Individuazione
Trimestrale di psicologia analitica e filosofia sperimentale
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Giugno 2004 Pag. 11° Alberto Toniutti


Alberto Toniutti

 RICERCHE 

ORIENTAMENTO E DISORIENTAMENTO

Mancanza dell'Oriente, del punto da cui nasce il sole: perdita della rotta, confusione, smarrimento.

Proviamo a porci una semplice domanda: che cosa avviene nella nostra vita quando tutto sembra rompersi e andare in pezzi? Che cosa succede quando ciò che fino a questo momento pensavamo essere a fondamento della nostra vita viene a mancare d'improvviso? Esperienza questa che ciascuno, prima o poi, impara a conoscere attraverso i mutevoli volti del distacco, della perdita e della mancanza.
E' consuetudine che ognuno a modo suo corra ai ripari allorchè si trova costretto a varcare quella soglia che mai avrebbe voluto oltrepassare: è la scomparsa dell'amico o di un famigliare, è il tradimento dell'amata o dell'amato, è il mutamento improvviso del contesto che fino a quel momento era per noi divenuto così abituale.
E' facile in questi casi che tutto venga elaborato e ricostruito, cercando quanto più possibile di salvare la vecchia forma alla quale eravamo abituati. E questo può avvenire in modo più o meno doloroso, più o meno veloce e traumatico, sostanzialmente in funzione della solidità del contesto che ci supporta e del grado in cui le nostre radici sono ben piantate in quel terreno.
Alcune volte accade, non per buona sorte o per disavventura ma, come dicevano gli antichi, solo per il volere degli dei, che la "ristrutturazione" possa tardare a far capolino nell'ambito della nostra vita. In quel momento avviene qualcosa che non ha un nome preciso; in quel momento attraversiamo un luogo da cui ci è data la possibilità di scrutare nel più profondo degli abissi. E l'abisso, si sa, chiede profonda, profonda solitudine. E' questo il momento dell'angoscia e del dis-orientamento. Mancanza dell'oriente e quindi perdita del punto da cui sorge il sole.
Sole che ci rimanda ai significati di luce, luce della coscienza, chiarezza, conoscenza, possibilità di visione e certezza della rotta da seguire lungo il cammino della vita. E quel "dis" è il prefisso di separazione che indica l'opposizione negativa; è il modo di indicare un'inversione di rotta o un movimento in direzione opposta. Quindi perdita della rotta intesa come mancanza, confusione, smarrimento.
Allorchè nella nostra vita accade qualcosa che assomigli solo un poco a quello che stiamo dicendo, subito ci vediamo pronti a mettere in atto tutta una serie di strategie che ci permettono di ritrovare il nostro oriente.
Ma questo in che modo avviene? Da cosa ci facciamo guidare in quel preciso momento? Proviamo ad immaginare i due estremi che si profilano come ipotetiche soluzioni al dramma nascente.
Innanzitutto la ferrea tenacia di chi mantiene saldo il timone e ad ogni costo cerca di ricostituire quel mondo che è venuto a mancare. Molteplici sono i modi in cui ognuno si aggrappa e si sostiene ad ogni costo a ciò che fino a un attimo prima rappresentava la sicurezza della sua vita.
L'atteggiamento opposto contempla l'eterno naufragare nel dolore depressivo. Dolore che spesso rappresenta il pretesto che segna la totale immobilità: nulla avrà più senso per me nel momento in cui mi trovo a disabitare la mia vita.
Che cosa resta al di là di questi due immaginari scenari? C'è qualcosa che noi moderni possiamo fare e che forse da tempo abbiamo dimenticato?
Mi vengono in mente gli antichi greci e il modo in cui, in quel tempo ormai lontano, vedevano le cose. Prendiamo l'Iliade e gli eroi in essa descritti. Il fiero Ettore, simbolo della forza e della saggezza di Troia, allorchè la vita lo chiama a compiere qualcosa di ineluttabile. Quest'uomo su cui Troia poneva il senso del proprio esistere è chiamato a compiere l'assurdità più totale che si possa immaginare:
lui dovrà combattere contro l'immortale.
Che cosa ci colpisce in quel dramma che ancora ai nostri giorni pare essere così vivo? Quest'uomo saggio, forte e fiero, non cerca in tutti i modi la strategia più opportuna per vincere quell'impossibile duello contro Achille, così come non fugge nell'immobilità più assoluta lasciandosi naufragare nello sconforto depressivo. Che cosa fa dunque? Qual è l'azione esemplare attraverso la quale ancor oggi noi siamo catturati da questa antica vicenda?
Chiamato a sostenere quel duello, Ettore dà il suo commiato alla moglie e al figlio ancora in fasce, saluta il proprio padre chiedendo la sua benedizione e va lì dove la vita lo chiama. Va incontro a quello che lui sa essere il suo destino, pronto a lasciare ciò che fino a quel momento aveva rappresentato il senso di tutta la sua vita. I greci sapevano benissimo che la loro vita non era costruita attorno a quei nuclei di sicurezze rappresentati dall'avere una famiglia, un regno, un potere. Solo un'unica certezza guidava il senso della vita di ognuno. Quella di chi sa cogliere ed accettare totalmente la propria vita allorchè il Caso e la Necessità si incontrano tessendo le fila della vita di ogni uomo. Se per Ettore la sicurezza della famiglia e del regno, così come quella derivante dalla lunghezza della propria vita, fossero stati i valori fondamentali che costituivano le sue certezze, certo non avrebbe mai potuto compiere una simile assurdità. In questo modo sarebbe stato identico ne più ne meno a buona parte di noi moderni che continuamente ci affanniamo a preservare il nostro mondo -il nostro lavoro, la persona amata, la famiglia, il nostro modo di vivere- ponendo su di esso il senso del nostro vivere, senza peraltro chiederci se ci sia o meno consono. C'è dunque qualcosa nella vita di ognuno di noi che va ben al di là del modo in cui vediamo il mondo situati in quel nostro preciso angolo spazio-temporale. Ettore va e combatte contro l'immortale perché lui sa che l'unica certezza che la vita può offrirgli è la capacità di affidarsi totalmente a ciò che la vita gli pone in quel preciso momento. Rispondere alla chiamata della propria vita significa dunque accogliere quel necessario disorientamento che mette in questione i cardini sui quali si muove la vita di ciascuno.
Non certo per amore masochistico ma semplicemente per imparare a vedere che quei cardini, giusti o sbagliati che siano _e non spetta a nessuno di noi stabilirlo- rappresentano solamente la visione del mondo e di noi stessi che abbiamo in questo preciso momento e certo non sta scritto da nessuna parte che la nostra vita debba continuare a muoversi nella precisa direzione che l'articolazione di quel giunto oggi dispone.
"Il tempo è uscito dal proprio giunto" faceva dire Shakespeare ad Amleto, "che triste sventura essere nati per rimetterlo a posto". Accettare la chiamata insita nella propria vita significa quindi accogliere la possibilità di varcare la visione monoculare che il proprio particolare angolo di visione dispone. Agire secondo convenienza _la convenienza che nasce dal preservare quel mondo a noi noto fino a quel momento- o accettare la direzione in cui la vita ci conduce. Accettare dunque la possibilità di perdere ciò che abbiamo, certi che la nostra identità non è posta nell'oggetto del nostro desiderio.
Fino a quando continuiamo imperterriti a rincorrere l'esaudirsi del desiderio personale, qualunque esso sia e qualunque cosa oggi lo rappresenti per noi, rimaniamo nevroticamente imbrigliati ognuno nel proprio limite, intenti a rimettere le cose su quel giunto che la vita ci chiede invece di scalzare in nome di un'articolazione spazio temporale di ben altra portata.
Ogni cambiamento passa attraverso l'accettazione di questa grande perdita e del dolore che essa porta con sé. Altrimenti ciò che ci resta non è altro che la ripetizione della nostra vita in un eterno movimento vuoto e illusorio che rimane sempre uguale a se stesso.


Alberto Toniutti


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