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Home | Anno 13° | N° 50 | Pag. 3° | Dicembre 2004 | Ada Cortese |

METODO
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AMOREVOLE CONCLUSIONE
di una Psicoterapia di Gruppo Gea
E' stato un incontro assai interessante: eravamo in tre. Stesso numero della volta scorsa e stesso coinvolgimento emotivo per identica vibrazione che sta attraversando evidentemente il gruppo proprio adesso che sta, dopo quattro anni di lavoro, esaurendosi.
E' come volesse dare il meglio di sè alla fine della sua vita.
E' come una metafora, un suggerimento su come poter vivere intensamente i momenti di ogni fine.
Fine come aborto, come interruzione: una possibilità. Fine di una cosa come momento di massima "carica" l'altra possibilità. Una vicenda, il gruppo, muore; un'altra vicenda, per esempio nuova forma di ricerca in Gea, sorge. E il meglio pare esserci alla fine.
Come a dire con il vecchio saggio che "ciò che il bruco chiama tragedia, il maestro la chiama una farfalla". Oppure come per i vecchi classici orologi:
da poco so, anche se li ho sempre amati, che i vecchi orologi a carica manuale ricevono il massimo impulso negli ultimi giri di rotella perché se si sospende anche solo poco prima l'orologio svolgerà il suo lavoro per pochissimo tempo.
Ne ho avuto sentore proprio stasera al gruppo: una vibrazione purificata e leggera, indipendentemente dal numero dei presenti, indipendente dalla diversa vicenda dei singoli, indipendentemente dalla gamma a forti tinte delle emozioni che l'incontro ha saputo produrre, una pura presenza che finalmente si restituisce a noi con facilità e riconoscenza.
Qualcosa che si lascia percepire come il frutto del lavoro costante a volte pesante a volte dolce di tanti anni. Tornano alla mente i sogni di E. sulla croce di perle, o della spiaggia piena di fiori colorati.
Comprendiamo profondamente il sogno di V. novella monella con salopette e colori che si riprende la sua creatività, la sua capacità di ridipingere la vita con nuova vivida e trasfigurata emozione, trasfigurata perché a lei restituita in virtù del suo attraversamento lungo i territori dell'universale fatica evolutiva.
E il sogno non parla solo a V.
Lungo la serata ci viene in mente, a mò di sovrapposizione, il modello di S.
Montefoschi nel libro sull'"Avvento del regno specificamente umano", (di cui abbiamo riportato il primo capitolo nel numero scorso) e ci divertiamo a immaginare a quale figura corrisponda il momento psicologico del fenomeno "Gea".
Ci percepiamo reciprocamente aperti e consideriamo che questa apertura e comprensione, reciproche e simultanee siano inerenti al piano di visione superiore a quello dei nostri personalissimi SRI e dei nostri personalissimi EGO, causa passata di una sofferenza di ben altra natura rispetto a quella che ci può attraversare attualmente. Ci sentiamo oltre il giudizio che ancora separa il giudicante dal giudicato.
Possiamo comprenderci e sapere, proprio come sa S. Montefoschi, che comunicare è dire all'altro il dialogo che noi svolgiamo con noi stessi. Comunicare è rendere partecipe l'altro del dialogo che in noi si svolge.
V. si dissocia rispetto alla parola "superiore". Io mi infervoro perché so già i contenuti anche se a lei stessa non sono chiari. Sente che non le va di "presumere una superiorità...". E' sempre lo stesso pregiudizio inconsciamente ipocrita che legge sempre in modo egoriferito ciò che egoriferito non può essere. V. annaspa e dice che ora non ha le parole ma che qualcosa le stona.
Lei preferisce parlare di diversità. Io, capisco nel dialogo con me stessa, che ciò che sta passando nel gruppo tramite V. chiede ennesima specificazione e tranquillamente torno a ribadire un concetto che centinaia di volte ho dovuto dire:
come ordiniamo i nostri momenti evolutivi così non dobbiamo temere di cogliere i momenti evolutivi del mondo e del pensiero in generale di cui l'uomo è espressione.
Nella mutazione in atto che toglie l'ego e il SRI di mezzo o si è ad un livello superiore, magari senza saperlo, o si è nella psicosi (norma). In ogni caso come si ama in noi ciò che ci ha portati fin qui, il nostro passato evolutivo, così possiamo amare chi appartiene o ci sembra appartenere al passato evolutivo. Questo non confligge con il compito che la nostra tensione conoscitiva vuole e deve svolgere:
l'affermazione del nuovo.
V. capisce qui che il problema rispetto alla "superiorità" è suo: evoca da un lato la sua inferiorità che nel "democratico" buonismo e nel rifiuto del giudizio si nasconde dal proprio medesimo giudizio.
Insomma il rifiuto nascerebbe da un sentimento di inferiorità che denuncia l'egoriferimento ed esso impedisce a V. di mantenere il contatto con la sua sostanza spirituale che pure è la sua essenza.
Ognuno di noi ha modo di comprendere se c'è stato o meno lavoro evolutivo perché esso porta maggiore libertà, la libertà che proviene dalla consapevolezza.
E proprio V., la più debole, la più umile, è quella che ha osato agire un momento di incontro di insondabile qualità spirituale. E' stata lei la più libera perché da lei è partito il bisogno di tutti, perché ella non ha avuto paura di dichiararsi, è stata libera di chiedere nella dignità e nella umiltà che, sole, rendono possibile il gesto del chiedere come gesto spirituale e non come gesto di bisognosità psichica.
Qui lei ha avuto modo di testimoniare una bellezza nuova di un regno dunque davvero già presente.
Chi può sentire in sè l'essere e lo sforzo che ci richiede non può sottrarsi a rendergli testimonianza perché esprimerlo lo aiuta e lo rinforza nella nuova percezione di se stesso. Noi dipendiamo da "dio" proprio come lui dipende da noi. E V., che pure non se lo riconosce, lo ha agito!
Mi prende la mano e dice complimenti. Ci felicitiamo e ci compiaciamo tutti e tre reciprocamente e ci capiamo.
Questa è la cosa incredibile di stasera: più dei contenuti l'incredibile velocità con cui un processo del pensiero ha svolto l'intero cerchio, dall'inizio alla fine. Non c'è stato bisogno di altre sedute e di tempo in mezzo. V. pensava non si potesse approfondire stasera. In realtà in presa diretta sotto i nostri occhi si è dato qualcosa di meraviglioso: il pensiero si è mostrato vivo attraverso di noi e alla condizione della fedeltà di ciascuno al proprio pensiero e al proprio sentire accompagnato dalla recettività e capacità di ascolto del dialogo dell'altro. Così, fedeli e accoglienti, siamo riusciti a vedere un pensiero intero esprimersi sotto i nostri occhi.
In altri tempi del gruppo ci avremmo messo di più. Esserci ritrovati testimonia del lavoro svolto e della maggiore libertà e maturità presente qui tra noi.
Siamo certi, e ce lo diciamo, che quello che è successo stasera qui non è del tutto esente da influenzamenti provenienti dal sistema più ampio a cui apparteniamo, Gea, la sua storia e il suo proprio momento evolutivo. Sentiamo che ogni momento positivo all'interno di un intero, qui Gea, produce benefici effetti sul resto del sistema in ogni altra sua parte.
Ada Cortese
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