Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale a cura dell'Associazione G.E.A.
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Marzo 2004 Pag. 14° Cristina Pellegatti


Cristina Pellegatti

 STREAM OF CONSCIOUSNESS 

PENSIERI DI GRUPPO

Al quarto incontro del gruppo ho il desiderio di scrivere qualcosa

una riflessione riassuntiva su questi appuntamenti che per me sono terra sconosciuta da esplorare.
Mi sono recata al primo incontro con un solo enorme interrogativo che mi seguiva diligentemente fino in cima a Via Palestro; la domanda era: "Perché sto andando?" Se non ricordo male, dopo essermi presentata, ho chiesto al gruppo se invece "lui" avesse già un'idea, una motivazione che lo aveva spinto a quel primo incontro.
Lui qualcosa di nebuloso ha risposto ma poteva essere la risposta che avrei dato io se fossi stata costretta a farlo, ho percepito lo stesso smarrimento che sentivo in me.
Poi è arrivato il secondo, il terzo e il quarto incontro, salto al quarto perché è qua che ho visto una qualche nebbiosa idea di cosa ci faccio lì.
La riflessione è partita da un sogno che ho portato nel gruppo: ero a casa mia, anche se quella del sogno non era la casa in cui abito, c'era con me un folle pronto a trovare un pretesto per potermi colpire, c'erano anche le mie due figlie che io, senza che l'uomo se ne accorgesse, mandavo a chiamare il loro padre che abitava ai primi piani del palazzo. Intanto mantenendo un tono di voce pacato e misurando le parole, cercavo di non scatenare l'ira del folle. C'è poco di più nel sogno ma lo tralascio.
Ho vissuto situazioni di violenza sia fisica che psicologica, e il sogno mi ha rammentato di tante volte che dovevo misurare le parole, filtrare e mediare gli stati d'animo per non far precipitare quella calma apparente che stava in equilibrio sempre precario.
Ho pensato che è difficile in un tal clima dimostrarsi intimamente e per di più la percezione del lasciarsi andare a quel che si è, si fonde con le liti furiose e con il non avere autocontrollo. Lasciarsi andare diventa pericoloso in ambo le direzioni:
si diventa pericolosi per gli altri, o si può scatenare qualcosa che ti si rivolta contro.
Allora forse il gruppo può "insegnarmi" che ora è un altro tempo e che se mi esprimo non sarò pericolosa per nessuno e di rimando neanche per me.
Parlando con un'amica che mi chiedeva se non ci fosse una ricerca di garanzia nel gruppo, come un rifugio dove ci si vuole tutti bene, mi sono sentita sicura di poterle rispondere che non sento assolutamente di essere garantita dal gruppo.
La sensazione è un'altra: il gruppo mi dà la garanzia di esserci e di permettere a me stessa di scoprirmi intimamente.
Dicevo all'inizio che sono entrata nel gruppo come in una terra sconosciuta, ed è assolutamente vero. Ma è ancora più vero che a volte succede, quando non ci si trova in zona protetta: la propria famiglia, le amicizie, il lavoro, senza la nostra immagine di ritorno con la quale attraverso gli altri ci conosciamo, che siamo sconosciuti a noi stessi.
Dove non esistono relazioni preconfezionate che ci danno ruoli da coprire, veri che siano, noi ci sveliamo per come siamo anche a noi stessi.
Così trovare in noi terre sconosciute può fare paura ma può anche essere estremamente affascinante. Allora sempre tornando indietro nello scritto ecco che la sensazione di smarrimento che ho provato al primo incontro mi torna più chiara, quella sera mi sono presentata a un gruppo che, a parte l'analista che intraprende con noi questo viaggio, non mi conosceva, anzi non ci conoscevamo, spogliati dai nostri ruoli che risultano solo come un racconto, costumi che rimangono appesi fuori dalla porta.
Durante uno degli incontri avevo tradotto la sensazione del primo così:
"Come se fosse il primo giorno di asilo, tanti bambini piangono e hanno paura ma così inizia la conoscenza di un mondo nuovo che ci circonda e che ci riempie".
Con tanta tenerezza auguro al gruppo un buon lavoro.


Cristina Pellegatti


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