Home Anno 13° N° 49 Pag. 2° Settembre 2004 Ada Cortese


Ada Cortese
 FONDO 

CERCARSI IN RETE PER MORIRE INSIEME

E' accaduto nei giorni scorsi che un gruppo di adolescenti si siano dati appuntamento a Tokio con lo scopo comune di suicidarsi.

E lo hanno fatto.
Succede non raramente purtroppo di sentire questo tipo di notizia sparsa quasi negligentemente dai mezzi di comunicazione di massa e cercherò di rendere conto più avanti di quel "negligentemente".
Abbiamo sentito altre volte di suicidi collettivi di intere famiglie. Ma erano gesti che nascevano prevalentemente all'interno di saturnine comunità para-religiose che realizzavano la loro liberazione andando via dal mondo. Il pensiero dell'indottrinamento subìto, dunque di una malattia dello spirito negli adulti che trascinavano con sé nella morte anche i figli piccini, nonché il pensiero della delimitazione spazio-temporale dell'evento rendeva più contenuto il dolore avanti a questo lato della realtà psichica del Sistema Uomo.
Nel fatto di Tokio no, non c'è nulla di tutto questo:
non indottrinamento, non plagio né contaminazione affettiva. I giovani nemmeno si conoscevano. Si sono incontrati via internet accomunati dal solo scopo di porre fine ai propri giorni. Adolescenti.
Appartenenti a culture e nazioni diverse: giapponesi, austriaci, americani. C'era anche un ragazzo della Val d'Aosta.
Si sono incontrati perché esistono siti in rete che organizzano il suicidio. Alcuni sono comici e dunque sono battute di spirito. Altri, a quanto pare, tremendamente seri che si occupano del dove, del come e del quando. E persone rispondono. E mentre noi pensiamo a questa società che procede, fluisce, corre verso non si sa bene quale magnifica destinazione, giovani ragazzi preferiscono alla discoteca, allo "sballo", alla superficialità, modi comunque per "uscire dal mondo", un più radicale anche se, forse, altrettanto cieco "NO".
Sono soprattutto ragazzi che, forse in quanto tali, non si fidano del loro coraggio e cercano compagni affinché insieme, uniti, si riesca. Uscire in gruppo dalla solitudine della vita. Consegnarsi ad altro insieme per non soffrire più.
Le parole accusatorie verso la società sono finite. Troppo piccole, inadeguate. L'espressione di sdegno è ontologicamente inutile ormai.
Si è dentro e avanti a qualcosa che trascende queste categorie perché tutto allude ad una coscienza e ad un nuovo piano di visione che tutto vuole trascendere.
La società non sa leggere in se stessa, ferita e stordita dai troppi automatismi che l'assediano e l'imbrigliano nella infernale ripetizione di uno stato di coscienza regolato dalla logica dicotomica che prevede sempre l'Altro come Straniero, Barbaro, Subumano, Oggetto.
Come può finire la guerra? L'uomo ama e odia tantissimo solo ciò che gli sta avanti come oggetto, cosa o uomo che sia. Ama i capitali, e usa gli esoterismi più antichi, i nomi di dio, per farne più agevole commercio, possibilmente in modo anonimo, essendo i protagonisti sulla scena del mondo, spesso solo poveri narcisistici prestanome e prestafaccia per questo sotterraneo e, quasi fascinoso, movimento. E odia l'Altro Umano, il Diverso che sempre e necessariamente lo costringerebbe all'"esame di coscienza".
In questo stato di assedio e sequestro coscienziale, non c'è da stupirsi che i mezzi di comunicazione di massa ci ricoprano quotidianamente dell'orrore che (anche) l'Altro Umano, il Diverso, sa spandere per tutto il pianeta. Ogni giorno la gente muore nel mondo. Ad ogni età e in tanti modi. Per la fame, per la guerra, per calamità naturali, per malattie, per suicidio.
Sappiamo che il nostro turbamento emozionale assume tonalità ed intensità crescenti via via che il lutto si avvicina a noi sfondando il nostro mondo affettivo e fisico. E' diverso ciò che avvertiamo sapendo di catastrofi lontane (in altri continenti) dal nostro sentire rispetto a quando siamo colpiti dal lutto per un familiare.
Sappiamo quanto ciò sia profondamente ingiusto.
Sappiamo che non si possono operare gerarchie rispetto alla morte.
Eppure non possiamo negare che, a parità di distanza spazio-affettiva, l'uscita dal mondo di questi giovani suicidi riesce a toccare corde profonde e a sfondare il solito scudo protettivo.
Forse perché ricercata, perché decisa, perché segno estremo di dolore e di angoscia a vivere.
Ecco perché abbiamo precedentemente usato la parola "negligentemente" riferendoci ai mezzi informativi più potenti. Perché non ci risulta abbiano raccolto l'angoscia di quei ragazzi, angoscia che, forse, cade fuori dalla coscienza dicotomica e sequestrata alla quale corrisponde intimamente parlar di guerra, solo di guerra, ad ogni livello, perché d'altro non può né sa parlare.
A noi l'angoscia arriva: è presentimento di qualcosa che il Sistema Uomo non vuole neppure considerare perché coincide con la sua fine. Non c'è giudizio o pregiudizio.
Solo la percezione di un grande dolore del Vivente lungo il suo (nostro) cammino interiore verso il suo (nostro) ritrovarsi.


Ada Cortese


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