radicale alla radice della sofferenza! Quando si dovrebbe osare entrare nella stanza che già per noi è stata arredata di quella trasparenza e universalità concreta che saprebbe, nei secoli dei secoli, sottrarre il dolore nel mondo.
Ma non si tollera la colpa di abbandonare e così si pretende di erigere a metodo la paralisi.
Sì, perché paralizzante è restare nella figura spirituale del pensiero che coglie sempre e solo la contraddizione. Pavida è quella condizione psichica che accusa la necessaria nuova radicalità di "rimozione" unilaterale perché in realtà non fa che ribadire l'impossibilità sia di pensare il nuovo che, tanto meno, di tentarlo qui ed ora subito. Si rimuove, così, quel lato dell'animale uomo che non sa amare la libertà ed i grandi voli. E non sa non perché sia brutto e cattivo, ma perché tale ignoranza gli è elemento costitutivo in una certa sua fase evolutiva; lato, dunque, fisiologico e non moralistico.
E così ancora una volta il Grande Inquisitore di Ivan Karamazov non molla la scena. Ancora una volta nel nome dell'amore per il genere umano, per i suoi fardelli, per la sua imperfezione, si preferisce restare al calduccio sotto l'ala anche se soffocante di qualche autorità ideologica che tolga l'abisso e l'angoscia dell'essere orfani e responsabili su questa Terra della fragilità di Dio.
Non mi dispiace affatto tentare di cambiare tutto questo.


Ada Cortese


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