Home Anno 14 N 51 Pag. 4 Marzo 2005 Agnese Galotti


Agnese Galotti
 PROFILI 

FRANZ FANON E LA PSICOLOGIA LIBERATORIA

"Superiorità? Inferiorità? Perché non cercare semplicemente di toccare l'Altro, di sentire l'Altro, di rivelare l'Altro? La mia libertà non mi è dunque data per edificare il mondo del Tu?"

Vita
(Fort de France 1925-Washington 1961)
Nasce in Martinica, colonia francese, da una famiglia borghese, frequenta il liceo dove ha, come insegnante, Aimé Césaire, il famoso poeta rivoluzionario. Dopo aver preso parte alla seconda guerra mondiale combattendo con la Resistenza britannica prima e poi con quella francese, si iscrive alla facoltà di medicina a Lione dove si laurea nel 51. L'anno successivo inizia a lavorare come psichiatra, prima a Saint-Alban - dove Français Tosquelle, psichiatra catalano, sperimentava le prime forme di deistituzionalizzazione - con gli immigrati e poi, dopo il trasferimento in Algeria, nel manicomio di Blida.
Qui inizia ad osservare e studiare direttamente le drammatiche conseguenze dell'oppressione coloniale, con le sue evidenti violenze e torture, sui pazienti psichiatrici.
Dopo tre anni si dimette, dichiarando l'impossibilità di conciliare gli scopi terapeutici della sua professione con il ruolo sociale e politico che, come dipendente dell'amministrazione coloniale, si trova a ricoprire.
Con questo gesto Fanon inizia a confrontarsi direttamente con quella che avverte come un'urgente necessità di agire, di scegliere concretamente, di prendere posizione e di rischiare in prima persona.
Nel 56, scoppiata la guerra d'Algeria, entra nel Fronte Nazionale di Liberazione partecipando attivamente alla lotta. Questa scelta gli costa l'espulsione dal paese da parte delle autorità francesi ma non ne ferma l'impegno politico e di insegnamento "sul campo" della medicina di guerra.
Si stabilisce poi a Tunisi dove inizia un'intensa attività diplomatica e politica.
Finita la guerra è ambasciatore del Governo provvisorio della Repubblica algerina e svolge importanti missioni in alcuni stati africani.
Sfuggito a numerosi attentati muore a Washington, a soli 36 anni, di leucemia. Viene sepolto in Algeria pochi mesi prima della proclamazione dell'indipendenza.

Il pensiero
Divenuto famoso negli anni '60 come teorico dei movimenti di liberazione, Franz Fanon è tuttavia stato soprattutto un attento studioso dei meccanismi di alienazione mentale e culturale dei colonizzati e degli immigrati.
Afro-americano, cresciuto nella cultura francese, egli conosce infatti sulla propria pelle di nero sia la situazione coloniale che quella di immigrato in Francia.
I suoi sforzi intellettuali tentano di evidenziare e comprendere le zone d'ombra del potere coloniale così come si possono rintracciare da un lato nei luoghi della cura - nel linguaggio della psichiatria, nel suo razzismo come nel suo paternalismo - dall'altro nella quotidianità di rapporti sociali in cui, spesso inconsapevolmente, vengono agiti sotterranei conflitti psicologici tipici del rapporto fra colonizzatore e colonizzato, (padrone e servo) che caratterizzano la relazione fra Bianco e Negro; Fanon ne evidenzia le conseguenze sul mondo emozionale ed affettivo, i modi in cui reciprocamente vengono costruite le immagini dei dominatori e dei dominati, e le loro identità.
Come osserva Benduce, del Centro F. Fanon di Torino, "Il lavoro di Fanon è estremamente acuto: pur nel linguaggio dell'epoca e del contesto della lotta coloniale, nell'enfasi e nella violenza con la quale difende i diritti del popolo algerino e nella costante sottolineatura di quella che egli chiamava "attitudine rivoluzionaria", il suo sguardo mette a fuoco (e qui la metafora è quanto mai appropriata) tutti o quasi i problemi dell'incontro e dello scontro con l'Altro culturale, la volontà di dominio e di controllo che si introduce nelle pieghe più sottili del comportamento, della sessualità o del discorso scientifico."

Opere
In Pelle nera maschere bianche, pubblicato a Parigi nel 1952 Fanon descrive le relazioni tra neri e bianchi nei loro vari aspetti, fino a cogliere "il gioco di fantasmi a cui spesso si riduce la relazione tra diversi, quando stereotipi di ogni genere impediscono all'uno di cogliere la realtà dell'altro". (P.Coppo: Tra psiche e cultura. Boringhieri 2003)
L'autore analizza le dinamiche inerenti il pregiudizio razziale nei sistemi socioculturali e le sue conseguenze più drammatiche, sul piano psichico e relazionale, come lo strutturarsi del complesso di inferiorità nel colonizzato e nell'immigrato: si tratta di una sorta di interiorizzazione del modello del dominatore, che non può che essere drammaticamente conflittuale, quasi schizofrenica, provocando alienazione e lacerazione destabilizzante con il proprio sé e la propria cultura. Questo processo di alienazione si esplicita in un rapporto di dipendenza mentale e psicologica, per cui il nero vuole diventare bianco, l'immigrato vuole assomigliare all'europeo, in un doppio legame che produce disagio psichico ed esistenziale, minando l'identità profonda del soggetto.
Nel suo lavoro terapeutico con gli immigrati africani in Francia, osservando le cause socio-relazionali dei disturbi psichici, Fanon coglie come anche le discipline della psiche, in quanto prodotto culturale, tendano inevitabilmente a diffondere la cultura da cui originano.
Ciò significa che l'applicazione di teorie psicologiche, presunte universalmente valide, a persone provenienti da contesti culturalmente molto diversi, possono non solo "non curare", ma addirittura finire per "ammalare", ossia indurre le medesime nevrosi che si pretenderebbe di curare.
Il che evidenzia la necessità, per i terapeuti, di saper mettere in discussione ed ampliare i propri parametri di riferimento, ogni volta che l'interlocutore propone nuova "alterità": tema quanto mai attuale ed urgente oggi, che la società va facendosi sempre più multiculturale.
Del resto, in polemica con l'enfasi sulla negritudine, Fanon afferma la necessità di "scoprire e di volere l'uomo dovunque si trovi. Il negro non esiste. Non più del bianco." A proposito poi dello stereotipo che il nero attiva nel bianco, l'autore mette in luce le caratteristiche di vitalità, genitalità, sessualità, che stanno ad indicare la nostalgia del bianco per una potenza naturale, una "foresta" da cui si sente separato e a cui il nero, con il suo corpo, istintivamente lo richiama. Se dunque, nei contesti di "ibridazione" la dinamica agita dal nero tende ad essere quella dell'identificazione con l'aggressore, nel sadismo del bianco si svelano fantasmi e proiezioni (sessuali, biologiche) di chi incarna una cultura che si è drammaticamente separata dalla natura.
Nel 1961, anno della sua morte, viene pubblicato l'ultimo suo scritto:
I dannati della terra, una sorta di testamento politico reso ancora più prezioso dalla prefazione di Jean-Paul Sartre; esso consiste di una lucida analisi del sistema coloniale e il conseguente invito ad insorgere contro l'esclusione di un miliardo e mezzo di esseri umani da parte di una minoranza tracotante.
Accanto a chi ne ha fatto un esaltatore della lotta armata, c'è tuttavia anche chi ne ha colto l'indicazione verso la costruzione del mondo del tu: un processo di maturazione consapevole del rapporto con l'altro che richiede analisi, comprensione e impegno totale nell'azione.


Agnese Galotti


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