Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
Direttore : Dott. Ada Cortese
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| Settembre 2003 | Pag. 9° | Ada Cortese |

SCHEDE
IDROFOBIA
Libere associazioni tra la rabbia canina, la repulsione all'acqua e il simbolo materno che l'acqua stessa rappresenta.
In medicina è una conseguenza sintomatologica della "rabbia": una malattia infettiva degli animali dovuta ad un virus appartenente alla famiglia dei rabdovirus (letteralmente =virus a forma di pallottola), grande 150-200 micron (millesimi di millimetro), molto sensibile al calore.
Nell'uomo provoca l'idrofobia (avversione all'acqua.
Una volta penetrato nella cellula nervosa, come ogni altro virus "si impadronisce" del materiale genetico di questa per moltiplicarsi, pur senza distruggerla completamente.
Una volta penetrato nell'organismo umano, il virus raggiunge i "gangli" nervosi ove si moltiplica invadendo poi il sistema nervoso centrale.
A questo punto l'idrofobia si manifesta in tutta la sua gravità, e diviene irreversibile.
In psicoanalisi è un sintomo che venne studiato fin dai primordi.
Per fare un esempio, nel caso di Anna O., un'isterica gravemente ammalata, curata da Breuer, che, fra gli altri sintomi (paralisi motorie, turbe della vista e dell'udito, tosse nervosa, anoressia, afasia ecc.), manifestava pure una caratteristica idrofobia acuta consistente nella repulsione della paziente a bere. Mediante l'ipnosi, Breuer aveva scoperto che la paziente, da piccola ebbe modo di vedere il cane della governante a lei invisa, bere in un bicchiere, evento per il quale aveva provato un forte senso di repulsione.
Pur avendo rimosso quell'episodio, la paziente manifestava sintomi idrofobici, che erano spariti soltanto quando Breuer, in virtù dell'ipnosi, li aveva portati alla coscienza.
Non è però più così comune e attuale che sintomi di idrofobia siano prodotti da traumi, mentre resta attuale che essi facciano parte di un quadro isterico che però pare essersi spostato, quanto ai soggetti che ne sono "colpiti" maggiormente, dalle donne agli uomini.
E infatti, ci è capitato spesso, ultimamente, di riflettere su questo particolare sintomo che molti uomini presentano e che in definitiva si risolve, per l'appunto, nell'"idrofobia", ovvero nell'"avversione totale alla semplice vista dell'acqua".
E' un modo piuttosto violento per segnalare quella particolare condizione psicologica che vede molte persone, soprattutto uomini, "allergici" al contatto con l'acqua.
Costoro possono tranquillamente adempiere a tutte le funzioni necessarie per la propria toilette, per il proprio nutrimento e per il proprio piacere: non rinunciano alle abluzioni personali (anche se preferirebbero lavarsi "a secco"!!) a lavarsi la frutta, a bere e alle piacevoli nuotate in mare.
E, ciononostante possono mantenere, rivivendolo sempre e prima di ogni contatto, quel "quid" di orrore, di avversione, che l'acqua in loro evoca.
C'è una relazione tra la rabbia canina, la repulsione all'acqua che essa produce nei soggetti umani che ne restino infetti ed il simbolo materno che l'acqua stessa rappresenta. E c'è una relazione tra aspetti del Logos apollineo, iperboreo, celestemente astratto e "puro", e gli aspetti ctonii dell'Eros terrestre, dionisiaco, orgiastico, umido, istintuale.
Non sappiamo se sia davvero una casistica sufficiente quella a cui possiamo fare riferimento diretto, eppure essendo esperienza viva, è quella che ci ha indotto alla riflessione sicché ad essa ci vorremmo tener fermi. Ecco: la nostra casistica dice che l'idrofobia è più "cosa" di maschi che di femmine, s'accompagna a caratteri forti e socialmente di successo, ma anche a caratteri abbastanza "analfabeti" nella gestione del mondo "sentimentale", incapaci di reggere la vista dell'Anima femminile in se stessi e nelle donne.
Su questo campione vorrei tentare una zoomata.
Spesso si tratta di uomini dal sicuro fascino, capaci di trasmettere il loro amore per la vita, per il lavoro, amanti del lavoro di squadra, generosi, assolutamente disinteressati, con intelligenza superiore alla media, capaci di amare le donne purché si pongano come persone e non come donne, si spingono e vivono le loro relazioni oltre ogni definizione biologica, abitando un ambiente umanizzato, per certi versi futuribile per i loro simili, ma già presente per loro.
Sono figure spesso simili a quegli uomini cinquecenteschi, rinascimentali, che di tutto sapevano e su tutto discutevano e disputavano e che a tutto si applicavano; sanno essere uomini "bestiali" (cinici!)
nel senso di andar soggetti a scatenamenti di "rabbia", di irascibilità estreme dove tutto il loro superiore atteggiamento si risolve nella demoniaca rappresentazione del verbo corrotto alle più immonde, estreme e fetide elucubrazioni che davvero sanno più di disperanti latrati canini che non di pianto umano.
E quando rientrano in sè, sanno riconoscere l'orrendo viaggio da cui sono appena tornati.
Sono consapevoli della loro condizione - proprio come gli umani malati d'idrofobia canina, i quali mantengono la coscienza fino alla morte che avviene tra orrendi spasimi - ma non hanno fiducia di poter cambiare, almeno: non possono verbalizzarla pena il crollo della loro difesa esistenziale, il razionalismo.
Sono uomini supernevrotici, comunque amabili perché immersi in un destino dove tutto si fa acuto, dove non è concesso sostare sul tranquillo greto del fiume, dove occorre sempre andare ai bordi per scoprire le nascoste cose.
E perché sono come posseduti: cercano di scappare dalle grinfie di un materno virago, dal regno delle Grandi Madri e non si rendono conto di esserci dentro fino al collo. E non si rendono conto che non potrebbe essere altrimenti.
Perché da esse proviene loro il grande acume, perché di esse sono il grande fallo, "divoratore di uomini".
Nel loro essere non c'è equilibrio: o tutto è sotto controllo o non lo è niente. Fedeli al sapere scientifico e naturalistico, sanno anche accettare razionalmente la citazione shakespeareiana che sostiene esserci "più cose tra cielo e terra di quanto non ne contenga la nostra filosofia", purché non diventi proposta di esperienza, purché non metta in gioco direttamente la loro affettività.
Sì, perché di questo si tratta: non è che questi uomini "idrofobi" siano glaciali, algidi, sono piuttosto "pudichi": non sanno trattare direttamente i sentimenti. Agiscono la loro affettività in maniera corale, socializzandola sempre, mai dedicandola a una donna, a un figlio, a nessuno in particolare, sempre ad un bene superiore. Richiedono capacità di traduzione perché non parlano la lingua dell'Amore per troppo rispetto o per troppa paura? Forse per entrambi.
In ogni caso: è la vista diretta che non reggono, è il verbo diretto che non reggono forse perché evoca un dichiarato "incesto" che ancora temono tanto.
E si sa, che dove c'è tanto orrore, ivi è anche l'oscuro oggetto del desiderio.
Credo che questi uomini, primitivi nella gestione "romantica" dei sentimenti, abbiano da insegnarci molto quanto a capacità di dedizione almeno pari a quella di una madre, almeno pari alla loro "idrofobia".
Ada Cortese
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