Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Marzo 2003 Pag. 13° Alberto Toniutti


Alberto Toniutti

 STREAM OF CONSCIOUSNESS 

PENSIERI SPARSI SULLA MORTE

Come siamo buffi nel tentativo di cercare irraggiungibili sicurezze attraverso un continuo affanno che vorrebbe creare l'eterna durata nel tempo.

Siamo immersi in un universo di stimoli che sempre più ci incalzano e proiettano in un mondo in cui tutto dovrebbe durare: la nostra giovinezza (ed ecco le creme e i trattamenti miracolosi), il rapporto con il compagno/a (ed ecco il contratto del matrimonio), la sicurezza economica (ed ecco la ricerca del posto fisso di lavoro o l'ansia dell'imprenditore che sempre più spesso sfocia nel sintomo nevrotico che emerge quale segnale dell'impossibilità di colmare quel vuoto), la sicurezza del bene utilizzato (ed ecco che vengono propagandati oggetti venduti come sempre più idonei nella loro efficienza e garanzia, avendo però in sé l'obsolescenza e la senescenza finemente programmate e così abilmente celate dal messaggio pubblicitario).
Tutto questo appartiene a quell'universo di stimoli che racconta la sempre più emergente schizofrenia di questo mondo: a ben vedere, l'unica certezza di cui possiamo nutrirci dal momento in cui emettiamo il primo vagito riguarda il fatto che quel vagito, prima o poi, terminerà. La morte è inevitabilmente inscritta nella vita, la fine nell'inizio, il termine nella durata. Quanto stiamo dicendo potrebbe sembrare l'elogio del pessimismo e del vissuto depressivo, tant'è che quando, con amici, magari in tono scherzoso, si prova ad affrontare un pensiero che abbia qualcosa di simile a quanto sopra detto, ci viene subito in mente o ci sentiamo dire che beh, si, insomma, non è certo il momento di fare questi discorsi e che la vita è lunga, e che il sole splende, e che questo non è il momento per dire cose del genere, e così tutto viene sdrammatizzato nello scherzo e nella battuta di spirito. Ebbene, nulla di tutto questo a mio parere è più distante dalla vita! Nulla è più distante dalla vita del continuo cercare di affermare, in modo più o meno consapevole, la negazione della morte.
Morte che in questo discorso assume un valore che va ben oltre il senso biologico _la morte fisica di ognuno di noi e il decadimento del corpo, per intenderci- e allude al perenne mutamento e alla continua trasformazione, al cessare di uno stato d'essere per darne luogo ad un altro. Questa è la vita, un continuo divenire di tante ed infinite piccole morti.
Morte che in tal modo acquista tutto il suo valore ermeneutico nel riempire di senso la vita, altrimenti svuotata e inaridita dall'inutile gioco egoico del voler appropriarsi di uno stato, di un bene, di un dominio dell'essere, nel tentativo di produrlo e mantenerlo all'infinito o, per lo meno, quanto più a lungo è possibile.
E' questo il meccanismo, più o meno celato nella vita di ognuno di noi, che mette in luce la dinamica egoica dell'attaccamento, proprio quell'attaccamento che la dottrina sapienziale buddhista ha sempre indicato quale anello fondamentale della catena che genera la sofferenza umana. In tal senso il mondo dell'attaccamento, dell'ossessione della durata, della ricerca della sicurezza e del "per sempre", tutto questo diviene l'immagine ironica e persino grottesca dell'affannarsi dell'uomo che continuamente cerca di svuotare il mare con un cucchiaino!
E' a questo punto che il pensiero della morte ci viene in soccorso e, se accolto profondamente, ancor prima del giudizio o della rimozione ai quali siamo soliti sottoporlo, ci consente un cambiamento di piano o un mutamento del nostro angolo di visione. Allorchè diveniamo disponibili a destituire per un momento tutto ciò che ci appartiene e che consideriamo "già noto", ci viene restituito un nuovo senso di ciò che comunemente indichiamo con il termine morte, termine che assume tutta la sua nobiltà e celebra l'inno alla vita.
Una vita che acquista appieno il suo senso solo nel divenire continuo di tante piccole morti.
Quanto più la coscienza umana fonda la sua identità in questa consapevolezza, tanto più si allontana dall'angusto mondo dell'Io. E infatti l'Io, quale dimensione umana, rappresenta il Limitato, ovvero quell'angolo di visione necessario ma pur sempre ristretto e ancora troppo individuale. Di converso, ciò che noi indichiamo con il termine Sé, rappresenta quel luogo dell'esperienza umana che allude alle infinite potenzialità inerenti la vita e a quel bisogno dell'Illimitato, dello Spirito, dell'Ampio e dello Sconfinato che è presente quale archetipo nella vita di ognuno.
Pertanto la ricerca del Trascendente, di ciò che è ampio e non chiuso, illimitato e non finito, di ciò che dona senso alla nostra esistenza e che noi avvertiamo intimamente al di là della finitudine del momento presente e della "cosa" concreta con la quale ci troviamo indaffarati, è senz'altro quella particolare caratteristica umana attraverso cui ogni individuo si dispone innanzi alla vita cercando di cogliere il senso della propria vicenda umana. E' altrettanto vero che sempre più spesso questa tensione è spostata dal suo originale ambito (e questo accade tanto più frequentemente quanto più ci troviamo immersi in un mondo che offre ad ognuno soluzioni immediate per ogni necessità, disagio o problema) e di conseguenza viene costretta unicamente all'interno della dimensione individuale, personale e finita, attraverso la quale intenzioniamo, in modo sempre più concertistico, la ricerca della durata e dell'illimitato.
Il fatto che questa ricerca venga tradotta prevalentemente nell'ambito del dominio personale dell'Io (e gli esempi citati all'inizio non sono che un accenno, ed infatti potremmo proseguire l'elenco all'infinito pensando per esempio a tutti quei beni, sempre più belli, aggiornati e di ultimo grido, che continuamente siamo disposti a comprare dando fondo alle nostre risorse energetiche e finanziarie, perché più o meno inconsciamente persuasi che la qualità della nostra vita ed il senso che per noi acquista dipenda proprio da quell'oggetto) crea una costante illusione che attraversa la vita di noi tutti proprio perché la dimensione personale ed individuale non può che essere, per sua natura, finita e soggetta al limite.
Passatemi ancora una digressione: chi non ha visto in questi ultimi mesi quella pubblicità in cui viene elogiato il cittadino modello che fa la spesa e spendendo viene ringraziato da tutti? Non è questa pura follia o solo abbruttimento della nobiltà dello scambio e del ringraziamento ridotti alla mercificazione oggettivante del consumismo? E' questo imbroglio e scambio di registri che appare ai miei occhi blasfemo e come la bestemmia fondamentale che l'uomo continua a compiere in virtù di un sapere e di una conoscenza di cui in modo sempre maggiore e grazie alla sua intelligenza dispone, che però vengono alienati da sè e dunque resi oggetti esterni non più appartenenti a se stesso.
Al di là di fronzoli e orpelli con i quali siamo soliti vestirci e cercando invece di arrivare all'osso dell'intimità nel rapporto con l'altro (l'amico, l'amante, il compagno), ci viene chiesto di compiere questa scelta fondamentale: accettazione della morte come atto che ci consente la trascendenza del particolare, del finito, del personale, del nome, della forma. E' questo il momento in cui l'Io cede il passo al Sé.
Che cosa mi commuove in tutto questo? Nel lavoro di analisi, così come in tutti quei momenti della nostra vita in cui riusciamo "magicamente" a entrare nell'altro e a fare entrare l'altro in noi, siamo chiamati alla consapevolezza di avere la responsabilità di una scelta in cui noi insieme all'altro continuamente attraversiamo e siamo responsabili (o solo testimoni?) di continue morti da cui origina sempre nuova vita.


Alberto Toniutti


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