Home Anno 13° N° 49 Pag. 13° Settembre 2004 Cristina Pellegatti


Cristina Pellegatti
 STREAM OF CONSCIOUSNESS 

PENSIERI DI GRUPPO 3

"Il lavoro fatto sino a ora a cosa mi è servito? Perchè vengo ancora a questo appuntamento? Cosa sto cercando?"

Queste sono state le domande che hanno guidato il rientro del gruppo dopo la pausa estiva.
Era il vecchio e conosciuto sentimento di rabbia e di frustrazione che portava a domandarsi che senso poteva avere l'essere ancora lì, seduti in cerchio, a raccontare i problemi e le gioie.
La rabbia è un sentimento comune, quando arriva la furia ce la prendiamo con chi ci capita a tiro. Allora è semplice rovesciare il nostro urlante disagio per qualcosa che ci fa soffrire sulla moglie, il marito, i colleghi o i figli. Ma questa volta il gruppo sente che uno sfogo istintivo non serve e la rabbia che sente prende la direzione inversa: invece che scaricarsi fuori apre un canale che scende in profondità.
Questo sentimento che ora accomuna il gruppo è il sintomo di una presa di coscienza che fino ad ora più volte è stata verbalizzata così: "Non posso più stare vicino a quella persona; non riesco a fare ciò che vorrei; non posso più fare questo lavoro poco gratificante ma non posso mollare tutto e andarmene." Sono state proprio queste parole dette tante volte che hanno aperto quel varco che lo ha condotto ad altre domande, forse più precise: "Chi sono e cosa voglio da me?" Sono domande che a volte possono suonare retoriche, ma non quando ci si stanca di formularle e loro escono dai nostri corpi come un vulcano in eruzione, incontrollabili e senza suono.
Quando questo succede si è in balia di un sentimento che abbiamo tenuto a bada chissà per quanto tempo, e che ogni volta che si faceva sentire noi indirizzavamo ad altri con violenza più o meno esibita o controllata. Non si ha chiara la strada da intraprendere per porre fine alla sofferenza che l'eruzione porta con sé; ma lasciare quel canale aperto è una forma di epurazione da vecchi mali che a trattenerli si mescolano al nostro essere. La carne se ne impasta e noi non sappiamo più distinguere il presente dal passato, l'essere qui ora dall'essere stato; le reazioni alla vita ne sono inquinate e sopra ogni cosa le relazioni ne sono guidate, il nostro essere ne è appesantito e il procedere è faticoso.
Questa sorta di spurgo ci pone davanti tutta la nostra materia, ora c'è "solo" da guardarla e risistemarla, non si butta via niente; sapremo cosa ci ha accompagnato lungo la vita vissuta sino ad ora.
Si nomina e si riordina come un archeologo fa con i suoi reperti: li maneggia delicatamente, li spolvera li risistema seguendo un ordine che solo lui può trovare, attacca cartellini nel caso dovesse riprenderli in mano in un altro momento; chissà…? Dopo, tutto è ancora lì, ma questa volta ben visibile e riconoscibile.
La classificazione è cosa ardua, si scatenano dentro sentimenti contraddittori e difficili da riconoscere, ma l'archeologo è paziente e ce la farà.
È difficile distinguere ciò che siamo nella nostra essenza da ciò che ci hanno insegnato a essere. Veniamo marchiati spesso già nei primi anni di vita.
Le persone che ci stanno vicine notano in noi un particolare pregio o difetto che li faranno orgogliosi o insofferenti ed è da allora che il nostro marchio si imprimerà sempre più profondamente. Tutto ciò che non è riconosciuto dagli altri sarà messo a tacere e noi ne saremo privati. Tutti gli aspetti che ci caratterizzano non moriranno ma noi non li alimenteremo e loro finiranno sconfitti e soffocati dal più vero: quello che gli altri riconoscono in noi; e noi non possiamo certo tradire chi ci ha generato, chi ha detto di amarci. Ma l'amore non dovrebbe essere quel sentimento che si bea di vedere un essere umano prendere la sua forma e la sua direzione?
Così, ormai marchiati, non ci è facile vedere ciò che compone la nostra essenza.
E il raggiungimento di questa essenza, a cui il gruppo sente di tendere, crea tanta sofferenza e frustrazione, così ogni tanto annaspa, poi si immerge, torna alla superficie, piange: ha visto così tanto; poi si spaventa, si ferma, prende tempo e galleggia sul ribollio dei sentimenti, ma non tappa più l'eruzione: è troppo forte la potenza e poi si è lavorato tanto a questo scavo. Quando tutto un mondo affiora ci sentiamo impreparati.
C'è molto da fare.

C.P.


Cristina Pellegatti


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