Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Dicembre 2002 Pag. 13 Agnese Galotti


Agnese Galotti

 STREAM OF CONSCIOUSNESS 

IN MEMORIA DI GIANGY

Una sensazione di grande turbamento mi assale.

Poi scoppia il dolore misto a commozione per un pezzetto di vita passata che torna a toccarmi svegliandosi in me.
Non so perché ma ho come la sensazione che la morte non ti abbia colto di sorpresa: come tu sapessi che stava arrivando. Come lo sapessi anch'io.
Poi d'un tratto, all'improvviso, esplode un dolore sordo, potentissimo; mi annichilisce mentre scoppio in un pianto che temo possa non fermarsi mai più.
Evocazione del medesimo antico dolore, dolore di morte, dolore di vita. Dolore.
D'un tratto è come capissi chi sei stato per me ed è come temessi di non averti mai compreso, mai accolto veramente. Eppure a mio modo so di averti molto amato.
Sei stato l'incarnazione del male di vivere, la testimonianza vivente del male che la vita comporta, non di un male particolare: il male che abita l'umano vivere.
Non hai mai tollerato chi legge all'affermativo la vita perché da costoro ti sentivi negato. Eppure hai sempre provocato dialetticamente chi afferma la vita perché ne avevi bisogno: non ti è mai bastato chi ti dava ragione, chi era come te disperato.
Sei la persona che più ho sentito vicina quando sono stata disperata anch'io; non hai mai cercato di consolarmi: sapevi stare lì, accanto al mio dolore, come sei sempre stato inesorabilmente accanto al tuo, senza contrapporvi nulla.
Mi domando quanto ti ho dovuto rimuovere per tornare a sentire la gioia della vita. Ho cercato di dimenticarti, di prendere distanza da quella fetta di vita che mi aveva schiacciata nella disperazione, nella negatività, in quella che mi pareva esplicita voglia di morire.
Mi è sembrato di doverti dimenticare per ritrovare la gioia, il sorriso, la leggerezza.
Poi sei tornato nei miei sogni, inaspettatamente solare, intimamente vicino:
figura dolce; sei tornato nei miei sogni con un'insistenza tale che mi ha costretta a venirti a cercare, a rimettermi in contatto con te, dopo tanti anni.
Così è ripreso, 4 o 5 anni fa, il nostro dialogo, per lo più epistolare, qualche volta telefonico.
Oggi capisco che il bisogno era reciproco: tu di contattare quella fiducia che io ho avuto l'intento di ritrovare, io di recuperare la realtà di quella disperazione, di quel non senso che è parte dell'esistenza e che tu continuavi ad incarnare.
Molto spesso ho risposto alle tue provocazioni ma, oggi mi accorgo, con un filo di giudizio, forse, che non sono mai riuscita a superare del tutto: come fossero state, le nostre, due scelte diverse.
Ma è poi davvero così? Abbiamo davvero scelto?
E' stata tutta disperazione la tua? E' davvero tutta fiducia la mia?
Oggi come non mai ci sento, entrambi, profondamente uno.
Sento e riconosco in me la disperazione che ho interpretato essere tua; hai mai sentito in te la fiducia che interpretavi essere mia? Non c'è stato in entrambi, forse, un riconoscersi complementare?
Sei sempre stato attratto da ciò che al contempo giudicavi: la psicologia, quella scienza dell'umana mente che, come ti piaceva sottolineare, mente continuamente.
Spesso mi hai provocata proprio su questo aprendo vivaci dialoghi.
E torna in me l'interrogativo circa il senso profondo del mio lavoro.
Risponde in me ad un bisogno profondissimo, questo l'ho sempre saputo; fino a ieri mi bastava intendere ciò come qualcosa di grande, denso di valore.
Oggi è caduto il vanto, c'è forse più lucidità mentre mi domando: bisogno di che?
La disperazione che in passato ho incontrata è rimasta dentro come un abisso, una domanda costante che, più che una risposta, richiede spazio, apertura, esistenza.
Ho trovato spazio per la gioia, la serenità, un equilibrio che mi permette di vivere, ma l'abisso non è stato mai colmato: esiste, di tanto in tanto mi ci trovo affacciata.
E' la sensazione, a volte, di aprirmi ad un pianto che potrebbe non fermarsi più.
Non è più un dolore preciso, non ha più una causa specifica. Basta talvolta un evento inatteso che l'abisso si riapre:
sempre quello.
Il lavoro che svolgo è allora l'occasione che ho trovato per restare aperta a quell'abisso, corrisponde al bisogno di elaborazione profonda, che durerà tutta la vita, del non senso del dolore e della sofferenza che la vita comporta.
Più che elaborazione forse si tratta di un tentativo di accettazione.
La risposta ad un'atavica richiesta della vita di restarvi di fronte, di provare ad accoglierla per quella che è, senza finzione, senza aggiustamenti.
Ho attraversato una fase in cui (come con Giangy) ho teso a contrapporre la fiducia (`mia') alla disperazione (`dell'altro') in un tentativo di compensazione che ha lasciato troppo spesso dei buchi: un senso in me di parola vuota.
Oggi lo intendo diversamente: è una necessità profonda in me di imparare a stare accanto al dolore, al non senso, alla sofferenza dell'umano vivere, per provare a reggerlo, per non doverlo più allontanare, per smettere di giudicarlo ma anche di combatterlo.
Faccio questo lavoro perchè mi aiuta ad accettare la vita per quella che è.
E' come sentissi la necessità di trovarmi accanto al nodo, all'inghippo, alla sofferenza per sentire legittimo il mio tentativo, comunque, di tornare a sorridere, a provare gioia, a nutrire fiducia nella bellezza che la vita pure regala.
Non mi sento più di parlare in termini di senso o di non senso.
Il dolore c'è, il male esiste, è esperienza reale. Possiamo solo imparare a reggerlo, senza farci, per quanto possibile, schiacciare.
Questa è la tua eredità Giangy, il compito che la tua sottile ironia mi ha affibbiato: cogliermi in fallo ogni volta che il mio atteggiamento diviene falso, o facilone, in una positività che è negazione del male, il quale, che ci piaccia o no, continua ad esistere e ad interrogarci.


Agnese Galotti


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