Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
Direttore : Dott. Ada Cortese
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| Dicembre 2002 | Pag. 5° | Tullio Tommasi |

SCHEDE
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LE CITTA' POSSIBILI
Brevi riflessioni tra individuale e collettivo
"La città dice tutto quello che devi pensare, ti fa ripetere il suo discorso, e mentre credi di visitarla non fai che registrare i nomi con cui essa definisce se stessa e tutte le sue parti." (I. Calvino- Le città invisibili)
La città , nel corso della storia, ha sempre rispecchiato le idee fondamentali su cui si basa una cultura: è il palcoscenico ideale per mettere in scena gli eventi che caratterizzano ogni società.
Ogni forma urbana diventa immagine del tempo e delle regole di convivenza del gruppo.
Senza entrare nella complessa storia delle città, bastano alcune considerazioni per sottolineare certi cambiamenti fondamentali: la città tradizionale aveva lo spazio pubblico costituito dalla piazza, luogo esterno, aperto; la città contemporanea racchiude lo spazio pubblico, sia fisicamente che simbolicamente.
Se nelle città greche il teatro, i templi, l'agorà erano a diretto contatto con il mondo esterno, via via questi luoghi sono diventati sempre più contenuti in muri e si sono scollegati dalle altre parti della città. Questo non solo per fattori di comodità o di clima, ma perché lo spirito di comunità della polis antica, basato sulla partecipazione attiva in cui individuale e sociale si intersecavano, si è perso in favore di una specializzazione delle varie forme di attività, con conseguente creazione di compartimenti stagni.
Come altro esempio possiamo pensare alle città cresciute con la rivoluzione industriale, dove si formarono immensi quartieri dormitorio e divenne evidente la specializzazione dei vari luoghi: per lavorare, per dormire, per divertirsi.
L'alienazione non era quindi solo a livello del lavoro svolto, non più legato alla propria unicità umana, ma lo stesso vivere diventava uno spostarsi in zone specifiche in cui occorreva vestire gli abiti adatti al luogo.
Gli esempi potrebbero continuare, vorrei solo accennare al dibattito che si accese tra gli urbanisti verso la fine dell'Ottocento, divisi tra progressisti e culturalisti. I primi ipotizzavano un'architettura razionalista, una città altamente funzionale in cui le varie zone specializzate avrebbero ottimizzato la vita urbana.
Le basi teoriche, rintracciabili nell'utopista Fourier a cui Le Courbusier si ispirerà, riguardano una giustizia sociale attuata attraverso un'organizzazione spaziale che consenta a tutti i cittadini di fruire dei benefici della tecnologia.
Il collettivo prende il sopravvento ma, partendo da fini nobili, certe forme di razionalizzazione radicali sfociano poi in autoritarismi dove il cittadino si ritrova in una struttura che non riconosce più sua.
Viceversa, i culturalisti pensavano al ritorno a vecchie forme urbane:
nessun prototipo né standard urbanistici, ogni edificio sarebbe stato diverso dall'altro e l'attenzione avrebbe riguardato soprattutto gli spazi comunitari.
Se quindi i razionalisti hanno l'obiettivo di una società ideale su larga scala, i culturalisti pensano alla comunità nella sua specificità.
Le differenze sono sostanziali: nella comunità l'uomo attivo, il cittadino politico diventa protagonista: individuale e sociale nuovamente si mescolano.
La città rispecchia i due lati dell'uomo: l'individuale e il collettivo.
Entrambi convivono in noi e la storia del pensiero umano potrebbe essere vista come un continuo interrogarsi sulle interazioni tra queste due dimensioni.
Oggi l'equilibrio è sempre più difficile, talvolta prevale una delle due, spesso c'è una totale schizofrenia e noi assumiamo ora l'una ora l'altra, identificandoci totalmente con un singolo lato.
Prevale allora un individualismo egoistico o una folla che diventa gregge.
Il cittadino, simbolo di singolo individuo che forma ed è formato da una rete sociale, tende a scomparire.
La città attuale è ancora una volta concreta attuazione di questa schizofrenia del nostro tempo.
Da un lato esistono singole abitazioni sempre più mono familiari, in cui i nuclei sono ormai singoli o coppie con figli annessi, dall'altro crescono ogni giorno nelle periferie i centri commerciali: capannoni dove ci si sente tutti uguali, nel rito dell'acquisto facile che ci fa illudere di essere individui consapevoli.
In mezzo non c'è niente: il mercato tende a scomparire, la piazza è solo un luogo di passaggio, i luoghi della decisione politica sono estranei.
Le vecchie aree di coesione sociale hanno perso l'originale funzione.
L'antico cittadino, che poteva provare un senso di comunità incidendo attivamente su di essa, non esiste più: sembriamo individui che, quasi casualmente, si ritrovano a vivere nello stesso luogo.
L'adagio della Gestalt, per cui singole parti messe insieme costituiscono qualcosa di più e di diverso rispetto alla loro semplice somma, non è più vero: le città sembrano essere diventate solo un elenco anagrafico senza identità specifica.
Il bene comune è perso di vista, nell'esagerata attenzione al proprio bene personale.
Una riunione di condominio è uno spaccato emblematico di tutto questo:
l'aspetto importante non è l'edificio, ma il singolo interesse.
Si potrebbe continuare con gli esempi, ma credo che ognuno di noi abbia presente questo stato delle cose, che è ormai talmente radicato che quasi nessuno può proclamare la propria innocenza.
Sembra che non siamo più in grado di far parte di una comunità.
Certamente esempi in senso contrario esistono, ma spesso sono relegati a localismi isolati, piccole isole felici o anacronistiche che non incidono sull'andamento generale.
Oppure la comunità ritorna solo quando c'è un nemico esterno da combattere: lo straniero che mette in pericolo le proprie credenze sicure.
Eppure individuale e sociale non possono essere separati, proprio perché l'uno non esiste senza l'altro.
Il collante tra le due dimensioni è la relazione. Se perdiamo questa o non siamo più abituati ad attivarla, allora solitudine nelle proprie piccole abitazioni e alienazione nei grandi magazzini aumentano.
Conciliare individuale e sociale non è facile, soprattutto ora che nessuno vi è più abituato, ma è l'unica strada contro la schizofrenia.
Solo così possiamo tornare a essere cittadini.
Vorrei però finire con una nota di speranza che riguarda proprio la mia città.
In questi ultimi tempi Genova è in contro tendenza.
E' una delle poche città che, invece di peggiorare nel suo aspetto e nella sua vita, è riuscita a migliorare. Penso al centro storico che sta ridiventando vero centro della città.
Non c'è la forza centrifuga che porta illusione di vita attiva nelle periferie dei centri commerciali, ma piuttosto un'attenzione al nucleo centrale della città. Non so se questo episodio possa incidere davvero nell'atteggiamento dei cittadini, comunque è un segnale che qualcosa si sta muovendo.
Quando passo per piazza De Ferrari le uniche persone che abitano la piazza e non sono di passaggio sono ormai solo gli extracomunitari. Solo loro rendono a quel luogo il suo senso originale, e anche questo è un segno dei tempi.
Tullio Tommasi
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