Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
Direttore : Dott. Ada Cortese
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| Marzo 2004 | Pag. 2° | Ada Cortese |

FONDO
LA MILITANZA DELL'INTERIORITÀ (1)
L'individuazione non é mai cosa privata
Spesso da questi fogli abbiamo avuto modo di dire la nostra riflessione sulle "invasioni barbariche", tanto per parafrasare un recente film, che da più parti e a diversi livelli di esperienza, contribuiscono a violentare, mortificare ed umiliare la dea del mondo, ovvero quella facoltà presente nell'umana percezione, di condurre l'Anima universale avanti a se stessa, presente a se stessa. La dea del mondo viene costantemente misconosciuta dalle guerre, dunque dal potere economico e politico, dal potere religioso delle grandi religioni monoteiste occidentali basato sul comune disconoscimento del Femminino, dalla spocchia e dalla supponenza dell'ego culturale, intellettuale e religioso quando, cortigiano di quei poteri, ricerca e rinforza la propria autoidentificazione personale sulla fedeltà alla propria originalità che spesso e necessariamente si riduce alla libertà di ricostruire, a propria insaputa, una ottusa ripetizione del passato.
E gli uomini di buona volontà che cercano, come meglio possono, di procedere, nonostante tutto, sono tanti. Con i mezzi più diversi: l'arte, la scienza, il gesto politico E tra questi uomini ci sono anche gli psicoanalisti, e tra i mezzi: la psicoanalisi.
Poiché sono un'analista, e poiché ho cercato da decenni di concretizzare, oltre che di teorizzare, la responsabilità evolutiva, l'impegno sociale e la contemplazione attraverso la psicoanalisi, vorrei qui di seguito esporre brevemente i punti che, a mio avviso, qualificano l'esperienza del percorso psicoanalitico quale vicenda significativa politicamente.
Essa è davvero una coniunctio oppositorum in quanto niente come l'analisi sa essere "aristocratica", "nobile", "esclusiva", "singolare".
E niente come l'analisi ha bisogno dell'altro e degli altri per poter concretizzare se stessa.
Per alcuni psicoanalisti la stessa psicoanalisi di gruppo è qualcosa di impossibile, rifuggendo il sacro temenos del lavoro analitico e la soror mistica che vi si accompagna, ogni accentuazione della volgarità che inevitabilmente col gruppo si scatena. E il gruppo è volgo!
L'analisi resterebbe dunque sempre e solo, inesorabilmente, lavoro individuale per pochi, all'interno di una visione psico-filosofica (quella dell'analista) che sancisce, legittima e conserva la frattura ed il già sistematizzato conflitto tra singolo e società.
Ora, è vero che l'analisi vera e propria sia certamente per pochi da un punto di vista numerico. Ma trovo che questa sia una considerazione di irrilevante valore perché quando si ha a che fare con l'universo umano il numero, e siamo tutti d'accordo teoricamente, da solo non toglie né aggiunge nulla alla preziosità e alla natura necessitante di una esperienza. Come si rifiuta che la morte di un solo uomo sia meno cosa che la morte di cento uomini, allo stesso modo occorrerebbe restare vigili e aperti sullo stesso registro qualora si consideri la vicenda spirituale: per ricordarsi semplicemente che l'esperienza spirituale di un solo uomo è come l'esperienza spirituale di cento uomini.
Nell'universo dei princìpi, dunque, la psicoanalisi "anche per pochi" (per i molti è la più accessibile psicoterapia) trova il suo fondamento necessitante. Niente da obiettare al punto di vista "aristocratico".
Ma niente da obiettare al punto di vista complementare: nei nodi, intrecci e incroci che regolano e tessono l'universo relazionale umano tra i singoli e i gruppi della più svariata natura, noi rintracciamo proprio quel fondamento necessitante alla psicoanalisi dei gruppi. All'interno di questi nodi e snodi emergono le condizioni della "concreazione".
Nessuno crea niente da solo. Tutti hanno bisogno di tutti.
I due principi, della solitudine e dell'incontro psicoanalitico che tende a trasformare l'io in noi, determinano l'interdipendenza tra analisi individuale e analisi di gruppo. Lo stesso concetto junghiano di individuazione, alla luce di questa visione che illumina la doppia natura dell'essere umano, non è un processo veramente in grado di evolvere se non con gli altri.
L'individuazione non è mai cosa privata, non è un passatempo snobistico, non è cosa egoistica che concede a chi si "impiglia" in essa di consumare privatamente il privilegio dell'esperienza analitica. E' a questo punto che fa capolino il modo di essere dell'analista: perché l'individuazione si espanda concretamente ad un sociale più ampio occorre un analista che sappia concepire anche audacemente uno spazio mentale e fisico che vi corrisponda, pensato come un essenziale all'amplificazione dell'individuazione, uno spazio in cui egli analista non sia ovviamente più previsto in quanto al suo ruolo proprio perché, in questo spazio, la responsabilità della conoscenza psicoanalitica, della sua provenienza, del suo metodo, sono elementi ormai comuni a tutti quei tanti o pochi che si fanno carico di "concreare" e "compartecipare" la loro esperienza in divenire con i tanti nuovi che ad essi si vogliano unire.(continua in seconda)
Ada Cortese
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