Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
Direttore : Dott. Ada Cortese
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| Marzo 2004 | Pag. 10° | Ada Cortese |

METODO
IPNOSI E PSICOTERAPIA
Nel profondo sentimento di relazione condiviso, che crea l'unione e la rassicurazione per entrambi gli "officianti" della cerimonia ipnotica, si radica la certezza dell'efficacia del rito stesso.
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L'ipnosi oggi viene più facilmente accettata come elemento facilitatore all'interno di un trattamento psicoterapeutico che non può più coincidere totalmente con essa, richiedendo un processo di maturazione nella relazione che intercorre tra lo psicoterapeuta e il paziente, ai fini di una più profonda trasformazione (guarigione?), che i tempi di singole sedute ipnotiche non concedono.
Alleviare la sofferenza psicologica non significa rimuovere gli interrogativi circa la sua origine. Chi lavora analiticamente porta con sé in qualche modo un filo di Arianna nel suo percorso di conoscenza interiore. Del resto è anche compito dell'analista in questo frangente impedire che la rimozione si produca, così come di gestire un'apparente e comunque insignificante stato di contraddizione che il suo "alterego" proverà ad inculcargli ("non si dovrebbe trattare il sintomo, occorrerebbe andare alla sua radice" ).
Ormai sono parecchi anni che tra gli strumenti aggiuntivi, a cui la creatività e le competenze dell'analista sanno ricorrere, contro il dolore inutile, viene contemplata l'ipnosi. In ambito "clinico" essa pare dare il meglio di sé a)
come appoggio alla psicoterapia e b) entro ambiti ben precisi, ovvero se finalizzata a ridurre l'influenza di determinati sintomi e comunque quando questi sono troppo invalidanti la qualità della vita del soggetto: per esempio, per gli attacchi di panico, per atteggiamenti coatti come l'onicofagia (mangiarsi le unghie e le pellicine), per la tricotillomania (strapparsi i capelli), per certe fobìe come la rupofobia (paura dello sporco), per alcune dipendenze come quella da fumo, a volte anche per sollevare il soggetto dall'invasione di deliri auditivi, visivi e pensieri compulsivi. La circoscrizione del "sintomo" pare essere un presupposto necessario per un utile ricorso all'ipnosi.
L'ipnosi di cui qui si tratta viene definita un appoggio al trattamento perché così viene concepito, utilizzato e proposto a chi potrebbe trarne giovamento. Ed è davvero un appoggio, davvero un espediente utile, tanto più efficace quanto più prodotto all'interno di un rapporto sufficientemente profondo tra i due che fanno il gioco: lo psicoterapeuta (o analista) e il "paziente" (o analizzando) che si calano rispettivamente nei panni dell'ipnotista e dell'ipnotizzato.
Se l'analista sa di poter contare sulla fiducia dell'analizzando, se il rapporto psicoanalitico da entrambi i sensi permette una fluida corrente di affettività affermativa , di reciproci sentimenti di risposta positivi, allora può tentare; non prima.
D'altra parte non propone niente di diverso, quanto a sostanza, da quello che accade di regola nel rapporto psicoterapeutico in particolare, e, direi, in ogni rapporto, in generale: in ogni rapporto qualcuno parla e qualcuno ascolta.
Nell'ascolto è in azione quella funzione suggestiva che sta alla base di ogni efficace parola. Ogni dialogo prevede la suggestione, la disponibilità cioè a farsi suggerire dall'altro una parola presunta "buona". La disponibilità all'ascolto permette che le parole nuove entrino in noi e vengano adeguatamente elaborate: accolte o respinte a seconda della loro corrispondenza al nostro essere di fondo.
L'ipnosi amplifica nella percezione di entrambi i coinvolti, analista e analizzando, ipnotista e ipnotizzato, il vissuto della sacralità del dialogo colto nel momento specifico della solennità della parola (ogni parola va scelta ed essenzializzata) e della solennità dell'ascolto.
Nel ricorso all'ipnosi torna il ricorso al lettino tradizionale perché più facilmente permette un veloce e massiccio allentamento delle difese razionali: è come se l'io, avanti alla posizione orizzontale, più facilmente cedesse il posto ad altre parti della personalità totale. Parti che, a quanto suggerisce l'esperienza, sembra non aspettino altro per emergere.
L'ipnosi davvero permette più facilmente un dialogo diretto tra la coscienza dell'analista e l'inconscio dell'analizzando pur al cospetto della soggettualità dell'analizzando stesso.
E' stata spesso e in precedenza introdotta questa nuova parola, soggettualità: qui manca lo spazio per dilungarsi.
Possiamo solo accennare che, a grandi linee, s'intende con essa il lucido autopercepirsi del soggetto sia come soggetto storicamente determinato che come realtà senziente parziale del più ampio Sé.
Qualunque sia la dinamica trattata, si crea quasi sempre un comune spostamento di livello percettivo: si entra in un altro spazio tempo, meglio sarebbe dire, si percepisce più direttamente quel sentimento di "non tempo" che già si fa presente nel sacro recinto della seduta analitica.
In questo sentimento condiviso, che crea l'unione e la rassicurazione per entrambi gli "officianti" della cerimonia ipnotica, si radica per entrambi la certezza dell'efficacia del rito stesso.
Efficacia sempre presentata e offerta come "possibile risultato del possibile ricorso ad un espediente, l'ipnosi, che spesso sa dare buoni risultati duraturi anche se temporanei". E' quest'ultima parte della proposizione cosa da dichiarare assai importante per impedire idee errate ed inutili illusioni e, nello stesso tempo, all'interno di un lavoro psicoterapeutico e/o psicoanalitico, per cercare di fornire sollievo (spesso anche aiutati da psicofarmaci che chi di dovere giustamente suggerisce) contro la schiavitù di sintomi che a volte rendono difficile oltre che la vita del soggetto, anche lo svolgimento dello stesso lavoro psicoterapeutico.
Per evitare pregiudizi e stereotipi attorno all'ipnosi, o, molto semplicemente, idee sbagliate rispetto a ciò di cui si sta qui discorrendo, va subito aggiunto che non si tratta di ipnosi "profonda", che non si tratta di evocare eventi remoti e ormai rimossi, né tanto meno vite precedenti o stati pre-natali: molto più semplicemente si entra in rapporto con l'aspetto "duro", "hard" dell'inconscio, con il lato corporeo, per accedere, attraverso di esso, ad un dialogo assai emozionante con le parti in profondità che sempre parlano, seppure attraverso un preciso soggetto, con la saggezza e l'intelligenza di un pensiero ricco di secoli e di millenni.
Una particolarità dell'esperienza consiste nella possibilità offerta al soggetto che vi si sottopone di rassicurarsi contro l'idea di ogni patologico gioco di potere che, nell'immaginario collettivo, permetterebbe all'ipnotista di imporre all'inconscio dell'ipnotizzato la sua volontà.
La persona che si sottopone ad ipnosi scopre che né l'io dell'analista attivo né il suo proprio io può decidere l'andamento della seduta ipnotica per il semplice fatto che lo decide davvero il suo inconscio attraverso segnali che nulla concedono all'immaginazione, alla fantasia e alla fascinazione di entrambi i protagonisti della cerimonia ipnotica.
Giungere, dunque, a poter praticare la "cerimonia ipnotica" equivale a prendere atto di un ottimo traguardo a cui è già giunto il lavoro terapeutico: il contatto profondo tra i due protagonisti che, già da solo, ripeto, è materia prima al ricambio libidico e al nuovo fondamento ontologico, stavolta affermativo e amoroso, del soggetto verso se stesso e verso l'Altro.
Ada Cortese
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