Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Home Anno 12° N° 43
Marzo 2003 Pag. 9° Cecilia Manfredi


Cecilia Manfredi

 SCHEDE 

PAROLE SULL'ORFISMO

"Degli Astri celesti invocherņ il sacro splendore con voci conformi al rito chiamando i demoni santi..."

Traendo il nome dal suo mitico fondatore, il tracio Orfeo (dal greco: solo, espulso), l'Orfismo nasce come movimento religioso di tipo iniziatico nel VI-V sec. a.c. nell'antica Grecia, estendendosi poi nell'Italia Meridionale ed in Asia Minore.
L'ipotesi più accreditata descrive l'Orfismo quale culto sviluppatosi in primis entro la religione di Dioniso, con l'intento di arginare - in senso ascetico e catartico - la fuga orgiastica dal mondo sensibile (sottolineata con enfasi dai riti dionisiaci)
per organizzarsi in seguito in una forma più strutturata, nella cui essenza si consuma la rielaborazione del mito orfico di Dioniso - Zagreus.
Secondo il mito, Dioniso Zagreus, bambino divino, figlio di Zeus e Persefone, verrà sbranato e divorato dai Titani, figli di Gea, che a loro volta saranno inceneriti dalla furia di Zeus.
Dalle ceneri dei Titani nascerà l'umanità che porterà in sé l'essenza divina (dionisiaca) e l'elemento peccaminoso (titanico).
Per questo motivo, secondo l'Orfismo, l'anima degli uomini è tenuta prigioniera nella tomba del malvagio corpo titanico. Scopo ultimo dell'uomo è quello di liberarsi, liberando quanto di dionisiaco gli appartiene (il divino, il celeste, il buono) da tutto ciò che è titanico (malvagio, terreno).
I precetti orfici, osservati nell'ambito di una dottrina prettamente duale, appaiono incentrati principalmente sul destino ultraterreno dell'anima, condannata al ciclo delle reincarnazioni (metempsicosi) necessarie alla purificazione del corpo, il cui numero e tipo dipende dalla qualità morale delle vite di volta in volta vissute (Kiklos tes Geneseos _ Ciclo delle Nascite).
L'Orfismo non ebbe il sopravvento sulla religione pubblica; pur influenzando notevolmente la spiritualità ellenica, rimase per lo più ai margini della vita comunitaria.
Conosciuto attraverso documenti frammentari, è difficile individuare quanto attiene all'Orfismo originario distinguendolo dalle posteriori elaborazioni, sviluppatesi soprattutto in ambienti colti.
Gli Inni Orfici erano noti a Euripide, Aristofane, Platone ed Aristotele e risalgono al periodo tardo ellenistico, mentre i Misteri Orfici, non associati ad un particolare luogo di culto, ma celebrati da predicatori ambulanti nelle case sacre, furono affidati fino al V secolo a.c.
alla sola trasmissione orale.
L'Orfismo ha colto, in forme assai profonde, il senso dei concetti di castigo e ricompensa per l'individuo, rinforzati da una concezione dell'al di là ove sono ben distinti gli insiemi dei premi e delle punizioni.
L'etica è interamente al servizio del processo di liberazione: essa descrive l'orphicos bios ( vita orfica) come un comportamento perfettamente ordinato che impegna tutta l'esistenza.
In animo al mitico cantore Orfeo, si svilupparono le prime, nuove pratiche volte alla purificazione del corpo, quali il vegetarianismo (astensione dal mangiar carne, salvo che durante il rito dell'omofagia)
ed austere discipline spirituali atte a sottolineare la necessità di divulgare un orientamento religioso in grado di amalgamare nei propri contenuti il suo originario spirito dionisiaco con una rinnovata forma poetica volta a trascendere un livello puramente cultuale, proprio delle pratiche ascetiche.
La vita orfica, colta nel suo aspetto maggiormente dottrinale, si propone di eliminare nell'anima umana l'elemento titanico e di accedere al divino, evidenziando la dimensione immortale della natura terrena grazie alla compresenza dell'elemento dionisiaco. Possiamo dire che il misticismo orfico, ponendo l'accento sulla discendenza sovrannaturale dell'anima umana, si distacca dalla religione olimpica, centrata su una netta separazione fra il mondo degli dei e quello degli uomini.
Altresì, assistiamo in entrambi i casi a quella che potremmo definire una dinamica oppositiva, che prevede al suo interno il solito dualismo: puro-impuro, sacro-non sacro, dove per sacralità non si intende una condizione meramente morale ma una qualità prettamente inerente al divino. In particolare, l'Orfismo non riesce a superare nella sua essenza quel dato dicotomico che esclude un'integrazione tra l'uno e l'altro polo.
Anima e corpo permangono come entità separate: l'una identificabile in termini di purezza e l'altro, viceversa, in termini di non-purezza, benché unite da una sorta di interdipendenza ove la salvezza dell'una è legata, in qualche modo, alla capacità di porsi in sacrificio della natura dell'altro. In quest'ottica, il perdurare della metempsicosi tende a sottolineare l'inclinazione ombrosa dell'umano.
Attraverso quanti corpi dovrà migrare l'anima prima di incontrarne uno che, del tutto resosi puro, la condurrà verso la liberatoria salvezza?
Quanti sacrifici, intesi come `rottura di livello' tra il piano del sacro e quello del profano (alla Hubert e Mauss), saranno necessari per permettere il passaggio tra uno stato e l'altro?
Quante volte il corpo umano dovrà farsi vittima mediatrice?
L' uomo orfico, probabilmente, non si pose questi interrogativi: anelando la fine del sacrificio e delle costrizioni, avrebbe svelato un certo interesse per il corpo, fine a se stesso e libero da un particolare dovere essere in relazione alla sorte dell'anima.
A ben vedere, questo andamento ha tutto l'aspetto di un travaglio senza fine a meno che, ipotizzando un esito positivo, non si proceda operando una sintesi capace di rivelare una possibile, essenziale consustanzialità tra corpo e anima, se non altro poiché quest'ultima (un po' pigra, in virtù della sua natura celeste) si è potuta librare verso l'immortalità solo grazie alla dedizione al mea culpa del primo.
Anima libera, dunque, in virtù della voce di un corpo capace di pronunziare litanie propiziatorie, sicuramente ispirate dall'innata essenza dionisiaca ma pur sempre articolate dall'Umano, unica via per accedere all'universalità immortale.

"O Natura, dea madre di tutto, madre dalle molte risorse, operosa, angusta, demone che molto costruisci, signora, domatrice di tutto, indomita, timoniera, tutta splendente, onnipotente, sempre onorata, demone superiore a tutti, imperitura, primigenia, celebrata, doni gloria, notturna, dalle molte costellazioni, portatrice di luce, difficile a contenere, che coi talloni volgi senza rumore l'orma dei piedi, santa, tra i numi ordinatrice e fine infinito, comune a tutti, tu sola non partecipi di nessuno, padre di te stessa, senza padre, virtù, gioiosa, grandissima, fiorente, intreccio, amicizia, complessa, valente, guida, regolatrice, portatrice di vita, fanciulla che tutto nutri, autosufficiente Giustizia fra le Grazie Persuasione dai molti nomi, custode dell'etere della terra e del mare..."

da "Inni orfici"- Mondadori


Cecilia Manfredi


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