Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Dicembre 2002 Pag. 10 Agnese Galotti


Agnese Galotti

 RECENSIONI 

L'EMPATIA PSICOANALITICA

in un lavoro di Stefano Bolognini

In questo lavoro Bolognini esplora il concetto di `empatia' (einfühlung)
cercando di fare chiarezza, evitando facili mistificazioni ed evidenziandone criticamente il troppo frequente "alone semplificante, buonistico, dolciastro e confusionale" che sfocia in quella degenerazione che egli chiama `empatismo'.
Ne emerge un concetto più sano di empatia che prevede "separatezza e differenziazione, attenzione e capacità di mantenere operante il pensiero teorico".
E' una riflessione estremamente stimolante, ricca di riferimenti teorici e bibliografici e al contempo vivacizzata da stralci di `diario clinico' in cui l'autore, mettendosi direttamente in gioco, ci accompagna nel vivo di ciò che concerne l'essere immersi in una seduta psicoanalitica.
La bellezza di questo lavoro consiste nel nominare in maniera diretta e il più possibile `semplice', qualcosa di estremamente complesso, che riguarda il `sentirsi' dei due soggetti coinvolti nel processo analitico, sviluppando una riflessione profonda e coraggiosa, che non cede alla tentazione di una qualche esaustività.
L'empatia psicoanalitica dunque, tema centrale di questo lavoro, è argomento delicato e complesso, in quanto mette in gioco, nel realizzarsi del processo analitico, il prezioso intrecciarsi di due mondi interni che entrano in contatto profondo.
La disposizione empatica dell'analista, quale autentica capacità di sentire l'altro `dal di dentro', ne è quindi una variabile determinante.

Identificazione ed empatia
Mentre l'identificazione è un meccanismo che mettiamo in atto per evitare sentimenti di angoscia, colpa o perdita, prendendo la scorciatoia della (con)fusione tra noi e l'altro, l'empatia serve piuttosto a sentire e comprendere queste condizioni interne.
La differenza fondamentale sta nel livello di consapevolezza presente: chi si identifica normalmente non ne è conscio, mentre chi empatizza sì. Quindi, mentre l'identificazione è un processo prevalentemente inconscio, l'immedesimazione empatica accade invece a livello conscio e preconscio, è un evento transitorio e non sostitutivo, pertanto prevede la consapevolezza della separazione.
Ciò permette di imparare ad entrare ed uscire dall'atteggiamento empatico.
Infatti, citando Kohut, "se non è dotato di empatia, l'analista non può percepire e raccogliere gli elementi di cui ha bisogno; ma se non sa andare al di là dell'empatia, non può stabilire ipotesi e teorie, e in definitiva non può arrivare a una spiegazione dei dati osservati".
Bolognini non manca di citare autori (Ping-Nie Pao) che ne hanno evidenziato l'aspetto di reciprocità: sia colui che desidera essere capito che colui che desidera capire devono partecipare attivamente all'esperienza: ciò fa sì che si stabilisca una intricata rete di comunicazioni connesse tra loro che avviene a vari livelli di scambio (verbale e non verbale) tra i due.
Costruire tale rete empatica è lavoro lungo e paziente, che si apprende nel tempo, non potendo essere `insegnato'.
Il maggiore ostacolo che l'analista deve affrontare in seduta sembra essere la paura dei propri sentimenti e delle proprie emozioni, il che attiva difese (tra cui l'identificazione) per eluderli: questo può ostacolare o impedire l'ascolto empatico.

Empatia e controtransfert
Il fantasma della neutralità dell'analista, quale garanzia di professionalità e di scientificità è un'ombra che ha accompagnato la psicoanalisi fin dal suo sorgere.
Imparare a mettere in ballo la propria vita affettiva, a coinvolgersi sul piano del sentire profondo comporta il reggere un lutto profondo: la caduta dell'arcaica illusione onnipotente di poter controllare i propri affetti fino a poterli decidere.
E' pur vero che, se non può controllare il proprio sentire, nè può decidere i propri affetti, l'analista può però imparare a riconoscerli e utilizzarli come risorsa.
Ma finché non li accoglie per quello che sono, l'analista rischia di mettere in atto un'empatia inautentica e forzata.
Il controtransfert, a differenza dell'empatia, scaturisce da un settore conflittuale della personalità dell'analista, che si attiva nella relazione col paziente, facendo vibrare emozioni che, in quanto non ancora elaborate, tendono all'agito.
L'empatia dunque costituisce l'esito finale armonico di un processo, che può passare attraverso vissuti controtransferali, mentre l'esperienza controtransferale è un passaggio, spesso necessario ma di per sé non sufficiente, per avvicinarsi alla condizione empatica.
Ciò evidenzia la condizione complessa, articolata e poco decidibile dell'empatia psicoanalitica: ci si può arrivare grazie a molto tempo, molta pazienza e molto lavoro.

Empatia e condivisione
Bolognini sottolinea inoltre come serpeggi tra gli analisti contemporanei il rischio di un pericolosa `retorica della condivisione', mentre è risaputo che in psicoanalisi tutto ciò che è troppo intenzionale e programmatico è a forte rischio di inautenticità e di fallimento.
Come l'empatia anche la condivisione non può `essere decisa' a priori: si può solo essere più o meno attenti all'imprevedibilità del suo accadere.
Il rapporto tra condivisione ed empatia consiste nel fatto che "l'empatia costituisce, quando le cose vanno particolarmente bene, l'esito integrativo maturo del processo di comprensione, allorchè si organizzano un sentire e un pensare armonicamente comuni, di cui la condivisione è la necessaria premessa grezza, ma non il prodotto finale, né tanto meno - di nuovo - la garanzia."

Empatia ed empatismo
Per entrare davvero in empatia, evidentemente, è necessario uscire dal buonismo e disporsi a contattare anche sentimenti sgradevoli, che sfiorano l'odio e l'ostilità, o riconoscere umilmente di `non riuscire a sentire' l'altro, pena il cadere nell'illusione di un contatto proprio mentre invece lo si sta evitando.
Rinunciare a sentirsi `un analista buono', insomma, per poter eventualmente diventare `un buon analista'.
Evidentemente l'autore, a differenza di alcuni psicologi del Sé, tende a vedere l'empatia come una meta, più che come un metodo del processo psicoanalitico.
Là dove non sono state viste e superate residue illusioni narcisistico onnipotenti da parte dell'analista, si può incorrere in incongruenze teoriche (circa il `dover essere empatico') che possono derivare da un cattivo uso di questo concetto fino a cadere nel suo prodotto degenerativo che viene qui chiamato empatismo.
In esso l'analista tende a sforzarsi di essere empatico al di là del suo reale ed effettivo coinvolgimento inconscio nelle vicissitudini della relazione analitica, immerso in un pericoloso autocompiacimento, rischiando così di perdere la capacità di riflettere su ciò che realmente prova, di osservare e di attendere gli sviluppi della vicenda analitica stessa.
Una tendenza al controllo, insomma.
In conclusione non possiamo che concordare con Bolognini nell'affermare che la vera empatia non è una marcia che si può ingranare a comando: l'analista può tentare di disporsi alla recettività empatica, ma nulla di più. E' la meta di un processo che va al di là dell'Io.
Non a caso la comprensione empatica vera spesso si realizza solo dopo periodi anche lunghi di non comprensione e di confusione, durante i quali all'analista spetta il compito di restare in posizione di ascolto fiducioso, senza per questo cadere nello sforzo coatto di ricercare il contatto a tutti i costi.

(*) L'empatia psicoanalitica - Stefano Bolognini Boringhieri 2002


Agnese Galotti


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