Home Anno 13 N 50 Pag. 6 Dicembre 2004 Antoine Fratini


Antoine Fratini
 TEORIA 

PSICOANALISI: LA FINE DI UNA SCIENZA?

Un contributo di A. Fratini al pensiero critico in risposta dialogante alle provocatorie considerazioni di J.A.Miller

"La psicoterapia non esiste" dichiara J. A. Miller nella prefazione di Chi sono i vostri psicoanalisti? 1.
Gli argomenti convocati dall'autore a sostegno di questa dichiarazione che suona particolarmente forte e provocatoria come la denuncia di un falso, come se fosse finalmente arrivata l'ora di squarciare il velo per mostrarne la finzione che dietro vi si cela, ruotano attorno al problema della mancanza di definizione della psicoterapia. In effetti, da questo punto di vista, tra l'altro già denunciato da altri autori anche italiani come per esempio G. B.
Contri2, "la" psicoterapia contraddice senza averne consapevolezza il principio di identità: essa differisce da sé quasi all'infinito.
Proprio per questo motivo, davanti o più spesso dietro al termine "psicoterapia" troviamo generalmente apposte le designazioni più varie: ipnotica, cognitivista, comportamentista, breve, strategica, analitica… Pur avvicinandosi ad un altro punto critico, certamente più fondamentale e suscettibile di spiegare la suddetta sentenza, per esempio quando ironizza sui presunti benefici immediati ottenuti attraverso la "psicoterapeutizzazione" del disagio, Miller non giunge a citare la questione delle resistenze.
Egli si accontenta per così dire di constatare, a giusto titolo, la mancanza di definizione della psicoterapia (cosa che, come denunciato dal noto giurista F.
Galgano3, risulta lampante persino nel testo della legge "Ossicini" che regolamenta la professione di psicoterapeuta in Italia) e di concludere che la psicoterapia non può assurgere al rango di disciplina vera e propria.
Essa può tutt'al più considerarsi un insieme di tecniche per il mantenimento o il ripristino della salute psichica.
Egli giunge anche ad affermare che gli psicoterapeuti esistono, ma la psicoterapia no. Come possiamo, dunque, interpretare questa apparente contraddizione?
Miller rimane su di un piano teorico partendo da un punto di vista logico ma parziale. Egli non considera affatto come prova dell'esistenza della psicoterapia la creazione di scuole di specializzazione, le richieste del Mercato, i convegni, la creazione di una deontologia ad hoc, i tentativi di definizione e di regolamentazione dei rispettivi campi della psicoanalisi e della psicoterapia. Sarebbe ancora come passare un colpo di spugna sopra a tutte quelle pratiche, eterogenee e discutibili finché si vuole, che dai primordi dell'umanità hanno storicamente, clinicamente e politicamente funzionato come "cura dell'anima" o "psicoterapia" e che si basavano principalmente sugli stessi fattori di suggestione, di abreazione, di rassicurazione e di sostegno sui quali si basa tuttora, seppur con tutte le differenze del caso, la psicoterapia moderna.
Questa negazione pura e semplice della psicoterapia da parte di un presidente dell'Associazione Mondiale di Psicoanalisi è significativa, a mio avviso, di un conflitto in atto tra psicoterapia e psicoanalisi nel mondo.
Tale conflitto trova il suo senso principalmente se si considera l'orientamento della politica terapeutica dominate, sempre più improntata all'efficienza, all'efficacia, alla promozione delle fast solution e quindi alla tecnica, orientamento entro cui la psicoanalisi non saprebbe ritrovarsi neppure lontanamente a meno di perdere quegli elementi teorici, pratici e soprattutto etici che più la caratterizzano e le danno il proprio statuto di scienza dell'inconscio4.
Ritengo tuttavia che tale conflitto, inevitabile appunto per le già menzionate ragioni politiche ancor più che teoriche, nel migliore dei casi potrebbe finalmente giovare ad entrambe le discipline. Per questo occorre anzitutto che queste distinguano e riconoscano le proprie reciproche peculiarità e chiariscano i propri compiti e le proprie modalità di intervento e di formazione.
Tale operazione potrebbe essere l'unico modo per evitare la scomparsa pura e semplice della psicoanalisi attraverso la sua annessione alla psicoterapia.
Proprio su quest'ultimo punto della formazione Miller ripropone l'esperienza lacaniana della "passe" quale organo di controllo degli analisti in formazione. In teoria la "passe" dovrebbe servire ad analizzare in maniera più specifica rispetto all'analisi personale il desiderio di diventare analista. Per esempio, che cosa è avvenuto durante la propria analisi personale che possa fare pensare al soggetto di occupare il posto di analista? Quali sono le idee che il soggetto si fa di tale posto? Tuttavia, l'espressione "organo di controllo" presuppone l'esistenza di un "controllore", cioè di un altro soggetto magari affiliato a qualche ente o associazione (o a un comitato di esperti, come per esempio si propone di fare la nuova legge sulla regolamentazione della psicoterapia in Francia)
che difende un nome, una scuola di pensiero, un potere e che quindi potrebbe trovarsi in conflitto di interesse con il candidato.
Miller ha buon gioco di ribadire l'espressione lacaniana "l'analista si autorizza da sé e da qualche altro", ma in questo scenario tale formula non può che rimanere indecifrabile. In una analisi personale penso che si debba cercare di analizzare tutti i desideri che emergono man mano e che quello di diventare analista non faccia eccezione e non meriti minore o maggiore attenzione degli altri. Perché dovrebbe rappresentare una questione a parte se non, probabilmente, perché rimane il più problematicizzato?
Miller ricorre ai concetti di "cura" e di "paziente" per cercare di rispondere a questo problema quando chiede "ma chi può dire gli effetti di una cura se non il paziente stesso?" Di nuovo, la questione delle resistenze, eppure così centrale in psicoanalisi, brilla per la sua assenza. Perché mai si dà per scontato che il risultato di una analisi debba necessariamente corrispondere agli effetti benefici di una cura, come se l'analisi fosse rimasta ai tempi del suo esordio quando venne battezzata da una delle prime pazienti di Freud talking cure? Assunta concretamente, questa aspettativa non è forse in misura di determinare il risultato dell'analisi nel senso di una psicoterapia?
Vediamo dunque quanta importanza abbia la chiarezza sul tipo di contratto stipulato all'inizio e poi durante il rapporto tra analista e analizzando, in particolare riguardo alla finalità dell'impresa5.
In effetti, quello che importa maggiormente in analisi non è affatto di avere cura del sintomo, ma di sapere che cosa lo produce o è avvertito come sofferenza e perché. In altri termini vale anzitutto il raggiungimento di un maggior grado di conoscenza rispetto a ciò che i sintomi vogliono dire, cioè ai sintomi quali significanti. In termini freudiani tale operazione potrebbe sintetizzarsi nella formula classica: rendere di dominio cosciente quel che è di dominio inconscio; in gergo lacaniano si potrebbe parlare della necessità di fare passare il sintomo dalla catena dei significanti a quella dei significati; nel linguaggio junghiano si potrebbe per esempio parlare del bisogno di scoprire il senso o la finalità insita nella nevrosi… Perché la questione delle resistenze, rispetto alla quale il padre della nostra disciplina si è sempre mostrato intransigente, è a tutt'oggi così importante?
Semplicemente perché se non ci fossero resistenze nel sottoporsi ad analisi l'inconscio non esisterebbe, sarebbe da tempo decaduto a mero concetto filosofico o comunque non necessiterebbe di quel tipo d'impegno così importante che da sempre e in alto grado caratterizza l'analisi. E non esisterebbe nemmeno la psicopatologia, per lo meno così come la conosciamo oggi. Non ci sarebbe per esempio le rimozioni dell'isterica, le negazioni dell'ossessivo… non ci sarebbe bisogno di psicoanalisi, ma sarebbe appunto sufficiente la psicoterapia.
Basterebbe cioè il buon consiglio, la desensibilizzazione progressiva, la suggestione, il sostegno, gli psicofarmaci o una miscela ben combinata di tutto ciò.
L'analista sa bene, perché lo riscontra quotidianamente nella sua esperienza lavorativa, che una delle forme più subdole che rivestono le resistenze consiste nello spostare l'attenzione, del soggetto stesso come dell'analista, sul sintomo e la sua cura.
Non è raro incontrare persone che sin dall'inizio pretendono una diagnosi e che provano un certo beneficio una volta ottenuta questa perché, con tale stratagemma, si sbarazzano di colpo delle proprie responsabilità riguardo al loro disagio. Come mostra bene il celebre sogno freudiano, dall'importantissima valenza storica, dell'iniezione ad Irma6, fin dall'inizio Freud si era imbattuto prepotentemente in questo problema, dovendo nell'occasione lottare contro i propri sensi di colpa di medico e dovendoli quindi analizzare a fondo per potere proseguire la via analitica da lui aperta.
La psicoanalisi risulta pertanto incompatibile con qualunque atteggiamento che miri in primis alla cura del sintomo, in quanto tale atteggiamento non potrebbe che prestarsi, presto o tardi, al gioco delle resistenze dell'analizzando. Questo però non autorizza a sostenere che la psicoterapia non esiste. Anzi, essa è molto più presente, appetibile e praticata della psicoanalisi.
E questa tendenza non fa che aumentare, anche a causa dell'adeguamento forzato degli psicoanalisti e delle associazioni analitiche italiani ai dettami della politica terapeutica dominante.
Rispetto a tale politica, particolarmente azzeccata trovo l'espressione "igienismo autoritario" coniata da Miller e, prima di lui, quella di "Stato terapeutico" impiegata da Szasz. Una annotazione va fatta a questo punto: mentre la psicoanalisi come scienza non si presta a compromissioni, ben diversa è la situazione della psicoterapia sempre più corteggiata dalla psichiatria.
Oggi si parla correntemente su tutti i media dei benefici legati all'abbinamento tra psicofarmaci e tecniche psicoterapiche. Questo sembra dovuto al fatto che entrambe le discipline si sono finalmente rese conto dei loro limiti (soprattutto la psichiatria visto che gli psicofarmaci non hanno mai curato nessuno), ma anche della possibilità di mettersi assieme nel tentativo di colmarli senza rinunciare alle loro premesse. Posta in quel modo tra Scilla e Cariddi, il futuro della psicoanalisi appare seriamente compromesso.
Inoltre, sempre volendo basarci su quel criterio di valutazione legato alle testimonianze dei pazienti preso da Miller, non si può nemmeno dire che la psicoterapia non funzioni.
Pur facendo il gioco delle resistenze e quindi pur perpetrando l'ignoranza dell'inconscio (che Lacan amava chiamare "passione"), essa funziona perché risponde abbastanza bene alle aspettative dei suoi utenti e riempie il tipo di contratto stipulato con essi.
Questi vogliono smettere di soffrire il più velocemente possibile e con il minor impegno sia economico che morale. Se non fosse per quest'ultimo punto della moralità, si potrebbe provocatoriamente sostenere che, dato queste aspettative, ancora meglio della psicoterapia funzioni il suicidio!
Benché psicoterapia e psicofarmacologia offrano molto meno garanzie meno rispetto alla cura medica dei disturbi organici, nel senso chiarito prima esse ottengono certi risultati, i quali si prestano tra l'altro maggiormente alla possibilità di verifiche e di quantificazione rispetto a quelli inerenti alla psicoanalisi.
E benché l'apparente prevalenza di queste concorrenti non autorizzi in nessun modo a dichiarare la psicoanalisi sorpassata o meno apprezzabile, quest'ultima sembra avere poche chance di sopravvivere ancora a lungo come disciplina scientifica e pratica autonoma.
Magari rimarranno, perché inoffensivi sul piano politico, alcuni o gran parte dei suoi concetti e delle sue chiavi di letture come strumenti straordinari a dare il fascino a certe interpretazioni di fatti culturali o di cronaca, oppure come mezzo di arricchimento personale o ancora, nel miglior dei casi e come sostenni altrove7, come moderno rituale di passaggio tra le fasi più delicate della vita. Finché anche delle difficoltà vitali legate alla crescita interiore non si finisca per dovere, un giorno, guarire.

1 Chi sono i vostri psicoanalisti?, Astrolabio, Roma 2003 2 Giacomo B. Contri, Libertà di psicologia, www.edizionisic.it 3 Francesco Galgano, Parere pro veritate, ww.aepsi.it 4 Antoine Fratini, Sull'etica dello psicoanalista, www.aepsi.it 5 Thomas Szasz, L'etica della psicoanalisi, Armando, 1979 6 Sigmund Freud, L'interpretazione dei sogni, Newton Compton 7 Antoine Fratini, Psychanalyse et initiation, in Les cahiers du sens, Le nouvel athanor, Paris 1997


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