Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale
a cura dell'Associazione GEA
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Giugno 2004 Pag. 5° Evandro Agazzi


Evandro Agazzi

 TEORIA 

HA SENSO LA STORIA DELL'UNIVERSO?

E' ormai ben chiaro che, senza tener conto delle intenzioni e dei fini, non si puņ svolgere alcun discorso scientifico a proposito delle azioni umane

In che consiste la domanda di senso
La domanda sul senso è una parte fondamentale della domanda sul "perché", che traduce l'esigenza di comprensione e spiegazione che la ragione umana prova di fronte all'esperienza largamente intesa. La sua risposta deve dare una "ragione" che non si limiti ad essere una causa in senso solamente efficiente e produttivo, ma anche capace di rivelare un qualche valore (come chiedeva il Socrate del Fedone).
Il pensiero antico (con l'eccezione della scuola atomista) aveva condiviso una concezione finalistica del mondo, sia per quanto concerne i suoi costituenti particolari, sia nel suo complesso, vedendo un disegno tanto nel comportamento dei singoli enti secondo la propria natura o essenza quanto nella disposizione globale del cosmo che tende ad un fine ultimo (l' Idea del Bene platonica o il Motore Immobile aristotelico). Innestandosi su questa tradizione, il pensiero cristiano l'aveva sviluppata e approfondita attraverso la concezione del Dio creatore e ordinatore dell'universo e amorevole guida delle vicende cosmiche e umane.

La svolta rappresentata dalla nascita della scienza moderna
La nascita della scienza naturale moderna rompe questa visione per quanto concerne l'universo fisico, bandendo la considerazione delle essenze e delle cause finali dall'ambito dei propri concetti (non a caso essa adottò in sostanza la metafisica della natura dell'antico atomismo). Infatti l'unica forma di causalità ammessa in fisica è quella rappresentata dalle forze, le quali agiscono sui corpi materiali dall'esterno. Pertanto ogni spiegazione finalistica era esclusa per quanto concerne i singoli processi fisici, mentre sopravviveva, inizialmente, una visione finalistica "globale" per quanto concerne la struttura ordinata dell'Universo (ad esempio, in Newton e molti altri autori). In questa visione si radica il deismo di tanti autori dell'Illuminismo (concetto del "Dio orologiaio" e del "grande architetto dell'universo").
Una simile concezione, per altro, si pone come estranea alla sfera conoscitiva della scienza (si veda l'episodio della risposta di Laplace a Napoleone a proposito del posto da lui riservato a Dio nella sua teoria cosmologica: "Non ho avuto bisogno di questa ipotesi"). Ciò ha implicato che, man o a mano che la scienza si è imposta come l'unica forma autentica di conoscenza (tipicamente con il diffondersi della mentalità positivistica), la sola causalità efficiente e deterministica è stata accolta come criterio di comprensione e spiegazione dell'universo, al quale veniva sottratto ogni senso.
Un'eccezione sembrava imporsi nello studio dei fenomeni della vita, nei quali il concorrere coordinato di diverse funzioni appariva un'indicazione indiscutibile della presenza di un disegno, di un piano, di una finalità. Tuttavia nel corso dell'Ottocento la teoria dell'evoluzione (nella sua versione darwiniana) offriva anche per la biologia un quadro interpretativo in cui, per usare la famosa espressione di Monod, solamente caso e necessità sono ammessi come fattori di spiegazione.

La categoria della storicità entra nel mondo della natura
Proprio la teoria dell'evoluzione, tuttavia, introduceva nella scienza naturale una categoria nuova, quella della storicità: la vita sulla terra ha conosciuto una lunga storia e la storia (secondo il modo comune di intendere questo concetto) è il modo tipico secondo cui si presenta il corso degli eventi umani, i quali sono sempre il frutto di azioni intenzionali, ossia volute e perseguite in vista di certi fini (anche se, molto spesso, le conseguenze non volute prevalgono sui fini perseguiti).. In che modo, dunque, è possibile applicare la categoria della storicità alla natura eliminandone proprio la caratteristica della finalità?
Una prima risposta sembrò offrirsi per il fatto che, nel medesimo intervallo storico ottocentesco, divenne sempre più chiaro che anche la Terra ha avuto la sua storia. La scoperta delle diverse ere geologiche testimoniava il carattere dinamico e non statico della costituzione materiale del nostro pianeta, per la cui spiegazione non apparivano necessarie cause finali, ma soltanto l'accadere di eventi casuali che mutavano più o meno bruscamente le condizioni di applicazione delle leggi fisiche rigorosamente deterministiche. Nel corso del Novecento la categoria della storicità si è ulteriormente dilatata, poiché è venuta affermandosi la concezione di una storia dell'Universo, imposta dapprima da considerazioni teoriche (sostanzialmente dalle interpretazioni di certe equazioni della teoria della relatività), integrate da conoscenze della fisica quantistica e suffragate da varie risultanze di osservazione.

La crisi del determinismo
Affinché questo quadro interpretativo basato sulla sinergia di caso e necessità potesse risultare soddisfacente occorreva che il secondo pilastro, ossia quello della necessità, rimanesse ben saldo e questo, come si è visto, coincideva con la concezione rigorosamente deterministica del mondo fisico. Ebbene, proprio quest'ultima è apparsa dubbiosa in seno alla scienza contemporanea. Non soltanto a causa del ben noto indeterminismo quantistico, ma ancor più a causa della scoperta della complessità dei fenomeni naturali, la quale comporta (anche nel caso di sistemi non quantistici), una totale imprevedibilità del corso degli eventi futuri conseguenti ad un determinato "stato iniziale" (fenomeno non legato alla nostra ignoranza, ma al fatto intrinseco che piccole variazioni in tali stati possono dar luogo a sviluppi totalmente divergenti anche a brevi distanze di tempo e, a maggior ragione, su lunghi periodi).

Il principio antropico
La conseguenza immediata che se ne ricava è che, se i valori di certe costanti fisiche al momento del "primo istante" della storia dell'Universo (il famoso Big Bang) fossero stati anche leggermente diversi, avremmo avuto lo sviluppo di un universo diverso dal nostro e nel quale, in particolare, non avrebbe potuto comparire la vita e, con essa, anche la vita intelligente, ossia non avrebbe potuto apparire l'uomo.
E' spontaneo quindi porre la domanda: "Perché si è realizzato proprio quel complesso altamente improbabile di valori ristrettissimi delle costanti fisiche che ha permesso lo sviluppo di questo nostro universo?" La risposta che alcuni cosmologi contemporanei hanno formulato costituisce il famoso principio antropico, che si può riassumere dicendo:
"perché solo in tal modo avrebbe potuto apparire l'uomo nell'universo".
E' chiaro che a tale risposta si può dare una duplice interpretazione. La prima è di carattere semplicemente fattuale, ed equivale a prendere atto del fatto che le cose sono andate proprio così e a ritenere che ciò sia accaduto per puro caso. La seconda invece ricerca un senso in questo evento eccezionale e improbabile e ritiene che ci sia stata una ragione per questo evento e che tale ragione fosse proprio quella di permettere la comparsa dell'uomo, capace di conoscere l'Universo e ricostruire la sua storia. In questo modo una concezione finalistica si riaffaccia nella lettura degli eventi naturali.

Coniugare conoscenza e conferimento di senso
Molti hanno affermato che la seconda interpretazione cade fuori dall'ambito della scienza. Potrebbero forse aver ragione, ma in tal caso si deve ammettere che anche la prima cade fuori da tale ambito, poiché non esiste nessuna prova scientifica per asserire che quell'evento eccezionale fu puramente fortuito e casuale. In sostanza, possiamo riconoscere che quella domanda, e la risposta fornita dal principio antropico, rientrano in una esigenza filosofica di conferire un senso all'universo, la cui legittimità non può essere contestata per il fatto banale che la scienza non è in grado di rispondervi.
Ma si può anche sostenere che non si vede alcuna ragione per cui la scienza sia obbligata a restringere le sue categorie concettuali al punto da esorcizzare la nozione di causa finale. Al contrario, è ormai ben chiaro che, senza tener conto delle intenzioni e dei fini, non si può svolgere alcun discorso scientifico a proposito delle azioni umane (in psicologia, in sociologia, in economia), ed è dubbio che la stessa biologia possa escludere considerazioni di finalità interne ai singoli organismi e agli ecosistemi (a tal punto che lo stesso Monod, dopo aver bandito la nozione di teleologia l'ha sostituita con un neologismo perfettamente sinonimo, quello di teleonomia). Sembra invece più ragionevole tornare ad allargare gli orizzonti concettuali della scienza, ridando spazio in essa a quelle categorie che, senza servire da comodo rifugio per sottrarsi alla fatica di offrire spiegazioni di tipo deterministico, consentono di aumentare l'intelligibilità dei fenomeni naturali e, nello stesso tempo, di rendere la visione scientifica del mondo più vicina alle esigenze di comprensione dell'essere umano preso nella sua interezza, il quale non può rinunciare a ricercare un senso in tutto ciò che lo circonda e che, in questa ricerca di senso, è oggi più ostacolato che aiutato da una scienza che gli rende il mondo sempre più estraneo e lontano.

(*) Estratto dell'intervento dell'Autore al Convegno "La Dea dai Mille Volti" che si č tenuto a Gea nel Maggio 2004


Evandro Agazzi


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