Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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| Marzo 2004 | Pag. 9° | Tullio Tommasi |

RICERCHE
MOBBING E SENSO DI COMUNIĀ
La parola mobbing č diventata di uso comune
e, sia in ambito psicologico che in campo giuridico le pubblicazioni al riguardo sono sempre più numerose.
Il termine deriva dal verbo inglese to mob, che significa attaccare violentemente e fu usato dapprima dall'etologo K. Lorenz.
Egli lo utilizzò per indicare il comportamento aggressivo di certe specie di uccelli: il branco circonda e attacca la vittima designata che si è macchiata di qualche colpa grave, come l'aver tentato di usurpare un nido altrui. Verso la fine degli anni ottanta alcuni studi del nord Europa hanno iniziato ad analizzare questo comportamento anche tra gli umani.
Si parla di mobbing quando ci sono atti vessatori sul lavoro, sia di ordine psicologico che materiale, da parte di un gruppo nei confronti di una persona. Questi atti o atteggiamenti magari non sono molto gravi in sé, ma hanno un andamento continuativo, persistente, e creano un clima particolare per cui la vittima sviluppa una sofferenza psichica anche profonda. Le motivazioni possono essere varie: dalla competizione fra colleghi fino ad arrivare a un vero e proprio piano diabolico dell'azienda per isolare un elemento indesiderato.
Non è facile individuare il processo di mobbing. Le ragioni di questa difficoltà sono molteplici: intanto le vessazioni sono abbastanza sotterranee, mai evidenti o eclatanti, inoltre la vittima potrebbe in effetti esagerare, con vissuti paranoici, certe dinamiche lavorative magari dure, ma pur sempre comprensibili. E' un dato certo però che questi fenomeni sono sempre più frequenti:
in parte si evidenzia semplicemente una dinamica che è sempre esistita e che solo ora viene esplicitata, ma il mobbing può anche essere un risultato dei tempi che stiamo vivendo.
Credo che la diminuzione del senso di comunità e l'aumento del mobbing siano due fenomeni correlati tra loro. Con senso di comunità si intende, da un punto di vista psicologico, una serie di fattori che permettono di verificare l'esistenza di un gruppo coeso. Secondo le ricerche in merito, tali fattori possono essere riassunti in quattro punti: appartenenza, influenza, integrazione e soddisfazione dei bisogni, connessione emotiva condivisa. Senza entrare nei dettagli di ogni termine, è utile descriverli brevemente, in modo da evidenziare quanto il nostro periodo storico sia carente di questo senso in tutti gli ambiti, dalla scuola al lavoro, dai quartieri ai condomini.
Il senso di appartenenza si basa su un sistema condiviso di simboli, una sicurezza emotiva, un insieme di confini che permette di evidenziare la differenza tra il gruppo e l'esterno.
L'influenza è basata sulla partecipazione attiva: ogni singolo membro della comunità ha la capacità e gli strumenti per influenzare gli altri e per farsi influenzare. C'è dunque una reciprocità di influenza, in cui nessuno si sente sopraffatto.
L'integrazione e la soddisfazione dei bisogni è legata più a un aspetto narcisistico: il mio essere parte di una comunità rinforza il mio status sociale facilitando così il raggiungimento di obiettivi che ritengo importanti.
L'ultima caratteristica, la connessione emotiva condivisa, è determinante: essa si fonda su una storia comune e sulla condivisione di esperienze significative.
Queste quattro caratteristiche riassumono, in modo un po' schematico, il senso di appartenenza: dunque soggetti attivi, capaci di influenzare e di essere influenzati, con una storia e un obiettivo comuni, che non si limitano a un profitto individuale ma guardano più avanti, al bene più generale piuttosto che fermarsi a quello singolo. Che poi questo atteggiamento comporti una ricaduta positiva sul singolo è non solo auspicabile, ma necessario affinché questo circolo virtuoso proceda.
Dalle caratteristiche qui definite, è evidente che oggigiorno le comunità sono sempre più rare: l'individuo o la massa prevalgono su tutti i fronti, mentre quella zona intermedia che è il gruppo appare debole, poco definita e poco sfruttata. Del resto J. P. Sartre aveva già intuito la forza del gruppo, non come struttura, ma come un processo, come un mediatore dialettico tra l'individuo isolato e la società cristallizzata in rigide istituzioni. E quindi la società ha paura del gruppo, in quanto solo da esso può partire una spinta davvero innovativa, forte, che contrasta con le regole date.
Ecco che allora la frequenza del fenomeno mobbing ha una spiegazione:
non esistendo più un gruppo, ma singoli individui che creano un branco, è facile trovare un capro espiatorio debole che permetta di spostare il problema da quello vero a uno secondario: dove manca il senso di comunità, allora ciascuno ridiventa singolo individuo individualista che mira al profitto immediato; non si discute più delle dinamiche lavorative, esse vengono ormai date per scontate e ciascuno cerca di salvare il suo piccolo territorio.
Non è un caso che aziende in cui si verificano casi di mobbing hanno strutture, anche ai livelli più alti, che ricalcano vessazioni e atmosfere simili. Qui entriamo allora in un altro argomento fondamentale e sempre disatteso: il cambiamento di una struttura in modo profondo.
Spesso aziende in crisi, o per questioni economiche o per dinamiche pesanti al loro interno, richiedono, come ultima speranza, l'intervento dello psicologo.
Ma per trovare una soluzione effettiva al problema, occorre che ciascuna entità dell'azienda collabori e si metta in gioco. Spesso accade invece che i committenti, nel momento in cui intuiscono che occorrono cambiamenti profondi anche in loro, ridimensionino il problema, magari trovando una soluzione di comodo.
Un vero cambiamento si ha solo a livello profondo, strutturale, e per ottenere questo occorre la partecipazione di tutti, altrimenti si cercheranno (e si troveranno) solo colpevoli.
Nella psicologia di indirizzo sistemico si vede come il cosiddetto "paziente designato", ovvero l'elemento spesso più debole del gruppo, sia un modo facile per raggruppare tutti i problemi di dinamica familiare su un'unica persona, evitando così di prendere coscienza di altro.
Il primo obiettivo per poter realmente cambiare una struttura, sia essa una famiglia, una scuola, un'industria, un ospedale o quant'altro, consiste nell'adesione da parte di tutti a un vero progetto di cambiamento, con la consapevolezza che tutti quanti ne saranno coinvolti. Se rimane, e quasi sempre rimane, l'idea che sia l'altro a dover cambiare mentre noi possiamo tutt'al più concedere qualche piccolo aggiustamento, allora si assisterà solo a una riverniciatura di facciata.
Dunque prevale quasi sempre l'individuo o la massa, ed essendo gli umani inevitabilmente relazionali, si arriva a un cortocircuito in cui, per perseverare nei propri meccanismi di sicurezza, si creano colpevoli o persone su cui focalizzare rabbie, frustrazioni e via dicendo.
Può sembrare un luogo comune ma credo che l'atmosfera di una struttura, qualunque essa sia, venga respirata inconsciamente da tutti e quindi gli atteggiamenti sono conseguenze di tale stato.
Mi spiego con un esempio: recentemente sono stato indiretto osservatore di una situazione pesante in una classe scolastica; una specie di mobbing che, tra giovani, viene definito bullismo. Indignazione generale e conseguente sospensione (giusta) degli autori del caso. Pochi giorni dopo vengo a sapere che nella stessa scuola ci sono piccole cattiverie tra insegnanti, dicerie che circolano nei confronti di qualcuno, insomma, un clima pesante. Da un occhio esterno appare evidente che se un corpo insegnante agisce certe dinamiche, diventa assai probabile che tali situazioni andranno a modulare anche la vita di una classe, in una specie di empatia che passa attraverso canali inconsci. Se però si fa rilevare questo ai diretti interessati, ci sarà la negazione assoluta, per poter confermare l'esistenza di qualche colpevole sempre esterno a noi.
Tullio Tommasi
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