Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
Direttore : Dott. Ada Cortese
Via Palestro 19/8 - 16122 Genova - Tel. 010-888822 Cell 3395407999

Home Anno 11° N° 42
Dicembre 2002 Pag. 8° Ada Cortese


Ada Cortese

 METODO 

MASOCHISMO MORALE E MASOCHISMO FISICO


Due tra i più inquietanti prodotti del micidiale connubio tra paura e aggressività.

Il ruolo dei sintomi
E' ancora attualmente accolta l'ipotesi secondo cui la paura sarebbe al centro di tutti i disturbi psichici.
Essa ci offrirebbe la possibilità di individuare il punto d'incontro tra soma e psiche.
Si parla, ovviamente, di paura patologica, non legata a pericoli reali e va inoltre ricordato che, nell'universo della patologia, va distinta la paura manifesta, con valore di sintomo, dalla paura latente, coperta da un sintomo.
I quadri nosologici estremi sono per la paura manifesta: le nevrosi fobiche, per quella latente: le nevrosi ossessive.
Il fobico sa d'aver paura; l'ossessivo la maschera dietro il rituale.
Spesso le nevrosi ossessive sono precedute da fasi fobiche, l'ossessione interviene come difesa dalla consapevolezza della paura.
Il sintomo come difesa dalla coscienza della paura lo si ritrova alla base di certi deliri.
Ma qual è la funzione della paura?
Essa segnala il pericolo, mobilita l'energia con lo stato di allerta che predispone l'organismo all'azione di difesa.
E qual è allora il ruolo clinico dei sintomi?
Essi si sostituirebbero all'azione in ciò spezzando la tensione dovuta allo stato di all'erta.
Nel soggetto cosiddetto ossessivo il rituale come sintomo lo difende, oltre che dalla coscienza della paura, anche dalla coscienza della sua forte aggressività.
Il soggetto ossessivo pare essere più rigido del soggetto fobico.
Egli pare, da un lato, caratterizzato da una debolezza primaria dell'Io che deriva da un minor grado di organizzazione di quest'ultimo e, dall'altro, da tendenze aggressive più forti che un Io debole non riesce a dominare.
L'origine della paura patologica pare allora essere legata alla pulsione aggressiva.
La paura ha la funzione di segnalare la forza di tale pulsione in quanto pericolo che minaccia il soggetto.

I travestimenti della paura
Nel suo percorso verso il travestimento che la renda in qualche modo gestibile dall'Io, la paura può trasformarsi o in ansia (e questa in angoscia) o in depressione.
Se la paura si dice tale perché permane in rapporto diretto con il pericolo che la provoca, via via che essa si allontana dalla causa originaria, proprio perché "sconnessa", "slegata" e "irrelata", diventa ansia che può ancora mascherarsi ulteriormente dietro il sintomo fobico e/o ossessivo; oppure si fa angoscia, più difficile da nascondere e "legare" dietro un sintomo ben definito.
L'angoscia, come già notava Freud, tende a riprodurre se stessa e ciò che l'ha fatta sorgere in un estenuante quanto fallimentare tentativo di "abrearla" all'origine.
Stessa dinamica per la depressione.
Se per Freud erano solo l'insoddisfazione sessuale ed i traumi a produrre angoscia, è da tempo ormai accolta l'ipotesi che ogni stato di frustrazione possa dar luogo all'angoscia.
Nonostante ripensamenti, Freud non risolse il problema dell'angoscia e neppure Jung.
Forse perché non venne sufficientemente compresa la natura delle relazioni esistenti tra aggressività e paura.

La relazione tra aggressività e paura
Guidati da M. Klein e da S. Nacht, possiamo ipotizzare che il più remoto rapporto tra aggressività e paura risalga al mondo infantile neonatale (secondo questa tradizione psicoanalitica, dai sei mesi in avanti ).
L'aggressività sarebbe la reazione pulsionale alla mancata soddisfazione di bisogni elementari primari e quindi alla persistenza della tensione.
Il bambino però, sappiamo, non può esprimere aggressività verso la persona da cui dipende per la sopravvivenza; quindi nasce la paura della propria aggressività che condurrebbe all'autodistruzione.
Questa sarebbe la prima paura ed anche la più difficilmente sradicabile.
Da allora in avanti ogni pulsione aggressiva verso l'oggetto di una frustrazione o di un'insoddisfazione rimarrà associata, ancorata alla paura, poiché tale oggetto verrà confuso dall'inconscio personale che lo identificherà con quello che fu all'origine delle prime frustrazioni.
Più il bambino reprime l'aggressività, più la tensione persiste ed aumenta in quanto l'energia, provocata dall'inibizione dell'aggressività, resta bloccata. E a questo punto intervengono anche fattori costituzionali a decidere il grado di disagio psichico futuro: la sopportabilità alla tensione, la forza dell'istinto…

Masochismo morale (o Depressione)
L'aggressività che non può trovare sbocco all'esterno viene rivolta dal bambino su se stesso. E qui sta forse la radice del cosiddetto masochismo morale¹, ovvero la convivenza subita dall'Io con una sorta di Superego percepito come carnefice e giudice inquisitore.
Il masochismo morale è una figura di quella condizione psico - fisica più genericamente chiamata "depressione".
Distinguendo poi la depressione tra vera e propria patologia e predisposizione alla condizione "depressiva", l'unità fondamentale di ogni stato depressivo pare essere l'accoppiata tra senso di colpa cosciente e notevole riduzione della propria autostima con diminuzione provvisoria dell'attività mentale e psico - motoria, nonché delle funzioni organiche.
Essendo il depressivo un soggetto che originariamente non ha concluso affermativamente l'elaborazione del lutto (conseguente alla percezione dell'indipendenza dell'oggetto d'amore: la madre), ne consegue che egli sia tale proprio perché imprigionato nel limbo della modalità relazionale narcisistica. Ciò significa che l'oggetto del suo amore deve essere onnipotente, infallibile, buono e sempre presente.
Poiché l'oggetto reale non possiede mai queste qualità, e poiché il soggetto cortocircuita la relazione in una identificazione introiettiva, l'aggressività per la frustrazione diventa immediatamente autoaggressività.
Il soggetto si trova a vivere come una mutilazione di quella che considerava la parte migliore di sé (l'oggetto buono) e si trova esposto senza riparo alla potenza scatenata della sua aggressività e alla messa in minoranza delle sue pulsioni d'amore.
Anche se non si può negare la validità dell'ipotesi relazionale, resta ad essa affiancabile la teoria del Freud maturo sulla primarietà della pulsione di morte, accanto all'altrettanto primaria pulsione di vita. Anche per l'intensità della sua manifestazione valgono gli elementi fisiologici e psichici già sopra citati.
Da un punto di vista filosofico esistenziale resta il fatto che ogni nostra angoscia, ogni nostra depressione, può essere fatta risalire alla paura che tutti ci accomuna e che ha un preciso inesorabile nemico: la morte.
Morte voluta dalla madre che non ci delizia con il latte che vorremmo, morte voluta dal compagno che ci abbandona, morte voluta da un Dio paradossale, morte voluta dalla Necessità.
Ma reimmergiamoci nelle profondità, torniamo verso quelle posizioni intermedie che ci consentono di rimuoverla quel tanto che basta per continuare a vivere e a scrivere. Allontaniamoci da linee di confine così inquietanti e perturbanti e torniamo al masochismo.

Masochismo fisico
Accanto al masochismo morale e alla depressione che salvano sempre gli altri a proprio discapito, va però segnalato un altro masochismo: quello fisico.
Se il masochismo morale può affondare le proprie radici in esperienze primarie e sistematiche di cortocircuito tra frustrazione e aggressività , il masochismo fisico pare affondare la sua origine in violenze realmente subite da familiari (non necessariamente la madre) in epoche più evolute della maturazione psico - fisica.
Diciamo "violenze realmente subite" con ciò intendendo la partecipazione della coscienza del bambino nella relazione entro cui egli ha subito la violenza (psichica e o fisica).
Se da un lato essa, quando si mostra con l'evidenza della ferita fisica, ci inquieta e immediatamente ci fa pensare ad un sintomo di tipo psicotico, è anche vero dall'altro lato, che questa naturale repulsione all'autodistruttività fisica potrebbe condurre noi terapeuti fuori strada inducendoci ad un tipo d'intervento che anziché curativo, come nelle nostre naturali intenzioni, rischia di diventare ulteriormente patogeno.
Non stiamo dicendo che non siano clinicamente gravi i segnali anticonservativi soprattutto negli adolescenti e nei giovani, ma stiamo sostenendo che questi sintomi, confortati dai dati clinici, rimandano ad un'origine e ad un tempo storico nell'evoluzione del paziente in cui la sua soggettività ed il suo Io erano già sufficientemente strutturati ed integrati, a tal punto da non aver potuto né "voluto" rimuovere la ferita e l'offesa subita (in genere sessuale o "sensuale") ma di "scegliere" la sua ripetizione sistematica in un rituale autoindotto e in un luogo simbolico e reale a tutti visibile: sulla propria pelle.
Non è un caso che le ferite che i bambini ed i giovani s'infliggono sono soprattutto sulle braccia, sulle mani e, infine, anche sul viso: bruciature con sigarette, ferite con cutter, sevizie al proprio viso con le unghie (quest'ultimo luogo meno ghiotto perché meno fruibile visivamente dal celebrante e destinatario del rito).

La sofferenza delle bambine
E non è un caso che nell'autoaggressività fisica "dimostrativa" primeggino le donne.
I casi clinici, a questo proposito, evidenziano spesso esperienze infantili remote di abusi e molestie a sfondo sessuale, sistematiche o episodiche, che vennero consumate nell'omertà familiare che proteggeva l'adulto (spesso un nonno o una zia)e abbandonava la piccola bambina.
Lo sviluppo psichico consequenziale all'esperienza abbandonica comporta il vissuto di corruzione irreversibile del proprio corpo e della propria anima.
La risposta sintomatica, l'autoaggressione fisica, ripercorre - secondo l'ancora attuale tentativo freudiano di comprendere la nevrosi d'angoscia, - e ripete la ferita, l'oltraggio, la profanazione subiti invano ricercando il capovolgimento del copione: sostituire a quella bambina che è stata e si è sentita oggetto, il soggetto che a suo tempo ne ha fatto uso.
E ciò che la bambina non può dire, ella lo incide a lettere di fuoco nel suo corpo.
La storica identicità donna - oggetto contribuisce ad amplificare il significato di questo grido adolescenziale femminile che non al singolo individuo si rivolge ma a tutta la società umana.
La sua inscrizione nel corpo si fa sintesi dell'assurda sopravvivenza psichica di questa corrispondenza donna - oggetto.

Maturità dei giovani
Il potenziale messaggio d'aiuto, tutt'uno con un segnale di potenziale maturità comunque presente, può giungere non solo dagli atteggiamenti concreti, ma anche dal materiale onirico:
Il giovane sognatore viene accoltellato più volte alle spalle. Senso di morte imminente. Angoscia terribile. (Si sveglia). Lo stesso sognatore assiste ad una scena in cui un suo amico, simbolo di pensiero e vita superficiali, sta morendo sotto le coltellate sferrate da un gruppo di neri. Sconvolto, cerca di soccorrerlo ma egli stesso resta ferito gravemente.
(Si sveglia).
Seguendo le sue stesse associazioni che egli ha portato in gruppo: "se nel primo sono ancora tutt'uno con la mia superficialità tanto da dover essere attaccato mortalmente dall'inconscio, nel secondo è come potessi meglio vederla.
E quindi forse è giusto che quella parte di me così indifferente, qualunquista, superficiale appunto, debba subire i colpi del mio inconscio, la banda dei neri, nonostante la mia angoscia".

Alcune differenze
Abbiamo altrove segnalato varie forme autodistruttive: dalla onicofagia alla tricotillomania. La dinamica di fondo riguarda sempre il trinomio " frustrazione, paura e aggressività".
Vorremmo qui introdurre un elemento di differenza che troviamo abbastanza significativo: l'autodistruttività del corpo sul corpo e l'autodistruttività attraverso oggetti extracorporei.
Premesso che in realtà si assiste sempre a mescolanze di sintomi, proprio per tal ragione è importante saper discernere tra gli stessi, quelli che sono o possono essere intesi come messaggi più densi di presenza soggettuale, seppure con altrettanta e proporzionale densità di dramma, da quelli più primari e primitivi.
Va da sé che stiamo trattando fenomeni di "piccolo" masochismo (attraverso cui ci si procura ferite superficiali a connotazione "dimostrativa").
E utilizziamo il termine "masochismo" proprio perché nella "detensione" che questo sintomo, quale rito dimostrativo, provoca, si realizza quello stato confuso di piacere e senso di colpa latenti che tanto incoraggiano e rendono credibile (i dati clinici sembrano confermarlo) la relazione con aspetti pregenitali della vita sessuale.
Noi ipotizziamo che là dove sia presente il masochismo fisico, ci sia anche il ricordo dell'evento traumatico più facilmente riaffiorabile o mai andato perso.
Ipotizziamo anche che, quando si tratti di masochismo tramite uso di oggetti, possa esserci una facoltà di premeditazione, in cui si esprime perversamente la capacità della mediazione.
Sappiamo che non è tanto il ricordo dell'evento drammatico, né l'isterico - ossessiva "premeditazione" gli aspetti sui quali deve svolgersi il lavoro analitico: questo deve tenersi saldo al processo che può rendere dicibile l'indicibile, attraverso la costruzione di un rapporto psicoanalitico in cui il paziente o più spesso la paziente possa respirare quella fiducia che lo condurrà all'affidamento e dunque al superamento, più che della rimozione, della vergogna e del senso di colpa per voler dire a qualcuno finalmente il "grande segreto".
Nella maggior parte del masochismo fisico c'è ciò che vuole essere svelato ma che deve restare velato.
L'importante è non cascare nella trappola, ossia non cedere al lato psicotico, alla gravità dell'"acting _out" esibito, ma sapere che esso può essere l'urlo silenzioso di una soggettualità che è solo imbavagliata da una patologica omertà affettiva.

Interdipendenza dei fenomeni psichici e dei fenomeni endocrini
La paura della propria aggressività e la percezione della propria aggressività producono alla lunga effetti di estrema importanza: le funzioni dell'Io tendono ad esaurirsi nello sforzo di eliminare un'energia pulsionale che non riescono ad integrare e che finisce anzi per disorganizzarle. La loro azione ne risulta turbata sia per ciò che concerne la risposta alle esigenze della realtà esterna, che per ciò che attiene alle pulsioni provenienti dall'inconscio.
Si formerebbe così una sorta di Io debole: dalle varie difficoltà di adattamento e di ideazione fino alla disintegrazione quasi totale della personalità.
C'è da sperare che anche le ricerche in campo fisiologico possano dare un contributo per fenomeni tuttora oscuri.
Alcune ricerche (Selye) pare abbiano mostrato che la paura può agire sull'organismo al pari di un qualsiasi agente traumatizzante come ad esempio, un shock fisico esterno, e può scatenare, al pari di questo, le medesime reazioni funzionali producendo eventualmente le medesime lesioni.
Secondo le ricerche di M. Ribble nel bambino che non resti a sufficiente contatto con la madre si assiste ad un certo irrigidimento muscolare diffuso accompagnato da una diminuzione del ritmo e dell'ampiezza della respirazione, fenomeno che indica che questo stato ansioso potrebbe essere la risposta alla frustrazione e all'aggressività che questa scatena.
Si registra inoltre una carenza d'ossigeno nella circolazione sanguigna particolarmente al livello della circolazione cerebrale.
Si vede, così, come l'ansia conseguente ad una frustrazione affettiva possa esercitare un'azione perturbante sul nutrimento delle cellule e dunque sullo sviluppo e sulla maturazione dei centri nervosi.
Ora, i centri nervosi e soprattutto i centri subcorticali svolgono un ruolo d'importanza fondamentale a livello dell'apparato nervoso generale preposto all'integrazione delle forze pulsionali che a tutt'oggi parrebbe costituire la sede somatica delle funzioni dell'Io.

Alcuni aspetti dell'Io debole
Posto l'Io come insieme di funzioni, se le funzioni e lo sviluppo dell'Io possono dipendere dalla maturazione di certi apparati fisiologici, possiamo chiederci se non sia ugualmente probabile l'azione inversa.
Si potrebbe concludere che la debolezza dell'Io è determinante in tutti i processi psicopatici anche quando abbiano un'origine, per così dire, puramente organica.
Le principali conseguenze dell'Io debole si manifestano come:
-incapacità totale o parziale di integrare le forze pulsionali provenienti dall'inconscio e di utilizzarle rielaborandole (debolezza della personalità); -incapacità totale o parziale di distinguere il segno dell'aggressività, se positiva o negativa, con conseguente inibizione permanente e totale dell'attività; -incapacità di ridurre l'ambivalenza profonda e quindi di instaurare rapporti affettivi durevoli; -incapacità totale o parziale di sopportare frustrazioni senza reazioni aggressive e regredite.
L'eccesso di paure primarie predisporranno il bambino a mal tollerare le altre; quindi anche il conflitto edipico.
Il bambino, trovandosi in una situazione di rivalità e gelosia che potrebbe scatenare un'aggressività troppo temuta, cercherà di evitarla con un atteggiamento di estrema passività che potrebbe condurlo alla personalità omosessuale.
La paura di perdere l'oggetto amato e la paura della castrazione sono precisamente i due poli dell'angoscia ed entrambi sono intimamente connessi a reazioni aggressive.

L'analisi come "correttivo" dell'Io primario debole
La situazione che si crea attraverso il rapporto analitico, ed in particolare attraverso il cosiddetto "transfert", offre innanzitutto al paziente, in un'atmosfera necessariamente frustrante, la possibilità di "agguerrirsi", di imparare gradualmente a vincere la paura in seguito ad ogni impulso aggressivo.
I rapporti fra il paziente ed il suo analista riproducono, "inizialmente" e a grandi linee, i rapporti esistenti a suo tempo fra il bambino ed i suoi genitori, ma il clima in cui ciò avviene è completamente diverso e l'atmosfera affettiva che lo caratterizza deve permettere al paziente di ritrovare progressivamente quella sicurezza minima che gli è indispensabile. E' infatti grazie a questa atmosfera che le paure di un tempo possono essere rivissute, divenire consce e quindi eliminate e che l'Io può trovare infine la possibilità dapprima di padroneggiare e poi di integrare utilmente le forze provenienti dalle pulsioni aggressive.

La cura psicoanalitica come esperienza biologica
Il paziente arriva a rinunciare a comportamenti che gli erano familiari e arriva ad adottarne dei nuovi che fanno perno, inizialmente, sulla persona dell'analista, per poi proseguire velocemente in sufficiente autonomia critica ed autogoverno.
Non crediamo ci sia da stupirsi avanti all'ipotesi seguente: che a fronte dell'eliminazione della paura latente, s'inscrivano simultaneamente delle modificazioni nelle funzioni endocrine. S. Nacht ne parlava già più di trenta anni fa e ci piace qui ricordare la sua definizione della "cura analitica" come di un'esperienza biologica e della paura come nucleo unico di ogni elemento patogeno. Si potrebbe così tentare di riassumere il suo pensiero sull'argomento fin qui svolto:
-non esistono una paura e un'aggressività soggettiva ma paura e aggressività primarie ossia "organiche" (parrebbe essere una teoria contro la presunta "scelta" della malvagità umana); -la paura turberebbe lo sviluppo del sistema fisiologico; -l'analisi viene intesa come esperienza correttiva dei disturbi funzionali con rispecchiamento nel sistema fisiologico.
Se compariamo gli atteggiamenti bio - simbolici in area psicoanalitica, come per l'appunto ha testimoniato S. Nacht, con gli atteggiamenti bio - simbolici della biologia più moderna (secondo la quale non sarà la fisiologia ma il simbolo a guidare futuri cambiamenti evolutivi nella specie umana), ne deriva una speranza più solida sulle potenzialità trasformative della scienza psicoanalitica che potrebbero darle vita socialmente necessaria spostandola da quell'area angusta in cui essa stessa si è spesso autoreclusa per non rischiare azzardate quanto vitali "contaminazioni".

1) S. Nacht: La presenza dell'analista; Ed. Astrolabio .


Ada Cortese


 HOME     TOP   
Tutti i diritti sui testi qui consultabili
sono di esclusiva proprieta' dell'Associazione G.E.A. e dei rispettivi Autori.
Per qualsiasi utilizzo, anche non commerciale,
si prega prima di contattarci:

Associazione GEA
GENOVA - Via Palestro 19/8 - Tel. 339 5407999