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Home | Anno 13° | N° 50 | Pag. 12° | Dicembre 2004 | G. P. |

STREAM OF CONSCIOUSNESS
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LA CAREZZA
Le mani posate sulla tavola,
... dalla pelle giovane e chiara, erano solcate da vene azzurre.
Il colore del mare, che là fuori scandiva le sue battute regolari sulla spiaggia.
Mani nervose che spegnevano una sigaretta dietro l'altra in un portacenere troppo piccolo.
Mani che avrebbe voluto accarezzare per una sera, senza che a quel gesto ne seguissero altri, più esigenti nelle pretese di possedere.
Una carezza per ringraziarlo di quel piacere che le offriva guardandola dritta negli occhi e raggiungendola in profondità con il tocco leggero della sua attenzione.
Ascoltava le sue parole che avrebbe voluto sospendere nell'aria come semplici gocce di vapore acqueo.
Invece le parole prendevano la consistenza di sassolini gettati nel lago della sua mente, all'inizio per divertito gioco, poi per un improvviso sfogo di rabbia.
Si erano conosciuti all'ospedale dove Angela era stata ricoverata per un dimagrimento eccessivo.
All'inizio i suoi non se ne erano neanche accorti.
Non mangiavano quasi mai insieme per gli orari diversi della loro frenetica vita. Lavoro e scuola non trovavano mai un punto di contatto che permettesse di evitare l'utilizzo delle mense.
"Cosa vuoi che mangi lì ! Io trovo tutto disgustoso." diceva sua madre a suo padre, trovando così una ragione al mancato nutrimento.
La sera, poi, Angela usciva quasi sempre raccontando di inesistenti puntate in pizzeria con gli amici che invece la trovavano al bar, sempre più diafana.
In ospedale ogni giorno Marco la raggiungeva, accanto al letto, e restava a guardare gocciolare la flebo che le somministravano.
A quel liquido si mischiava così una sostanza indefinibile che le penetrava nel sangue, arrivando sino al cuore.
"Mi chiamo Marco" le disse un giorno, come se volesse imitare l'infermiera che le porgeva il termometro, per verificare la possibilità di un contatto, così come si misura la febbre.
I giorni tutti uguali erano scanditi dalle attività con cui quel posto mostrava la sua vita.
Alle sei del mattino Angela era svegliata da un forte odore di disinfettante sparso sul pavimento che entrava lentamente nelle narici sino a raggiungere la coscienza di un nuovo risveglio in quel luogo.
Allora si copriva col lenzuolo per proteggersi dalla luce accecante del neon, sole alternativo provvisorio.
Quando gli occhi si erano abituati, osservava i lunghi bastoni con cui gli addetti pulivano il pavimento seguendone il percorso, che per tratti lunghissimi assumeva un aspetto lucente.Traeva poiconforto dal pensiero che quella nitidezza sarebbe stata difesa a tutti i costi e che come gli altri avrebbe dovuto aspettare il momento giusto per scendere dal letto.
Poi arrivava l'odore del caffè che la infastidiva più del disinfettante, e la terapia, e la visita dei medici.
Diventato ormai parte di quei rituali, arrivava anche Marco, a riempire il vuoto della giornata in cui l'ospedale pareva consegnato solo ai malati.
All'inizio erano sorrisi, poi anche parole, pronunciate con discrezione, come si fa in chiesa o ai funerali.
Perché la magrezza di Angela gli faceva pensare di essere vicino al mistero dell'esistenza che non poteva essere svelato, ma solo colto.
Il giorno dell'incidente ci era andato vicino anche lui a questo mistero.
In un attimo si era trovato ferito in macchina, con la sensazione confusa di essere precipitato in un nero abisso da cui era uscito trovando per caso una porta aperta verso la luce del giorno.
Ancora vivo, anche se non intero del tutto.
In seguito aveva capito che ci sarebbe voluto del tempo per ritornare come prima ed aveva accettato di vivere un giorno alla volta, senza porsi altri obiettivi.
Al momento l'intenzione era quella di stare vicino alla ragazza, con una presenza discreta ma costante, per vedere se uno stelo così appassito riusciva a rifiorire.
L'amore per le piante glielo aveva trasmesso suo padre, giardiniere da generazioni.
Marco sapeva già da tempo, prima di leggerlo sulle riviste settimanali, che le parole rivolte alle piante hanno un senso e che le fanno crescere più del concime.
Non che Angela fosse l'equivalente di una pianta, ma le sue braccia così magre e gli occhi scavati gli ricordavano gli steli e la corolla di un fiore invasato in occasione di una sua malattia, da piccolo.
A casa ne aveva seguito la crescita e, arrivato alla guarigione, aveva compreso da quella esperienza l'esistenza di un unico mondo vivente, sostenuto da un solo respiro.
Così era normale per lui considerare il respiro di Angela profondamente collegato al suo, soprattutto dopo avere scoperto che questo non lo aveva abbandonato anche nell'attimo in cui il suo mondo si era ribaltato per un istante, in quella auto rovesciata all'improvviso.
Era accaduto in una giornata d'inverno in cui avrebbe preferito starsene a casa al caldo, ma la tensione che c'era lo aveva convinto ad uscire, anche se di malavoglia.
I suoi non accettavano che interrompesse gli studi.
Dottore in agraria avrebbe dovuto diventare, ma a lui la terra piaceva solo nelle mani di suo padre.
Quando vi immergeva le dita sino ad accarezzare le radici delle piante, si immaginava che queste sue attenzioni producessero loro un piacere silenzioso, di cui imparava a riconoscere i segni.
Un verde intenso delle foglie, un improvviso sussulto degli steli.
L'incidente inchiodò tutti di fronte alla realtà: gli studi si dovevano interrompere perché ogni energia ora andava spesa a ristabilirsi.
Quando venne il momento di uscire dall'ospedale, Marco considerò una condizione sostanziale ottenere la promessa da parte di Angela che si sarebbero rivisti fuori di lì.
Certo che ti chiamerò, certo che ci vedremo.
Erano trascorsi alcuni mesi e quelle parole si erano materializzate in quegli incontri a cui Marco non riusciva a dare un valore.
Il valore che avrebbe voluto non esisteva forse in nessun angolo del mondo, ma lui lo esigeva e non credeva possibile che Angela lo comprendesse sino in fondo.
Così le parole dette all'inizio per gioco finivano per arrivare a ferirla in qualche modo.
In fondo la guarita era lei.
Non che si potesse definire scongiurato del tutto il pericolo di annientare volontariamente la propria esistenza, negandosi il cibo, ma questo era ridiventato un'abitudine quotidiana ed alcune timide rotondità erano comparse a rendere rosea una pelle ormai chiara e tesa.
Per quanto lo riguardava, il suo non era certo un problema di floridezza.
Anche quel giorno si sarebbero lasciati col rancore di Marco a gelare i saluti.
Sulla tavola del bar il portacenere pieno di sigarette e i bicchieri con i segni delle dita nervose che stringevano il vetro.
"Andiamo, ti aiuto a uscire di qui." "Lo sai che sono capace di fare da solo." Così Angela seguiva la carrozzina, pensando ancora alle mani che la muovevano e che lei avrebbe voluto accarezzare.G.P.
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