Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
Direttore : Dott. Ada Cortese
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Marzo 2004 Pag. 3° Ada Cortese


Ada Cortese

 METODO 

LA MILITANZA DELL'INTERIORITÀ (2)

tra responsabilità evolutiva, impegno sociale e contemplazione

La psicoanalisi di Gea, come pensiero e come metodo, è nata su precisi fondamentali alcuni dei quali vale qui la pena di ricordare.
La responsabilità e consapevolezza dell'analista rispetto al valore politico e sociale della psicoanalisi.
La trasparenza del significato con cui qui si usa la parola "politica". Con essa si intende il riconoscimento delle ripercussioni nel tessuto sociale di ogni nostro gesto significativo in cui emerge cioè la testimonianza agli altri e a noi stessi del nostro pensiero di fondo.
La psicoanalisi dialettica, anche se già si collocherebbe oltre se stessa essendosi, se così si può dire risolta o, meglio dissolta, almeno teoricamente, grazie al pensiero di S. Montefoschi, vale ancora come termine evocativo perché rimanda alle origini e al contesto entro cui la prassi Gea si pone, in modo tale che l'analisi necessariamente comporta come conseguenza il concetto della militanza dell'interiorità quale esperienza integrabile alla coscienza.
L'analista accompagna l'altro nell'esperienza psicoanalitica non per far consumare solo privatamente il patrimonio di consapevolezza che essa fornisce al singolo; cosa, questa, del resto, importante ma che non esaurisce il ruolo dell'analista politicamente inteso.
D'altra parte non è che sia in forse il significato immediatamente sociale di un percorso psicoanalitico anche solo individuale:
è cosa che inevitabilmente accade quella per cui il soggetto, con cui l'analista ha lavorato, prosegua un percorso di consapevolizzazione esistenziale nella sua vita e nelle sue relazioni impollinando del suo nuovo spirito, consciamente ed inconsciamente, gli ambienti umani che incrocia.
Non è dunque questo il punto. Il punto è caso mai acclarare il fenomeno, nominarlo, circoscriverlo. Insomma dargli il potere che nasce dalla focalizzazione e dalla determinazione del concetto.
Il punto è che l'analista (parlo dall'interno di questo copione perché è quello nel quale ancora oggi mi ritrovo esistenzialmente calata) possa ritrovare una tensione ideale ed un senso concreto al suo agire. Non credo sia possibile nè auspicabile parlare di psicoanalisi e politica come si fece negli anni '70: più che altro ideologicamente.
Penso sia doveroso invece parlarne a voce alta soprattutto per le possibili e fruttuose implicazioni pratiche .
E a proposito di queste ultime, l'analista conscio dell'importanza sociale del suo ruolo, conscio del significato sociale del lavoro in gruppo, inevitabilmente cercherà di incoraggiare anche concretamente una risposta al bisogno umano che proprio dai suoi analizzandi impara a conoscere meglio, bisogno comunque dilagante di nuova e più autentica relazione.
Forse qui riaffiora la mia sensibilità al dato sociologico da cui è dipesa la mia prima formazione.
L'analista politicamente impegnato, non si ferma, dunque, a considerare il suo lavoro, individuale e di gruppo, nel mero studio privato lavandosi le mani di quanto si può essere sviluppato, quale surplus socialmente utile, valore aggiunto destinato alla coscienza collettiva, nel suo analizzando oltre che in se stesso.
E siccome egli, l'analista intendo, punta necessariamente allo smascheramento del desiderio umano primario dell'analizzando, desiderio magari nascosto dietro cumuli più o meno stratificati di sintomi e pensieri fuorviati, desiderio che lacanianamente è desiderio di essere il desiderio dell'Altro uomo, l'analista _ dicevo _ non può non favorire dichiaratamente la convergenza concreta dei tanti analizzandi, contribuendo così all'espressione concreta di una nuova relazionalità. Va da sè che un tale processo preveda una serie di pre-condizioni cliniche ed umane mature al giusto punto da impedire equivoci sulla natura dell'esperienza di cui qui si va discorrendo.
La proposta di convergere in gruppi ed inter-gruppi non dovrebbe valere solo all'interno della prassi clinica, ma anche nella promozione di luoghi di incontro tra persone che siano state attraversate dal lavoro analitico, con tutto quello che sul piano simbolico e spirituale esso spesso sa evocare e produrre, e persone che cercano, senza saperlo, un'analoga dimensione.
Ne consegue che l'analista non sia solo un clinico fermo ad una metodologia otto-novecentesca ma, nella mia visione, sia soprattutto un politico pratico e un visionario che dunque metta mano - a partire da una consapevole analisi sociologica dell'organizzazione sociale attuale, caratterizzata da anomia, solitudine, assenza di tempi e modi per "l'incontro" di nuova natura _ alla costruzione, lui che meglio d'altri conosce bene il bisogno umano autentico finalmente emergente, di un luogo d'incontro dove gli ex-analizzandi possano far circolare e sviluppare, proprio intenzionandolo, il Soggetto relazionale superriflessivo secondo dichiarata, compartecipata, adeguata espressione che il personale e comune lavoro analitico può permettere insieme alla tensione dei "nuovi" animati da identico spirito.
Nello spirito libero che sa anche contemplare e stare nel momento presente assoluto senza obiettivi e servilismi alcuni, posso riconoscere, per il lato sociale e storico che ci costituisce, che abbiamo anche responsabilità e doveri nella nostra vita derivanti dalla visione che ci permette di impregnarla di significato.
Nella reciprocità degli incontri determinanti da cui emerge più chiaramente che altrove il senso della nostra vita, emerge anche il genere di responsabilità e il suo nome.
Negli incontri psicoanalitici che impregnano di senso la mia vita riconosco che la mia primaria responsabilità verso i miei simili è la stessa che riconosco nei miei compagni di percorso, i miei analizzandi :
la responsabilità che nasce dal pensiero lucido e forte di non aver diritto di esaurire in forma privata il percorso psicoanalitico di cui siamo entrambi fortunati fruitori, oltre che parziali artefici operai, in quanto è di fondamentale urgenza collettiva far circolare socialmente la nostra fortuna in un luogo che dichiaratamente, seppure, forse, nella forma della comunicazione trasparente ai soli "iniziati", sia identificabile proprio per questo suo obiettivo e statuto:
l'amore e la propagazione dell'esperienza evolutivo - spirituale a cui un percorso psicoanalitico sufficientemente attraversato sa e può condurre. In questo obiettivo, in questa natura riconosco Gea, il suo passato, il suo presente, il suo futuro. Nella sua esistenza riconosco il mio senso utopico _ politico, professionale e personale.
Gea è il contributo politico dell'analista all'edificazione di un nuovo uomo e di un nuovo bisogno: il bisogno umano di sentirsi corresponsabile dell'evoluzione umana, il bisogno umano di impegnarsi socialmente.
Gea può dunque essere considerata anche un movimento di pensiero che promuove, ripeto, insieme alla già nota democrazia interiore e alla signorilità dello spirito, la militanza dell'interiorità.
Attraverso di essa possiamo confidare di incidere sul mondo e attraverso di essa possiamo sperimentare la libertà da ogni contraddizione del mondo. Gea è psicoanalisi che sa anche negarsi quando può favorire la rara facoltà a contemplare "quello che è" impedendo lo "scippo" di eterno presente pur nell'esistenza.
L'anima dell'associazione Gea sta in questo. La dea del mondo può ritrovare casa, protezione e adorazione. Chi non la sa ritrovare e letteralmente si ferma al lato esteriore di cosiddette attività "culturali" o, ed è lo stesso, al lato interiore di cosiddette attività "cliniche", non può fare esperienza della ricchezza multiforme e unitaria di Gea. Chi la comprende e la incoraggia, incoraggia il pensiero unificante, incoraggia l'Amore ad apparire.


Ada Cortese


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