Home Anno 13° N° 49 Pag. 11° Settembre 2004 Tullio Tommasi


Tullio Tommasi
 RICERCHE 

VINCITORI E PENSIERO DI MINORANZA

La storia è scritta dai vincitori, si sa...

...e ci possono essere innumerevoli esempi per confermare questo assunto. Anche il pensiero subisce la stessa sorte, ma in questo caso non si può parlare di veri vincitori su un campo di battaglia, bensì di strani percorsi che favoriscono uno e mettono in ombra l'altro. In ambito psicoanalitico, per esempio, verso la fino dell'ottocento due personalità possono essere considerate l'espressione massima di un nuovo modo di pensare la psiche umana: Pierre Janet e Sigmund Freud. Il primo passa da metodi basati sull'ipnosi a tecniche sempre più psicoterapeutiche e, da un punto di vista teorico, elabora nuovi concetti che ritroveremo in varie teorizzazioni successive (subconscio, idee fisse, metodo catartico, varie canalizzazioni dell'energia psichica, ecc.). Del secondo sappiamo tutto e non è il caso di soffermarsi sui suoi meriti.
Il punto è che Janet è ormai dimenticato, nessuna scuola ha portato avanti il suo pensiero e non viene mai citato nelle bibliografie, mentre Freud, seppure messo in discussione su alcune sue tematiche, rimane l'indiscusso inventore della psicoanalisi. Eppure, a ben guardare, entrambi furono uomini del proprio tempo, nel senso che le loro idee presero forma sulla base dello spirito dell'epoca.
Entrambi elaborarono in modo originale e convincente nuovi modelli per comprendere la psiche umana. Entrambi furono poi riconosciuti come precursori: Freud con esplicita ammirazione, Janet magari trafugandone alcune idee senza neppure sapere che fossero sue. Perché tutto questo?
Non è facile rispondere. Probabilmente le due personalità molto diverse contribuirono ai diversi destini delle loro opere:
Janet timido, un po' depresso, distratto e senza la capacità di formare allievi e scuole; Freud di ben altro carattere e abile nel costruire una struttura formata da discepoli, estimatori, scuole, che fu decisiva nel far conoscere il pensiero psicoanalitico. Questa vicenda è emblematica di come i percorsi storico-culturali siano spesso affidati a forze poco chiare, imprevedibili, talvolta casuali. Nel loro caso Freud non disse cose molto diverse da Janet e non si può certo dire che il pensiero psicoanalitico si trovò di fronte a un bivio.
Ma in altre situazioni si può proprio parlare di strade mancate.
Ancora in ambito psicoanalitico, è a questo riguardo significativa la vicenda di Ferenczi. Egli si discostò molto da Freud, portando il pensiero psicoanalitico in ambito relazionale, ma non ebbe la forza né le capacità di creare una sua scuola, come fecero altri transfughi come Jung e Adler; così Ferenczi si ritrovò isolato, ignorato, cancellato dalla psicoanalisi ufficiale, con i suoi libri non ristampati. Solo recentemente il suo pensiero è stato riscoperto restituendogli opportuno risalto. Se Ferenczi fosse stato più seguito certamente il pensiero psicoanalitico avrebbe preso strade diverse e l'attuale dibattito relazionale sarebbe stato anticipato da molto tempo.
Si può dire che, prima o poi, se qualcuno vale davvero, i posteri lo riconosceranno: Ferenczi, per esempio, o i molti artisti che hanno fatto la fame in vita per poi essere venerati da morti. Inoltre è anche vero che i molti dimenticati spesso hanno meritato di esserlo: idee e mode che sembravano le nuove rivoluzioni per poi essere guardate come stramberie qualche decennio dopo.
Il problema però è un altro: il non riconoscimento di possibili strade fuori dal coro ha conseguenze serie per i percorsi futuri, filosofici, politici, artistici, psicologici, insomma per il pensiero.
Dal momento che ognuno è figlio del proprio tempo, ciascuno di noi è inevitabilmente influenzato dal contesto storico-culturale in cui vive e le idee che sembrano così individuali e frutto della propria mente isolata, in realtà sono il prodotto di un contesto spazio-temporale di sottofondo, in cui la singola mente elabora individualmente, ma sempre poggiando i piedi sulla rete del momento. Quindi la nostra originalità è ben poca cosa, in quanto siamo un insieme di memorie e di contesti. Ma nello stesso tempo ciascuno di noi può elaborare, sentire, intuire, ragionare, per fare uscire un risultato nuovo, magari non rivoluzionario ma neppure omologabile al già noto. Con questo non intendo opere gloriose di pensiero o di arte, ciascuno nel suo piccolo può e deve continuare a far rimanere viva la fiamma del pensiero, al di là delle strutture che hanno segnato ogni percorso.
Ecco quindi il pensiero di minoranza: destinato a cadere e a rimanere inascoltato, ma ora, in questa nostra epoca più che mai necessario. Infatti assistiamo a qualcosa di paradossale, unico nel suo genere nella storia umana. Da un lato si ha la massima libertà di comunicazione, basti pensare a Internet; dall'altro mai come ora c'è una omologazione inquietante.
Le nostre abitudini e il nostro modo di pensare subiscono cambiamenti epocali nel giro di pochi anni, e pochi di noi se ne accorgono. La tecnologia ci offre una libertà impensabile fino a pochi anni fa ma muta il nostro stesso modo di ragionare. Lo stile di vita occidentale ormai viene accettato piuttosto acriticamente, e anche le persone più consapevoli rimangono imbrigliate nella rete virtuale ma asfissiante delle regole di vita da seguire. I ritmi lavorativi, gli ideali da raggiungere, le consuetudini nel divertimento sono più o meno già delineati e ciascuno si conforma a tutto questo. L'alternativa è radicale: non c'è spazio transizionale tra omologazione e radicalità. Ecco allora le scelte estreme, le possibili nicchie in cui rifugiarsi: può essere un convento o una vita da contadini, partire per l'Africa o per qualche luogo dell'anima privato. Quindi il senso di comunità si perde: o il cambiamento è individuale oppure è solo una maschera per conformarsi allo stile di vita attuale.
Il futuro è imprevedibile, la storia lo insegna. Comunque segue spesso strade che non sono le migliori e che, in modo inquietante, sono scelte per puro caso.
La fortuna di un pensiero e la sfortuna di un altro sono pure combinazioni che però dopo hanno conseguenze determinanti:
il modo di pensare, quindi di vedere la vita e di viverla, dipende insomma non da disegni oscuri, ma dalla moda del momento e dalle contingenze che favoriscono qualcosa piuttosto che qualcos'altro.
Questo è vero anche a livello individuale: quante sono le persone valide che non hanno avuto fortuna perché non si trovavano nel momento giusto e nel posto giusto? Per fortuna vale anche il contrario: persone valide e riconosciute tali e incompetenti senza potere.
Torniamo allora al pensiero di minoranza e ai percorsi mai tracciati che avrebbero potuto cambiare la storia. E' proprio vero che l'unica cosa vera è quella che c'è? Le ipotesi con i se e i ma sono solo giochi mentali? Ma ogni momento è l'inizio del futuro e la strada viene tracciata di giorno in giorno: sappiamo intanto che i progetti sono piccoli pruriti sulla pelle della vita che ci mette un attimo per scrollarseli via.
Ecco allora che l'omologazione è tale se continuiamo a rimanere sordi a tutte le voci interne ed esterne che non si adeguano allo stato delle cose. Quanti sono oggi i Janet, i Ferenczi e tutti gli inascoltati passati, e quanti sono i nostri vissuti che non osano venir fuori perché troppo dissonanti con quello che è la nostra personalità di base, ormai fossilizzata?
Oggi più che mai, quando ci sentiamo liberi, sommersi di informazioni di tutti i tipi, non più bisognosi di sussistenze vitali, in realtà corriamo tutti il rischio di essere annoiati individui che seguono la corrente. Il pensiero di maggioranza si insinua in ciascuno di noi e, cosa assai pericolosa, non ce ne accorgiamo. Attenzione dunque, per cercare di vedere quei pensieri e quelle idee ora, e non per farli riscoprire fra cent'anni. Attenzione anche a noi stessi, per non vivere solo di ricordi e di rimpianti quando saremo vecchi.
T.T.


Tullio Tommasi


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