Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale
a cura dell'Associazione GEA
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Giugno 2004 Pag. 8 Agnese Galotti


Agnese Galotti

 TEORIA 

LE TRASFORMAZIONI DEL NARCISISMO

Dal narcisismo cosmico di Kohut all'individuazione di Jung: due esempi di fruttuosa trasformazione di dinamiche narcisistiche in ambito psicoanalitico.

Amore verso Sè
Lasciando ad altri contesti il pure necessario approfondimento dell'aspetto patologico del narcisismo, proviamo qui a metterne a fuoco gli aspetti evolutivi, proviamo cioè ad evidenziare le evoluzioni nobili di quella forma di amore _ perché sempre di amore si tratta _ che è l'amore per sé o per il Sé.
Per coglierlo in questi termini è necessario uscire da una dicotomia che contrappone l'amore per sé all'amore per l'altro e che ha trovato in psicoanalisi largo avallo nella contrapposizione tra amore narcisistico e amore oggettuale (vedi Freud).
Può risultare evocativo in questo caso l'antico invito evangelico che predica: ama il prossimo tuo come te stesso!
Il che sembra sottolineare non solo la compresenza dei due tipi di amore, ma anche la loro intrinseca compenetrazione e reciproca influenza.
Prendiamo in considerazione particolarmente due autori che si sono occupati del Sé e delle sue sorti, in ambito psicodinamico, sotto varie accezioni: Heinz Kohut (1913-1981) e Carl Gustav Jung (1875-1961).
Psichiatri e psicoanalisti entrambi, sono ambedue partiti dalle teorizzazioni freudiane per prenderne successivamente distanza sviluppando interessanti ed originali riflessioni in ambito terapeutico, fino a formulare ciascuno una propria originale teoria psicoanalitica: la Psicologia Analitica per quanto riguarda Jung e la Psicologia del Sé per quanto riguarda Kohut, entrambe tuttora seguite e ulteriormente sviluppate da numerosi successori.
Entrambi sono stati tacciati da varie parti di essere dei "narcisisti":
nell'autobiografia di Jung ("Ricordi sogni e riflessioni" ed. Rizzoli) sono narrate le vicende interiori dell'infanzia da cui emergono profonde ansie e paure di scissione di un Sé vissuto come grandioso, da un lato, e costantemente a rischio di dissoluzione dall'altro.
A questo proposito è interessante la lettura di "Volti nelle nuvole.
Intersoggettività nella teoria della personalità" di Stolorow e Atwood (Borla) _ in cui viene indagato un possibile collegamento tra le formulazioni teoriche di Jung e il suo mondo soggettivo, per cui, secondo gli autori, sarebbe stata proprio una fragilità del Sé, il rischio del suo dissolvimento regressivo nella psiche collettiva, ad ispirare la formulazione dei principali concetti junghiani.
Per quanto riguarda Kohut invece sono molti gli autori (anche nei manuali di psicologia dinamica) che ne hanno criticato l'esagerata pretesa di unicità e originalità, nonché il disconoscimento totale degli inevitabili contributi di altri autori cui, nella sua formulazione teorica avrebbe attinto: pare che nei suoi ultimi scritti abbia paragonato le proprie teorie alla scoperta della macchina, considerandole in qualche modo la grande speranza di sopravvivenza dell'umanità!
Questa particolarità, presunta o reale che sia, comune ai due autori può farci riflettere molto, particolarmente su due aspetti importanti dal punto di vista terapeutico:
- ciascuno si occupa ed approfondisce tematiche da cui è intimamente toccato, per cui curare l'altro, occuparsi di qualche forma di sofferenza umana è sempre intimamente anche un curare sé, un avere a che fare con la propria intimissima ferita (la metafora junghiana del guaritore ferito); - ogni aspetto d'ombra ovvero ogni forma di sofferenza psichica, porta in sé _ potenzialmente _ forze trasformative, istanze risanatrici anche molto potenti che, se attivate consapevolmente, possono portare a formulazioni e operazioni altamente creative capaci di arricchire non solo il singolo individuo ma tutta la collettività.
In un contesto sociale e culturale che, come il nostro, favorisce ed induce un potente individualismo, che tende a stimolare e promuovere atteggiamenti di protagonismo e di esibizione di sé che molte assonanze possono trovare con ciò che in psicopatologia è indicato come narcisismo, diventa necessario riflettere sulla possibile trasformazione e canalizzazione di tale dinamica in termini risananti e costruttivi per l'umanità come per il singolo soggetto, anziché patologici e distruttivi.
Forse non è un caso che attualmente in ambito psicoanalitico, dove ancora le scuole e le differenti correnti faticano a trovare uno spazio di confronto e comunicazione, la ricerca sul narcisismo (e l'approfondimento della psicologia del Sé) stia costituendo quell'area di contatto tra correnti psicoanalitiche diverse che è sempre mancata.

Amore narcisistico e amore oggettuale
L'evoluzione possibile del narcisismo, in termini di manifestazione sul piano sociale, potrebbe essere riassunta nel passaggio dalla dinamica di competizione (l'Io in contrapposizione e conflitto col Tu) alla dinamica di cooperazione, in cui l'Io e il Tu sono colti in un Noi, una sorta di Io più grande, onnicomprensivo, universale (il Sé junghianamente inteso).
Kohut ha avuto il merito di affermare con forza, accanto agli aspetti patologici del narcisismo, l'esistenza di un aspetto "sano" del narcisismo stesso, nel suo essere l'espressione di un "amore verso il proprio Sé" fondamentale in quanto sta alla base dell'autostima necessaria a qualsiasi personalità sufficientemente armonica ed equilibrata.
A differenza della posizione classica nei confronti del narcisismo _ generalmente caratterizzata da un pregiudizio negativo _ Kohut adotta quindi il termine "narcisismo" in senso più ampio, vedendo in esso un insieme integrale e delimitato di funzioni psichiche, piuttosto che un prodotto regressivo.
Jung, come è noto, ha formulato il concetto di "individuazione" quale risultato auspicabile del processo psicoanalitico e meta di ogni vita umana: diventare ciò che si è, realizzare le potenzialità del proprio sé, il che prevede una notevole disponibilità ad entrare in contatto con la propria identità profonda, con il nocciolo centrale della propria personalità, il che può avvenire solo grazie allo sviluppo di una capacità di relazione sufficientemente buona con l'altro: l'altro intrapsichico (l'inconscio) e l'altro empirico (l'analista, il tu della relazione).
Come abbiamo già avuto modo di rilevare, il concetto di Sé in psicoanalisi è uno dei più controversi ed equivocati:
spesso viene utilizzato con significati anche molto diversi tra loro.
Possiamo tuttavia osservare come la natura di ciò che intendiamo per "narcisismo" possa cambiare molto (sull'asse sanità/patologia) a seconda del Sé a cui ci riferiamo: diversi livelli di coscienza in cui è riposta l'identità (sull'asse Io/Sé)
generano diverse forme di amore per sé (sull'asse individuale/universale, competizione/cooperazione).
Kohut affronta questo aspetto per così dire evolutivo dell'istanza narcisistica nella sua opera "La ricerca del Sé" (Boringhieri 82) e precisamente nel terzo capitolo che porta il titolo: Forme e trasformazioni del narcisismo, in cui si occupa dell'esistenza di una serie di "acquisizioni dell'Io" che devono essere valutate non solo come trasformazioni del narcisismo ma come atteggiamenti e risultati della personalità che aprono a nuove e più ampie configurazioni capaci di permettere il raggiungimento degli scopi più elevati; Kohut riconosce tali risultati della personalità fondamentalmente in 5 aspetti:
1) la creatività umana, 2) la capacità di essere empatici, 3) la capacità di riconoscere e di accettare la propria caducità, 4) il senso dell'umorismo, 5) la saggezza.

La creatività umana
1) Per quanto riguarda la creatività la trasformazione del narcisismo riguarda una caratteristica della relazione del creatore con la sua opera: nel rapporto tra l'artista e il suo lavoro l'investimento di energia narcisistica fa sì che l'opera, l'oggetto di creazione, venga incluso nel contesto del Sé.
Il coinvolgimento di una persona creativa con la sua opera è simile alla devozione esclusiva della madre al suo bambino che viene compreso nel suo Sé, ma ancor più è simile al narcisismo del bambino per la semplicità e freschezza di alcuni comportamenti: la personalità di molti individui insolitamente creativi sarebbe di tipo più infantile che materno.
"L'individuo creativo _ afferma Kohut _ nell'arte o nella scienza, è meno separato psicologicamente dal suo ambiente dell'individuo non creativo: la barriera Io-Tu non è così chiaramente definita." Si riduce inoltre la distinzione tra interno ed esterno come accade quando respiriamo, nella nostra relazione con l'aria. Nella persona media, sostiene Kohut, questa forma di investimento narcisistico sopravvive soltanto nell'innamoramento.
Gli artisti e gli scienziati danno forma al loro lavoro con una "dedizione" che rivela un'esperienza narcisistica del mondo, una sorta di "avventura amorosa col mondo" ovvero con un mondo vissuto narcisisticamente: "un Sé allargato che include il mondo".

L'empatia
2) Kohut si è largamente occupato dell'empatia nel corso del suo lavoro considerandola il dato essenziale alla pratica psicoterapeutica; la definisce una "modalità mediante la quale raccogliamo dati psicologici a proposito delle altre persone e, quando esse dicono ciò che pensano o sentono, immaginiamo la loro esperienza interna anche se non si apre all'osservazione diretta".
L'analogo cui Kohut fa riferimento è la capacità di identificare un viso in un singolo atto di appercezione: non si tratta di sommare o ricomporre i numerosi dettagli ma di un'immediatezza percettiva di "riconoscimento".
La base originaria di questa attitudine ad accedere per così dire alla mente di un'altra persona è costituita dal fatto che nella nostra organizzazione mentale precoce i sentimenti, le azioni, il comportamento di un'altra persona (la madre) sono stati inclusi nel nostro Sé.
Particolarmente significativo è l'esempio di Kohut relativo alla formazione dell'analista: una comprensione empatica esauriente è l'obiettivo dell'analista e deve precedere ogni altro tentativo di comprensione dell'altro (attraverso i quadri teorici di riferimento). Tra gli ostacoli principali che interferiscono con l'uso dell'empatia prolungata vi sono _ non a caso _ quelli che derivano dai conflitti legati al rapportarsi a un'altra persona in una modalità narcisistica.
Dunque lo scioglimento delle posizioni narcisistiche è uno scopo specifico dell'analisi didattica, il che richiede di "impiegare gli investimenti narcisistici trasformati in osservazione empatica":
evidentemente non si può che partire da lì.

L'accettazione della morte
3) La capacità di riconoscere la finitezza della propria esistenza, di accettarla e di agire in accordo con questa scoperta dolorosa, senza cadere in più o meno nascosti dinieghi, né in rassegnazioni depressive, può essere la più grande conquista psicologica che ha a che fare con qualcosa che altri autori hanno ricondotto ad esperienza mistica o spirituale.
Per Kohut si tratta di una conquista dell'Io che passa prima attraverso l'elaborazione del lutto associato alle separazioni dagli oggetti (persone amate o valori perseguiti), il che prevede l'abbandono dell'insistenza narcisistica sull'onnipotenza del desiderio e l'accettazione di valori realistici (principio di realtà), fino a giungere all'accettazione _ intellettuale ed emotiva _ del fatto che noi stessi siamo transitori, che il Sé investito di libido narcisistica è limitato nel tempo.
Qui Kohut compie un passo assolutamente nuovo verso un concetto del Sé che si avvicina a quello junghiano, transpersonale, quando afferma che tale passaggio è reso possibile non tanto dal prevalere del principio di realtà sulle richieste narcisistiche, bensì dalla "creazione di una forma più elevata di narcisismo", quello che poco oltre definirà "narcisismo cosmico che trascende i limiti dell'individuo".
Il capitolo che questa affermazione apre è ampio ed estremamente interessante, abbraccia le varie interpretazioni date in ambito psicoanalitico al concetto di "sentimento oceanico" (vedi le lettere tra Roman Rolland e Freud) nonché tutti gli studi sull'esperienza dell'uomo mistico, nella sua capacità di reggere di sentirsi e riconoscersi tutt'uno con Dio.
E' interessante notare come, a seconda delle interpretazioni che vengono date a tale esperienza _ e non solo, quindi, a seconda del tipo di esperienza _ si parlerà di esperienza psicotica o, laddove questo concetto trova diritto d'esistenza, di esperienza mistica.
Viene da chiedersi che cosa differenzi una esperienza psicotica (manie di grandezza, deliri religiosi,…) da un'esperienza mistica di "narcisismo cosmico": sicuramente, al di là delle analogie superficiali, il ritiro mistico non è così completo e rigoroso come la regressione schizofrenica, la capacità da parte del mistico di conservare legami affettivi resta immutata, e addirittura risulta a volte rafforzata.
Sicuramente c'è un livello di presenza assai diverso nei due casi.
Il paragone tra le due situazioni può indurci comunque a disporci nella relazione analitica in modo tale da mantenere una particolare apertura mentale, anche quando abbiamo a che fare con psicopatologie gravi, per non cadere nel riduzionismo: credo sia di grande importanza mantenere presente ed attiva, accanto al necessario e più che giustificato atteggiamento clinico, una disposizione alla lettura archetipica dell'esperienza in atto nel soggetto, cioè una lettura di respiro più ampio, dove venga colta la ricerca in atto e il tentativo _ seppure maldestro _ del Sè di uscire dagli ambiti troppo stretti dell'Io.

La capacità di umorismo
4) Dalla solennità quasi religiosa del narcisismo cosmico alla capacità di umorismo il passo è breve, essendo entrambi trasformazioni che aiutano l'uomo a "tollerare il riconoscimento della propria finitezza o persino della propria fine imminente". A differenza dell'umorismo usato per sfuggire a consapevolezze dolorose, paragonabile alle fughe in misticismi difensivi, l'umorismo maturo è quello che sa sostare e permane accanto alla relativizzazione di sé e, come il narcisismo cosmico, sa affrontare la morte senza ricorrere al diniego: queste forme di ampliamento del Sé (che arriva ad abbracciare l'intero universo) non presentano (come il narcisismo piccolo) "un quadro di grandiosità ed euforia ma un tranquillo trionfo interno con una mescolanza di malinconia non negata."

La saggezza
5) Eccoci infine arrivati al concetto di saggezza: un atteggiamento stabile della personalità verso la vita e verso il mondo, una sorta di integrazione della funzione cognitiva con l'umorismo, l'accettazione della caducità e un sistema di valori saldamente investito; si basa sull'accettazione, da parte del soggetto, delle limitazioni dei suoi poteri fisici, intellettuali ed emotivi.
Si tratta dell'accettazione profonda di ciò che si è e, insieme, di ciò che la vita, il mondo, la realtà profondamente è.
Una sorta di sintesi dei punti precedenti. L'essenza di questa acquisizione _ che generalmente non avviene in gioventù _ è la conclusione vittoriosa del lavoro di tutta la vita, da parte della personalità globale.
E' l'avvenuta trasformazione delle modalità arcaiche di narcisismo in ideali, in umorismo e nel senso di una partecipazione superindividuale al mondo. La saggezza è inoltre caratterizzata dal mantenimento dell'investimento libidico dei vecchi ideali e dalla loro espansione creativa.

Il Puer Aeternus
A proposito di ciò di cui ci stiamo occupando _ ovvero le trasformazioni evolutive del narcisismo _ ci viene incontro, in Jung, l'archetipo del "fanciullo" _ divino o eroe _ altrimenti detto "Puer aeternus".
Si tratta di un archetipo che pone il soggetto in questione sul crinale tra una forma più o meno patologica di infantilismo e/o l'espressione di una saggezza profonda data dalla realizzazione di un Sé potente e creativo.
Le manifestazioni più chiare e significative di questo motivo archetipico compaiono, nella terapia delle nevrosi, lungo il processo di maturazione della personalità stimolato dall'analisi dell'inconscio che Jung ha chiamato "processo di individuazione".
Attraverso sogni, fantasie o immagini di vario genere compare spesso, ad un certo punto del percorso individuativo, il tema del fanciullo: talvolta mescolato a forme animali, più spesso come figlio o figlia del sognatore, spesso con caratteristiche esotiche o con particolarità a carattere cosmico (immortale, senza tempo,…)
Secondo Jung tale fanciullo rappresenta l'inizio e la fine, la creatura che esisteva prima di diventare uomo (filius ante patrem) e la creatura finale, quando l'uomo non è più: un'anticipazione della vita oltre la morte. In termini alchemici è Mercurio, una potenza intuitiva assolutamente incontrollabile.
Come ogni manifestazione archetipica essa chiede di essere accolta, presa sul serio: chiede cioè che la coscienza accetti di entrarvi in contatto, senza per questo pretendere di spiegare nulla né di esaurirne la potenza numinosa e senza nemmeno soccombervi.
Considerare tale motivo archetipico soltanto come residuo della infanzia personale significa cadere nel riduzionismo.
Un aspetto essenziale del motivo del fanciullo è infatti il suo carattere di "avvenire": è avvenire in potenza.
Per questo il suo apparire nella psiche dell'individuo significa una anticipazione di sviluppi futuri, anche quando, in un primo momento, sembra un richiamo a qualcosa di passato da molto tempo, una funzione retrospettiva.
In realtà la comparsa del fanciullo preannuncia un mutamento della personalità: egli anticipa nel processo di individuazione quella forma che risulterà dalla sintesi degli elementi coscienti e inconsci della personalità: è un simbolo unificatore degli opposti, un mediatore, un "salvatore" (mitologicamente spesso il salvatore è un fanciullo), un artefice della totalità.
Questa totalità che trascende la coscienza, di cui il fanciullo è una delle manifestazioni (altre sono il cerchio, la sfera, la quaternità) è ciò che Jung ha definito con il termine Selbst, il Sé, la cui sintesi è lo scopo del processo di individuazione stesso.

L'impulso all'autorealizzazione
Secondo Jung questa immagine archetipica "rappresenta l'impulso più forte ed irresistibile di ogni essere: l'impulso all'autorealizzazione"; in questo senso egli personifica quelle forze vitali che vanno molto al di là dei limiti della coscienza, che è comunque limitata e parziale, forze con cui la coscienza ha necessità di entrare in relazione, rinunciando alla prerogativa del controllo.
In genere il fanciullo comprende le caratteristiche dell'eroe:
- una nascita prodigiosa e non naturale né ovvia (ovvero un processo che deve compiersi sul piano psichico)
- l'essere abbandonato, esposto, minacciato (ovvero la precarietà e l'enorme difficoltà di conquistare questo sommo bene)
- l'essere "più piccolo del piccolo e più grande del grande" (ovvero la sua paradossalità intrinseca che affianca a debolezza e fragilità la capacità di gesta prodigiose e poco prevedibili).
Il mito dell'eroe allude inoltre ad una determinata esperienza di tipo creativo che ha per oggetto l'apparizione di un contenuto nuovo e, fino a quel momento, sconosciuto. Il suo apparire pone il soggetto in una situazione dolorosa di conflitto, da cui non sembra esserci via di uscita: la coscienza non sa superare i contrasti, mentre la psiche inconscia si crea un "terzo" di carattere irrazionale che supera il conflitto per unificazione dei contrasti. La tensione conflittuale è tale che il presentimento di quell'atto creativo (la coniunctio oppositorum) così ricco di significato, riesce a farsi strada: da ciò deriva il carattere numinoso del fanciullo, la cui azione principale è la vittoria sul mostro dell'oscurità, ovvero il trionfo sperato ed improbabile della coscienza (luce)
sull'inconscio (oscurità).
Molte sembrano essere le affinità tra i due autori e le loro posizioni rispetto alle possibili trasformazioni evolutive cui il narcisismo può aprire, laddove, beninteso, compaia l'umiltà, insieme alla necessità profonda, di avviarsi nel tentativo di superare i limiti angusti di quello che altrimenti resta un atteggiamento infantile e assai poco fecondo.

Bibliografia:
C.G.Jung "Ricordi sogni e riflessioni" ed. Rizzoli; Stolorow- Atwood "Volti nelle nuvole. Intersoggettività nella teoria della personalità" ed.Borla H.Kohut "La ricerca del Sè" ed.
Boringhieri


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