Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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| Home | Anno 12° | N° 45 |
| Settembre 2003 | Pag. 3° | Alberto Toniutti |

METODO
SALUTE E MALATTIA TRA PSICOTERAPIA E PSICOANALISI
Come cambiare il paradigma classico "salute = assenza di malattia".in quello di "malattia = assenza di salute"
Quando parliamo di salute, almeno nell'ambito della cultura occidentale, sorge subito un problema: che cosa dobbiamo intendere con tale termine?
Siamo soliti applicare un'impostazione che risale per lo meno a Cartesio, e così impariamo a concettualizzare due ambiti ben distinti: quello che attiene alla salute fisica o corporea, e quello che riguarda la salute psichica o mentale. Se nei confronti del primo ambito possiamo ancora applicare la logica causalistica propria delle scienze mediche, la quale definendo la salute come assenza di malattia ricerca nel cattivo funzionamento di un organo la causa dello stato di malessere, rispetto alla cosiddetta "salute psichica o mentale" l'applicazione del medesimo paradigma complica di non poco la questione.
Seguendo il modello delle scienze naturali, la medicina ha volto prevalentemente la sua attenzione sul tentativo di cercare la cura adeguata per quella specifica malattia o per quel dato mal funzionamento organico. Nulla di male e molto di necessario in tutto questo. Senonchè, procedendo in questa direzione, diviene per noi fondamentale mettere in primo piano la malattia e considerare solo in subordine quello che indichiamo con il termine "salute". E' dunque la storia del decorso della malattia che viene ad essere rilevante e che ci fornisce utili elementi per la guarigione.
Che cosa manca dunque in tutto questo? Certo la storia, ma non tanto quella della malattia, bensì quella della salute, ovvero quella di un soggetto che lungo il suo percorso vediamo inciampare in questa e quella malattia.
Ora, dire che noi dobbiamo occuparci dell'oggetto in cui inciampiamo è senz'altro vero, purché questo non vada a coprire qualcosa che resta a fondamento di quell'inciampo. Chi è, insomma, colui che inciampa? Quello che in questa operazione viene ridotto è dunque il soggetto che, sebbene sia il portatore della malattia, comincia piano piano a passare sullo sfondo sino a scomparire tramutandosi in oggetto malato.
La scienza medica così intesa assolve il suo scopo proprio perché dotata di quelle conoscenze anatomo-fisiologiche e di quelle tecniche che costituiscono gli strumenti operativi utili non tanto ad affermare qualcosa sul soggetto dell'azione _ e quindi sulla sua salute _ quanto piuttosto a pronunciarsi in merito alla malattia e a provare a correggere l'inadeguato funzionamento dell'organo corporeo.
Le cose paiono essere assai differenti se proviamo a vedere che cosa accade in ambito psicologico. Innanzitutto una precisazione. Quando si parla di psicologia in senso lato, siamo ben distanti dal possedere un termine che possa avere un suo significato comunemente condiviso. All'echeggiare di questa parola si apre innanzi a noi, in modo più o meno confuso, un universo di scuole e di "correnti di pensiero" tutte affaccendate con ciò che comunemente definiamo con il termine "malattia". Per ora accontentiamoci di questa vasta confusione e proviamo a procedere.
La conoscenza psicologica, nel caso in cui pretenda di mutuare il paradigma scientifico che la medicina ha tratto dalle scienze naturali, è costretta a definire la salute come assenza di malattia, con la differenza che essa non possiede affatto (salvo, forse, in casi assai limitati) quegli strumenti operativi che consentono per così dire una "correzione dell'organo mentale malato".
Date queste premesse, mi sembra che le successive vie di sviluppo possano venire tracciate attraverso due direzioni che risultano decisamente opposte. Una possibilità è quella di "inasprire i controlli" e "radere al suolo" l'apparato mentale, nel tentativo di trovare quelle funzioni, più o meno relative a specifici organi cerebrali, il cui mal funzionamento porterebbe a produrre uno stato di malattia. Così facendo, è facile intuirlo, procederemo sempre più verso una definizione del concetto di malattia e poco riusciremo a dire e ancor meno a pensare in merito al soggetto "in salute". Molto poco, dunque, che ci possa dire qualcosa sulla qualità della nostra salute e sul senso che in essa, quali soggetti viventi, esprimiamo. Tracciare tale via significa quindi aprire la strada a quello sterminato mondo psicologico che appartiene alla clinica psicoterapeutica: un insieme di tecniche che ci insegnano, in modi tra loro anche assai differenti, a gestire il nostro sintomo.
Quanto detto ha senz'altro il suo valore e la nostra professione ingaggia battaglie sempre più serrate per cimentarsi in tal senso. Senonchè tutto questo ha poco a che fare, o per lo meno solo in parte, con ciò che noi intendiamo quando parliamo di psicoanalisi.
Sarebbe quindi opportuno provare a prendere una strada diversa dalla precedente, cominciando a cambiare il paradigma classico "salute = assenza di malattia" con quello di "malattia = assenza di salute". Tale rovesciamento di paradigma, giustificato dall'opera riflessiva che esso consente, ci permette senz'altro di porci il problema in merito al significato che in noi assume la salute, ponendo in tal modo quest'ambito non come già dato e conosciuto a priori, bensì come nodo problematico suscettibile di continuo svelamento. In fin dei conti che cos'altro vuol dire porsi un problema se non il fatto di imparare a coltivare una possibilità?
Bella cosa! Un concetto che prima era dato per scontato e che non creava poi molti problemi, ora diviene una grossa spina nel fianco _ e, a volte, fa pure male! Ma allora che cosa ci guadagniamo noi da tutto questo? In nome di che cosa iniziamo a riflettere sulla possibilità di rovesciare un consolidato modo di pensare?
Pensare significa incominciare a porci delle questioni circa il senso del nostro agire quali soggetti viventi. Non per abbellirci, non per ozio o per sottrarci a ciò verso cui ognuno di noi è chiamato.
Accade di frequente, infatti, che il pensiero _ quello che noi chiamiamo pensiero-spazzatura _ diventi sintomo nevrotico e così prenda il posto di quel Pensiero con la P maiuscola a cui stiamo alludendo e che solo riesce a rendere ragione della verità di ognuno. Il pensare è dunque ciò che ci permette di mettere in questione quello che stiamo facendo ed il modo in cui lo facciamo, risvegliando in noi la domanda rispetto alla quale l'intero genere umano non può far altro che balbettare alcune timide sillabe. E' l'enigma che Sofocle, nella celebre tragedia, fa pronunciare alla Sfinge. Enigma rispetto al quale di volta in volta siamo pronti a dare sicure risposte _ le quali, molto spesso, non si rivelano altro che illusioni _ o verso il quale ci accasciamo come bimbi spauriti.
Chi è l'uomo? Qual è dunque la posizione che noi occupiamo nelle parole e nelle azioni che compiamo?
Va da sé che la risposta a questa domanda non è certo rintracciabile attraverso un percorso che si possa oggettivare.
In questo senso la psicoanalisi non ha nulla di oggettivo proprio perché il suo sapere non appartiene a una tecnica che possa essere appresa. Anzi, se così fosse, lo psicoanalista sarebbe un professionista che compie qualcosa di molto simile _ se non fosse per la differenza del suo oggetto d'indagine _ a ciò che viene svolto nell'ambito delle molte professioni che appartengono alla nostra era tecnologica. Accade invece che, per esempio, un ingegnere, un architetto o un medico possano svolgere la loro professione senza essere chiamati a pensare nel senso forte del termine che qui stiamo usando. La genialità, l'intelligenza, la creatività, unite alla tecnica appresa e alle conoscenze acquisite, sono elementi necessari e sufficienti per il buon esercizio della loro professione. Ma la psicoanalisi, proprio perché non si esaurisce nella tecnica e nella psicoterapia, non richiede solo una conoscenza e un sapere che possono essere appresi nel corso della canonica carriera di studi.
Se la mancanza di senso, e quindi un vuoto o una stereotipia del pensiero, è ciò che conduce ognuno di noi verso la cosiddetta "malattia" _ sia essa intesa come "patologia fisica" o come malattia o disturbo relativo a condizioni soggettive e sociali _ l'alternativa al dover farsi curare dall'"esperto", delegando a lui quel senso smarrito, è forse quella di intraprendere in prima persona il cammino della salute e della guarigione, cercando in esso quel senso smarrito.
Alberto Toniutti
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