Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Marzo 2004 Pag. 11° Giovanna Badino


Giovanna Badino

 PROFILI 

UNGARETTI: UOMO E POETA

"Tra un fiore colto e l'altro donato l'inesprimibile nulla"

Giuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d'Egitto il 1888 e quel deserto che ha conosciuto fin dall'infanzia gli resterà nel cuore per tutta la vita, portandolo nel suo canto poetico.
Assimila i racconti che, dopo la morte del padre, la madre narrava ai fanciulli (egli aveva un fratello maggiore). I racconti di Lucca, della sua gente d'origine, dell'Italia rimarranno impressi tanto da ispirare "la terra promessa" nell'età matura.
In Africa passa la fanciullezza e l'adolescenza. E' un periodo importante per la sua formazione, oltre agli studi che conduce in un collegio (Don Bosco) c'è la "baracca rossa" dove con Enrico Pea si sperimenta nella sua vitalità di artista e pensatore.
Va ricordato che la "baracca rossa" era un circolo di anarchici dove circolavano le prime idee del Novecento.
Si reca in Francia prima dei vent'anni. Frequenta l'Università ma non si laureerà.
E' assiduo alle lezioni di Bergson e si riconosce nella sua filosofia.
Nella poesia Fiumi è presente la sua storia biografica, ma egli non inizia dal Nilo, che rappresenta la sua nascita, bensì dall'Isonzo dove vive il presente della guerra e ritrova la rara felicità di sentirsi in armonia con l'universo. Il secondo fiume è il Serchio dove hanno attinto duemila anni forse di gente mia campagnola. E' il fiume della patria d'origine, l'amata Lucca. Terzo è il Nilo che mi ha visto / nascere crescere / e ardere d'inconsapevolezza / nelle estese pianure. Ultimo è la Senna, il fiume della giovinezza in quel suo torbido / mi son rimescolato / e mi sono conosciuto.
Perché questa successione? Non a caso termina la poesia con la Senna; infatti è proprio in Francia, nella filosofia bergsoniana che si riconosce. Vediamo come la posizione della citazione dei fiumi:
primo Isonzo (presente), secondo Serchio (la patria con tutto ciò che ispira), terzo è il Nilo (il passato), quarto è la Senna (la memoria), sia legato dal filo d'oro di una presenza che si svolge nell'oggi ma nell'oggi c'è anche il passato e finisce con lo spessore della cultura letteraria che tutte le esperienze abbraccia.
A Parigi Ungaretti frequenta anche con assiduità i caffè, che in quel periodo erano centri di cultura alternativa. Conosce Picasso, Modigliani, De Chirico, e pittori futuristi. Lo affascina la poesia di Mallarmé. Nella poesia, come dice lui stesso, più che il verso di questo o quel poeta cerca il canto.
Giunto in Italia sarà interventista e parteciperà alla grande guerra. Ma ben presto si renderà conto dell'inutile strage, come la definì il Papa del tempo. Si era arruolato come soldato semplice perché all'esame per passare generale era stato giudicato "inetto al comando".
Definizione che per Ungaretti si rivelerà come una provvidenza; infatti in quella guerra egli aveva intravisto una fine di tutte le guerre per una fratellanza universale e quindi non avrebbe mai potuto sentirsi diverso dal compagno di trincea.
Si rende conto dell'orrore della guerra e urla e canta il suo dolore amore nelle liriche di Porto sepolto. E' la parola che lo libera dal rischio d'impazzire, come dirà lui stesso: un'intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato… ho scritto / lettere piene d'amore.
E' la parola che scardinata dalla musicalità del verso acquista quella pregnanza che dà vita, lenisce il dolore, è significante, è più feconda che allevare una prole.
Ed ecco perché in trincea nasce la conosciutissima poesia Fratelli, non c'è più il nemico, il poeta si accorge che si spara e basta e dall'altra parte l'uomo ucciso, anche se di nazionalità diversa è fratello.
Di che reggimento siete / fratelli? / parola tremante / nella notte / foglia appena nata / nell'aria spasimante / involontaria rivolta / dell'uomo presente alla sua / fragilità / fratelli.
Nella prima domanda Ungaretti sembra spiazzare tutto quell'apparato di guerra.
Come fanno dei fratelli ad appartenere a reggimenti? Egli pone da sola la parola fratelli per far capire come essa vibri e tremi nel delirio di un'umanità che si autodistrugge. Ed è nella notte che egli pronuncia la parola fratelli come è ancora nella notte della storia che anche noi possiamo pronunciarla. Però già era foglia appena nata la coscienza profonda dell'autore d'appartenere ad un'unica umanità, era nata.
La poesia di Ungaretti è come scolpire nella pietra, sono parole scavate nella roccia, graffi profondi nel tessuto della vita divenuta aria irrespirabile lacerata da due grandi guerre.
Nel 1920 si stabilisce a Roma con un incarico presso l'ufficio stampa del Ministero degli Esteri. Nel 1925 nasce la prima figlia Anna Maria chiamata Ninon.
Nel 1928 Ungaretti dopo una permanenza al monte Subiaco si converte alla religione cattolica. Questa viene in un periodo di maturità, a quarant'anni.
Gli nasce nel 1930 un figlio, Antonietto, che morirà a soli nove anni in Brasile per un'appendicite mal curata. Il poeta si era recato in Brasile, perché lì era stato inviato a insegnare letteratura italiana alla Costituenda Università di San Paolo.
Attanagliato per la grande sofferenza per la perdita del figlio, esploderà solo nel Dolore dopo aver riflettuto sull'inutilità di tenersi sua, per pudore, una sofferenza così grande che sente appartenere ad un'umanità intera.
Nel 1970 scrive L'impietrito e il velluto ultima sua poesia.
Muore poco dopo a Milano.
La metafora che usa nella poesia ( viaggio _ nomadismo _ miraggio) è il modo di guardare la storia da un particolare angolo prospettico:
l'Eterno.
Nelle poesie scritte per la rivista "Lacerba" appare il sentimento della precarietà e nello stesso tempo il desiderio di afferrare l'attimo in un abbraccio duraturo: le gocciole attimo di gioia trattenuto / brillano sulla verdura rasserenata e ancora: Conto a sorsi la bontà del tempo. In Chiaroscuro: Ma ora mi reggo tra le braccia / le nuvole che il mio sole mantiene / e all'alba non voglio saperne di più. In Eternità :Tra un fiore colto e l'altro donato / l'inesprimibile nulla.
Nel poeta appare la consapevolezza d'appartenere alla vita nomade:
nomade nella sua vita biografica (sempre sradicato da terre dove ha vissuto intensamente)
ma anche nomade per scelta interiore. Così in Girovago: In nessuna / parte / di terra / mi posso / accasare.
Con l'aggiunta di altre poesie Porto sepolto si trasforma in Allegria di naufragi. Nell'unire questi due opposti si manifesta tutta la sottile ironia di Ungaretti la vena amara del suo sorriso; l'uomo di pena non si vuol perdere nel lamento, in lui l'angoscia esistenziale si fa grido e il grido canto.
Il canto poetico contiene dunque l'elan vital, una vis rigeneratrice.
In questo senso il poeta è attuale perché nel Nuovo Millennio assistiamo a catastrofi e a capovolgimenti epocali.
Il conflitto sanguinario e fratricida di Israele/Palestina, un radicalismo imperialista al quale si oppone un fondamentalismo che non può avere nessuna qualifica religiosa. Eppure l'umanità è disseminata di uomini di pace. La poesia ha il potere catartico e risolutore come l'arte e la musica.
Ungaretti si pone la stessa domanda che è stata rivolta a Cristo: Tu chi sei? domanda angosciosa: Ma Dio cos'è? (Risvegli). Di fronte a questo grande mistero l'uomo scopre la sua fragilità e debolezza:
Ma ben sola e ben nuda / senza miraggio / porto la mia anima (Peso).
L'uomo è però anche potenza e forza quando la sua azione e le sue parole tendono alla riconquista di una dignità: Chi teme più, chi giudica? (Senza più peso).


Giovanna Badino


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