Home Anno 14° N° 51 Pag. 2° Marzo 2005 Ada Cortese


Ada Cortese
 FONDO 

LA VITA DEFORMATA

Da tutte le parti si parla e si discute attorno alla vita,

alla sua natura, a come toccarla per provocarla, a come toccarla per ritardarne la morte, e a come toccarla per farla finire.
Film come "One million dollar baby", "Le invasioni barbariche" o "Mare dentro" ci fanno riflettere su questo ultimo aspetto.
E la tragica parola affiora in tutto il mistero che trascina con sè: eutanasia.
La nuova legge italiana sulla "fecondazione assistita", si vorrebbe occupare del primo aspetto, provocare la vita, per regolamentarlo. Prossimamente ci attende un referendum in merito e la questione è assolutamente odiosa per i dati di crudeltà che si vorrebbero previsti e salvati (impedita ogni ricerca pre-impianto sia nell'embrione che nella donna!
Tutto è vita! Dopodichè, in presenza di successive complicazioni inevitabili sarà legalmente possibile l'aborto terapeutico!).
L'esercito dei medici chirurghi estetici si occupano sul come abbellirla esteriormente nel corpo. L'esercito degli scienziati si occupa sul come poterla prolungare sempre di più.
Il dibattito ferve tra chi non crede che la scienza debba avere alcun limite e chi crede debbano essere eretti dei "paletti". E. Severino è convinto che il limite esista e occorra non rimuoverlo pena cadere nell'abisso dell'indifferenza: non fa differenza questo o quel provvedimento, questo o quell'esperimento scientifico. Se non c'è differenza non c'è verità incontrovertibile avanti alla quale gli eventi debbano rispondere e si debbano piegare per ottenere diritto oppure no di cittadinanza e così tutto può avere tale diritto.
A me sembra che questa fibrillazione attorno alla materia vivente segnali la crescente fragilità di ciò che fin qui ha avuto il ruolo della forza maggiore, della necessità: la prima natura, quella che commuove tutte le volte che sa evocare l'eden: un bimbo che nasce, un tramonto, la schiuma del mare, i prati alpini ecc. L'uomo ha un pensiero potente che lo sappia o no, che lo voglia o no, che sappia esserne all'altezza o no. E questo pensiero è la seconda natura. La paura compare quando si comprende che questo pensiero agisce senza sapere di sé. Eppure ogni processo vivente procede per gradi di incoscienza o di coscienza. E' inevitabile il rischio anzi la certezza di una qualche terribile catastrofe, di natura morale, biologica o spirituale che sia. La prima natura è un'organizzazione efficientissima, sufficientemente finalizzata alla vita. La seconda natura, quella del pensiero umano può sconvolgere tutto.
In questa cornice di grandi terremoti io penso a chi si sta preparando ad andar via da questo mondo, ai vecchi ancora fedeli all'orologio biologico, senza guance gonfie e labbra deformate da silicone, senza trapianti di capelli e facce di gomma, ai vecchi esseri umani testimoni sulla loro pelle di un'adesione ad un principio di verità universale che percorre trasversalmente tutti i piani delle manifestazioni evolutive. Li sento senza età e totalmente se stessi, individuati, fortunati per avere ancora chi è loro testimone, chi ancora sa percepirli oltre il tempo, oltre le età biologiche, oltre l'Alzheimer, oltre la crudeltà della decadenza fisica e mentale. I vecchi a me fanno tenerezza quando accettano di invecchiare perché nella nostra società invecchiare è difficile. Per questo li amo. Perché riportano il pensiero alla fluidità della vita, perché nella loro serenità e distacco dal mondo testimoniano forza e certezza di vita che prosegue.
Quella certezza che renderebbe superfluo l'investimento vanitoso di energie per vivere anni di più trapiantandosi organi altrui, quella certezza che porterebbe serenità nel prepararsi a morire, o meglio a "passare" in altra composizione organizzativa, se è vero che nulla nasce e nulla si distrugge e tutto si trasforma.
Quella serenità di appartenere al fluire della vita che libererebbe dal desiderio del figlio biologico "costi quel che costi", provetta, utero in affitto, con annessi e connessi questioni embrionali.
Quella serenità di una familiarità con il Tutto, oltre il tempo e lo spazio che individualmente ci è concesso, e che ci aiuterebbe ad aiutare chi, essendo ormai privo di vita psichica, chiede solo di ritornare a quel Tutto senza ipocrisie e senza egoistico attaccamento.
Il proliferare della scienza tecnologica quando serve e promuove la vanità, solca soltanto più profonde distanze tra i singoli esseri umani, alimentando così ulteriore angoscia e solitudine che, in un circolo infernale, rinfocola il desiderio di surrogati dell'immortalità. Basterebbe invece la pratica della solidarietà caritatevole, da sola, e tra "morituri" che ricordino di essere tali, per aprire la strada alla percezione del reale vero, percezione che sarebbe semplicemente e necessariamente rasserenante.


Ada Cortese


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