Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Marzo 2004 Pag. 13° Cristina Pellegatti


Cristina Pellegatti

 STREAM OF CONSCIOUSNESS 

PARLIAMONE ORA PERCHE' SENTIAMO IL BISOGNO DI PARLARNE? DI COSA...? COSI', IN GENERALE.

Ci stiamo allontanando gli uni dagli altri..

Operiamo a tal fine con tutti i mezzi. Attraverso la televisione, i giornali, i manifesti pubblicitari ci "suggeriamo" modelli da seguire per essere sempre belli simpatici intelligenti seducenti attraenti, sempre disinvolti mai titubanti neanche quando si è imbarazzati, perché allora si diventa goffi ma, con un intervento mirato, di nuovo simpatici. Ma per essere tutto questo cosa si deve fare? È evidente e quasi banale devi comprare.
La rima ci sta bene, devo ammettere che il loro lavoro lo sanno fare visto che solo a parlarne gli slogan escono da soli.
Ma ormai lo sappiamo, quante volte abbiamo sentito dire queste cose dal comico di turno alla televisione?
Siamo ad un impasse?
Tutti noi sappiamo di essere vittime del consumismo che ci tiene inchiodati a modelli altrui, con l'aggravante che ora ne siamo ben consapevoli. Abbiamo chiari i meccanismi che operano all'inganno. Abbiamo riso alle battute trite e ritrite sui personaggi che ci governano, alle battute sulla pubblicità che ci ipnotizza e che ci spersonalizza come la clonazione. Ora ho la sensazione che anche il riso, che sembra poter salvare il senso critico, si stia omologando al sistema. Ridiamo e siamo di nuovo vittime di un modello imposto. Ridendone ci sentiamo più forti, ma è una sensazione falsa perché ci è concessa proprio da chi "critichiamo".
In questo modo stiamo cementando il canale che conduce al vero spirito critico quello che ci fa sentire individui pensatori del nostro pensiero, e non cloni di chi ha il possesso dei mezzi di comunicazione.
Se tutti noi abbiamo come obiettivo da raggiungere quello di mascherarci come la società vuole, la parte di noi più vera, quella che celiamo, come si esprime, come possiamo riconoscerci e distinguerci? L'energia e l'impegno che mettiamo nel nascondere tutto ciò che è vergogna e peccato per i comandamenti del dio consumismo preleva tempo dalla banca delle nostre giornate e non abbiamo più né spazio né tempo da dedicare e condividere con le persone che ci stanno vicine. Vicine, parola pericolosissima perché più ci stanno vicine e più si corre il rischio di essere smascherati nelle nostre umane debolezze, quelle che ci fanno persone diverse le une dalle altre, e quindi persone vere che possono veramente essere amate o odiate.
I mezzi di comunicazione avvicinano tutti al loro modello virtuale e noi aderendovi ci allontaniamo in primo luogo da noi stessi e poi dagli altri.
Ma perché questa premessa, anche ormai un po' scontata?
Perché non riesco a persuadermi di essere solo vittima di questa società, non sono convinta che qualcuno possa decidere per me. Mi dicono che quel qualcuno è il Potere, ma il potere è qualcuno di noi, allora il potere fa parte dell'umano e allora fa parte di me, scusate l'imbroglio, così arrivo a pensare che c'è una parte di me, potente, che si impone con le sue regole e che condiziona il mio procedere verso la conoscenza di me stessa e quindi dell'umano.
Dovendo descrivere i rapporti tra l'umano (per scaramanzia adopero questo sostantivo singolare che frammenta meno l'idea di umanità) mi viene un'immagine: tanti naufraghi ognuno sulla propria zattera che con lunghe pertiche si allontanano in un mare di inconsapevolezza.
Scrivo questo perché ho bisogno di chiarirmi: allora da dove viene questa fortissima impetuosa urgenza di sentire le parole della gente, del parlare degli uomini, delle voci delle donne, di ascoltare chi ha voglia di raccontare delle loro vite vere o di quelle immaginate, voglia di ascoltare parole?
Ci sono dei luoghi dove ancora si potrebbe ascoltare e parlare: la scuola, la famiglia, il teatro, il cinema, la chiesa… Ma la corruzione della comunicazione inquina subdolamente e inesorabilmente anche i rapporti che sembrano meno vulnerabili come quelli tra genitori e i figli, e tra insegnanti e alunni, e la religione sappiamo quanto è legata ai messaggi mediatici, per non parlare della politica, ecco non ne parliamo, eviterò di dire altre cose scontate.
Pochi ormai pensano che possa essere interessante parlare di Sè, il sè è dimenticato, è roba vecchia.
Cercando nella memoria quali possono essere i luoghi dove poter ascoltare chi ha qualcosa da raccontare mi vengono in mente le generazioni passate non ancora violentate dalle immagini mediatiche, mi vengono in mente le cucine di casa che per piccole che fossero dovevano ospitare tante persone e tante parole, le osterie che alla sera quando nelle cucine rimanevano solo le donne si riempivano di fumo e di sigarette e di mani che gesticolavano, le camere da letto dove ci si spogliava dagli indumenti e dove le coppie si raccontavano o litigavano, o nelle sale dei comuni dove si faceva politica, o negli oratori delle chiese.
Straparlo? Straparlo come spesso diciamo dei discorsi dei vecchi quando non capiamo cosa hanno da dirci, così li allontaniamo, li releghiamo in luoghi fuori dal tempo ma loro là parlano. Straparlano, mi viene da leggerlo come "parlano troppo", ma quel parlare li scalda e li rincuora, perché le loro parole li fanno sentire ancora vivi e vicini.
Le parole potrebbero legarci al passato, alla nostra storia, ma noi abbiamo tagliato quelle corde che ci tenevano uniti come rocciatori che si salvano a vicenda dalle cadute. Sulle corde correvano i ricordi, i riti, i costumi, i canti, correvano le parole della nostra storia che, come il filo di Arianna, non ci facevano perdere la sensazione di appartenenza a questo nostro genere umano a cui non diamo più valore se non quello materiale. Ci aggrappiamo a oggetti che presto consumiamo e che dobbiamo subito sostituire altrimenti il terrore di cadere ci annienta.
Eppure anche se il panorama che vedo è grigio e cupo il mio non è un punto di vista lamentoso e pessimista perché io credo che esista questa arma potentissima che è la parola e credo che potrebbe essere un balsamo per il nostro essere, una cura per l'anima, un bastone per le generazioni di tutte le età, un rifugio dove potremmo consolare e essere consolati, una medicina.
Con la parola possiamo incarnare il nostro spirito, rendendolo libero di scoprire ciò che nascondiamo.
Ma dobbiamo distinguere la natura delle parole, dobbiamo fare uno sforzo per cercare le nostre. Dobbiamo uscire da tutto ciò che ci è consueto, rovesciare il punto di vista, sforzarci di essere assurdi per ritrovare il varco che abbiamo chiuso, quel passaggio diventato segreto che ci conduce allo spirito, dobbiamo sgombrare, fare largo per intraprendere quel sentiero che ci conduce all'anima. Per fare questo si deve cercare un luogo e un tempo dove fare parola, dobbiamo uscire dalle case come dagli schemi preconfezionati, e sfuggire ogni tipo di propaganda, dobbiamo cercare di ricostruire quella cordata che ci permette di proseguire o di risalire.
Per fare questo dobbiamo trovare gli interlocutori e proporre a loro il nostro pensiero, e dobbiamo cercare in noi il desiderio naturale e umano del fare parola e di ascoltare.
Le parole come anime ci attraversano e ci legano gli uni agli altri come una ragnatela, come preziosi fili d'argento che si intrecciano su un grande telaio creano quel tessuto che è la vita, non intesa come esistenza individuale di nascita e di morte, ma come l'opera di un meraviglioso arazzo su un infinito telaio, alla cui lavorazione ognuno di noi partecipa con la propria parola.
Queste riflessioni comuni a un gruppo di genovesi (e chissà a quanti altri)
hanno generato un'idea, idea cui peraltro qualcuno, altrove, ha già dato forma: ad esempio a Parigi, nel 1992, dove quasi per caso un filosofo, Marc Sautet, ha cominciato a incontrare una volta alla settimana al Café des Phares passanti, giovani, pensionati, avventori (perdigiorno?). Da questi incontri sono nati argomenti di interesse comune, che di volta in volta venivano indagati con le sole regole di servirsi di un linguaggio semplice e accessibile, di "non accontentarsi delle opinioni dominanti" e di concedersi il piacere di fare parola.
Abbiamo quindi deciso di dare un luogo e un tempo analoghi anche nella nostra città. Può darsi che ne sentiate parlare, come no, l'importante è che oggi questo luogo stia nascendo e che possa essere aperto a chiunque senta ancora il desiderio di condividere parole, di parlare e forse ancor di più di ascoltare, e sia stufo dei Talk-Show del Nulla.


Cristina Pellegatti


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