Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Home Anno 12° N° 43
Marzo 2003 Pag. 11° Simonetta Figuccia


Simonetta Figuccia

 RICERCHE 

BURLA E SERIETÀ SONO FRATELLI?

Atteggiamento ludico nella relazione adulto-bambino

Nel lavoro di gruppo con gli educatori ci siamo trovati a riflettere sul gioco ed io ho posto la seguente domanda:
"Giocare risveglia il nostro Bambino interiore?
E' superato oggi il dualismo gioco opposto a serietà?".
In modo unanime gli adulti educatori si sono ritrovati nella difficoltà di giocare, come se non fossero capaci, o come se si dovesse imparare.
Ci sono gli operatori "specializzati" per il tempo libero, gli animatori che tutto organizzano (dalle feste di compleanno, all'organizzazione ossessiva del tempo nei villaggi vacanza), veri produttori di divertimento forzato, dall'altro lato adulti stanchi incapaci di gioire, ridere e "far finta di", seriosamente "imbalsamati" come mummie in ruoli mortiferi, che regrediscono in modo incontrollato giocando loro al posto dei figli (alla play station dopo aver finito di lavorare al computer) e gli addetti ai lavori (psicoterapeuti, educatori ecc.)
Lo scenario triste e preoccupante che emerge evoca una difficoltà generalizzata che indica la necessità di recuperare un atteggiamento giocoso, prima ancora che nel rapporto educativo, nella relazione con noi stessi.
L'atteggiamento ludico può essere inteso come una tensione ad andare oltre le dicotomie serio-faceto, ordinario-straordinario, piacere-lavoro, ecc., in contrasto con la tendenza dell'uomo moderno a restare bloccato in schemi mentali e comportamentali rigidi.
L'atteggiamento di cui parliamo è tipico dell'uomo adulto, non ha nulla a che vedere con retaggi infantili, sebbene richieda di non tradire quella parte interiore "creativa" che non ha tempo né età e rimane capace di rinnovarsi, scoprire, vivere pienamente il presente sapendone gioire, e dona una spregiudicatezza continua verso ciò che la vita ci offre.
E' una parte giocosa, perché ci permette, come il gioco, di ricreare la realtà, di vederla da angolature diverse e sempre nuove.
Ludere significa fare festa, ed è un concetto differente da quello di divertimento che significa volgere altrove lo sguardo.
Atteggiamento ludico è capacità di giocare con la vita, danzare la vita, saper indossare tanti panni diversi, calarsi nei copioni, imparare da ogni copione sapendo che non ci esaurisce.
Il gioco è qui inteso come scenario ideale per la relazione tra grandi e piccoli ed è un modo di pensare al gioco come una modalità di stare in relazione, di entrare in contatto con l'altro, conoscere quelle parti di noi clownesche, zingaresche, imprevedibili, che nelle immagini oniriche ci sanno restituire tale dimensione.
L'uomo fa festa con tutto se stesso, in un contatto col tutto, mentre il divertirsi rimanda a una scissione tra momenti diversi.
L'homo ludens è un concetto che rimanda alla coniunctio, all'unione di opposti, ad un atteggiamento religioso, nel senso di religo, unire insieme.
L'homo ludens, l'uomo giocatore, ha rappresentato nell'antica Grecia, l'apice dell'evoluzione culturale, che si basava su una visione complessiva di ciò che noi oggi chiamiamo gioco.
L'Homo ludens, l'uomo giocatore, veniva detto spoudogeloios dai greci, termine che é esempio di unione di opposti, si potrebbe tradurre con il vocabolo serioallegro: soggetto capace di trasformare la propria vita in un piacevole gioco, avendo la perfetta coscienza che essa è tragedia e commedia.
L'uomo giocatore è ben lungi dall'essere leggero, diremmo noi inconsapevole e rimuovente, ma è serio nel senso di consapevole del fatto che la sua esistenza, dotata di senso, non è necessaria.
In questa dialettica egli è ilare nella sua realtà spirituale e d'altra parte conosce la vita, la sua limitatezza e le sue ridicole maschere ed è conscio del suo limite, tra gaiezza e serietà, tra scherzo e tragedia.
"Chi riesce a ricomporre in una realtà spirituale unitaria questi aspetti contrastanti è vero giocatore. L'uomo che si caratterizzasse solo per la prima parte sarebbe un buffone, nel secondo caso un disperato". Hugo Rahner Il serioallegro che sa sorridere anche tra le lacrime, oscilla tra cielo e terra.
Questo atteggiamento verso la vita credo sia fondamentale nelle cosiddette relazioni di aiuto, in cui ci sentiamo schiacciati dalla pesantezza e dalla responsabilità del nostro operare, riproponendo spesso una divisione di ruoli pericolosa in cui dimentichiamo quanto stiamo solo giocando ruoli diversi, per caso, e quanto possiamo crescere noi grazie a quell'incontro.
E' fondamentale ricollocare ogni azione in una dimensione più ampia in cui poter mettere in discussione la nostra seriosità.
Nella visione dicotomica e cartesiana della realtà io credo che l'adulto releghi il gioco in attività specifiche - gli hobbies - che occupano un preciso tempo settimanale.
E così, il piacere, il divertimento è vissuto come qualcosa che ci deve far dimenticare la fatica, la noia, il dolore, la follia e l'automatismo che spesso caratterizza il nostro quotidiano.
Atteggiamento ludico è accomunabile al piacere senso motorio della prima infanzia, in cui il bambino sperimenta, conosce, vive e gioisce.
L'atteggiamento ludico è presente nell'attività filogenetica, strumento di sopravvivenza in quanto mezzo per il superamento delle difficoltà nell'acquisizione di conoscenze verso cui si è spinti biologicamente.
Per giocare dobbiamo metterci in gioco, giocarci nella relazione, con un coinvolgimento e distacco: mettersi in gioco richiama certamente al pathos, alla capacità di vivere la passione, lasciarsi traversare dalle emozioni, e anche giocare d'azzardo perché mettersi in gioco è esposizione emotiva, rischio, piacere e capacità di reggere anche il dolore che deriva dal darsi.
So che è difficile, si tratta di un atteggiamento spirituale, ma se oggi non riscopriamo il piacere di essere e di fare come possiamo proporci come educatori?
Molti studi dimostrano quanto il gioco sia necessario in ambito educativo; non a caso, nei corsi formativi (nella scuola, nella terapia, nelle aziende) è ampiamente utilizzato, soprattutto attraverso il "gioco di ruoli" e la drammatizzazione.
Ciò detto, se non si riscopre tale atteggiamento come movimento interiore, esso resterà tecnica, strumento fuori di noi, oggetto inerte.
L'assenza di tale giocosità consapevole, che viene considerata concausa della depressione, delle tossicomanie e di molte forme di disagio, è per lo più ancora mancante negli ambiti educativi, nella scuola, negli ambiti sportivi, e inaridisce la relazione rendendo tutti dimentichi che: "nella sua radice come nella sua fioritura il gioco è un mistero sacrale: è incantesimo, rappresentazione del totalmente diverso, anticipazione del futuro e negazione della opprimente realtà quotidiana".


Simonetta Figuccia


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