Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Settembre 2003 Pag. 10° Agnese Galotti


Agnese Galotti

 ATTUALITA' 

DAGLI ATTI DI UN CONGRESSO

L'emergere del Sč dell'analista: empatia, mutualitą, autenticitą nella formazione psicoanalitica.

A fine Maggio a Roma si è tenuto il Primo Congresso IsipSè (Istituto di Specializzazione in Psicologia Psicoanalitica del Sé e Psicoanalisi Relazionale) che ha visto la partecipazione di alcuni ospiti illustri, come Anna e Paul Ornstein (entrambi allievi e collaboratori di Kohut), Donna Orange, Gianni Liotti ed altri.
In questa occasione l'attenzione è stata posta principalmente sui requisiti fondamentali della formazione psicoanalitica nonché sull'analisi dei contesti relazionali che ne favoriscono o ne ostacolano lo sviluppo.
E' stato sottolineato come un clima di dialogo e profondo rispetto reciproco sia rilevabile in misura proporzionale nella situazione analitica (analista-analizzando) come nella situazione di supervisione (supervisore-supervisionato).
Tale collegamento diretto tra i due contesti (formazione/professione) mette in evidenza come, a monte della teoria di riferimento, il contesto psicoanalitico sia essenzialmente caratterizzato dal "modo della relazione" che viene realmente messo in atto, il cui apprendimento può passare solo attraverso la sperimentazione diretta.
In questo senso il momento della supervisione analitica è momento relazionale e formativo delicatissimo ed essenziale: più che un esercizio didattico o cognitivo si tratta di un percorso per liberare le capacità emotive dell'allievo, necessarie al compito analitico.
L'aspetto che ho trovato più stimolante è stato lo sforzo di individuare, a partire dalla propria esperienza, quegli atteggiamenti di chiusura al dialogo che, celati dietro apparentemente sincere dichiarazioni di disponibilità e di apertura, lasciano invece l'altro solo nel suo malessere, o peggio ancora, finiscono per colpevolizzarlo, più o meno sottilmente, del malessere stesso.
Farsi capaci di cogliere queste contraddizioni, così spesso drammaticamente presenti nel modo di porsi nella relazione, a dispetto delle buone intenzioni, è ciò che ne permette il ribaltamento e l'uscita da situazioni di impasse talvolta paralizzanti.
Anna Ornstein ha sottolineato come la psicoanalisi contemporanea stia attualmente dando "in maniera crescente una maggiore attenzione alla personalità dell'analista ed alle sue risposte verbali e non verbali al paziente" ovvero alla cosiddetta responsività.
La psicoanalisi come pure la psicoterapia psicoanalitica vengono così a costituirsi _ secondo le parole di Paul Ornstein _ come "un incontro che crea un clima ottimale per il paziente e per il terapeuta perché essi si coinvolgano entrambi in modo che gli strati più nascosti delle loro rispettive personalità (inclusi, naturalmente i loro problemi) vengano attivati nel processo del trattamento, e nel quale la conversazione terapeutica mira ad incrementare sempre di più ciò che il paziente sperimenta su un livello che non è immediatamente disponibile alla sua consapevolezza e ad esser riferito. Essere capaci di creare il clima appropriato per tale coinvolgimento è così una precondizione per essere in grado di sperimentare più pienamente, per portare alla consapevolezza e farne parte della conversazione, ciò che altrimenti rimarrebbe non sperimentato e non detto."

"Non c'è nulla di più pratico di una buona teoria"
Troppo spesso nella storia della psicoanalisi l'idealizzazione, o peggio ancora l'assolutizzazione, da parte dell'analista, della propria teoria di riferimento ha contribuito al crearsi di gravi fraintendimenti.
La teoria può essere utilizzata come strumento di potere, come fonte di certezze acquisite che si traducono troppo presto in interpretazioni indiscutibili; il corretto uso di una buona teoria richiede all'analista un atteggiamento di umiltà e di elasticità, in mancanza del quale non può esserci vero dialogo né spirito di ricerca.
La teoria dell'intersoggettività, afferma D. Orange: "rinuncia alla ricerca della certezza (inclusa la diagnosi e altre categorie sempre demarcate) a favore della ricerca della comprensione." Ho trovato particolarmente toccante la coraggiosa relazione di R. Riera, psicoanalista spagnolo, di formazione freudiana classica, il quale ha testimoniato come, negli anni, egli abbia maturato trasformazioni consistenti nella propria identità professionale, sul piano clinico e teorico, grazie ad un processo di riflessione critica, sofferto e travagliato, sul proprio modo di mettersi in relazione col paziente.
"Penso che sia stato molto importante per me rendermi conto che, spesso, con i pazienti difficili, le interpretazioni che ho dato loro celavano delle sottili accuse moralistiche che passavano inosservate anche a me, oltre che a loro." Di conseguenza: "quando questo contenuto dell'interpretazione non viene percepito, il paziente può sottomettersi ai pregiudizi teorici dell'analista, così in questo caso il processo analitico genera un paziente con un falso sé sottomesso all'ideologia dell'analista." Un meccanismo analogo è rintracciabile, parallelamente, nel contesto formativo, laddove, se mancano i requisiti necessari ad una reale formazione, l'allievo può sentirsi intimamente spinto ad accettare acriticamente le preconcezioni teoriche del didatta "per poter mantenere i legami con la propria famiglia psicoanalitica, legami che sono essenziali per l'assetto del giovane professionista."

Le "famiglie psicoanalitiche"
L'aspetto che riguarda le inevitabili e necessarie fasi di istituzionalizzazione della psicoanalisi, il formarsi di scuole, l'organizzarsi di gruppi con riferimenti teorici e formazioni differenti e il conseguente sviluppo dell'attitudine alla cooperazione piuttosto che alla reciproca prevaricazione, tocca un tasto assai dolente del movimento psicoanalitico fin qua, e ne individua un ambito di verifica delle reali dinamiche in atto.
E' importante avere ben presente che le dinamiche relazionali che prevarranno all'interno di queste comunità e tra le differenti comunità, coinvolgeranno inevitabilmente il clima relazionale di ciascun analista con i suoi analizzandi; questa responsabilità chiama in causa ciascun professionista nel suo interrogarsi su quale tipo di relazione alimenta non solo con gli analizzandi ma con i colleghi e con la comunità psicoanalitica tutta con cui è in relazione.
Il collega turco Y. Erten ha testimoniato con accorata sincerità le difficoltà che attraversa la recente comunità psicoanalitica cui partecipa, l'Anatolia Group.
"E' difficile credere che un analista che aderisce a una dinamica soggetto-oggetto con il paziente possa stare in una relazione diversa con il proprio istituto o con i rappresentanti del suo istituto, per esempio il suo analista didatta e i suoi supervisori. L'equivalente dell'oggettificazione in queste relazioni viene sentito nella sua pratica psicoanalitica come oggettificazione del paziente." Un'ulteriore riflessione sulla proprietà transitiva che coinvolge il contesto della supervisione e/o formazione e quello del setting analista-analizzando è stata proposta da G. Nebbiosi a proposito del trauma.
A seconda che la difficoltà che l'analista si trova a portare in supervisione, insieme alla sofferenza, talvolta traumatica, che essa comporta, venga giudicata come dovuta alla sua inadeguatezza o piuttosto accolta, in un clima di comprensione che apre la strada all'elaborazione, può svilupparsi un processo che fa transitare il trauma da un contesto all'altro oppure può aprire la strada ad una profonda e reale condivisione empatica.
Torna l'intramontabile metafora del "guaritore ferito" a testimonianza del fatto che non è in una presunta invulnerabilità (che è sempre difensiva) che si cela la vera forza, quanto nel disporsi ad accettare che in ogni contesto relazionale, in quello analitico a maggior ragione, "le nostre esperienza traumatiche con la loro disorganizzazione affettiva profonda, possono essere lo strumento migliore per la ricostruzione dialettica del rapporto con l'altro."


Agnese Galotti


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