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Home | Anno 14° | N° 51 | Pag. 13° | Marzo 2005 | Alberto Toniutti |

STREAM OF CONSCIOUSNESS
LE VICISSITUDINI DI UN RAGIONIERE PENTITO
Sono nato qualche decina di anni fa in un piccolo paesino del Veneto...
...di quelli in cui la lingua ufficiale è un dialetto schietto, forte e grasso come la terra che in quella regione si coltiva. Terra di grandi campi e di bestie di ogni genere; terra che si affaccia su dolci colline che con i loro filari d'uva ingannano l'asprezza dolomitica che si cela all'orizzonte.
Giunto al termine della scuola dell'obbligo, per me si impose la necessità di una scelta. Che fare, pensò mia madre, di questo "mona" perso tra partite di pallone e vagabondaggi nei boschi?
A dire il vero, la scelta non fu poi così difficile. In un piccolo paesino del Veneto di alcuni decenni fa non esistevano certo quelle miscellanee di scuole che al giorno d'oggi nelle nostre città spuntano come fanno i funghi nel mese di settembre.
Le due cittadine più vicine, l'una a dieci e l'altra a quindici chilometri di distanza, oltre ai soliti istituti professionali che vennero opportunamente scartati perché intesi come brutte copie di un sano lavoro di apprendistato, offrivano un liceo e un istituto per geometri o per ragionieri. E fu a quest'ultimo che fui iscritto, immaginando per me un degno futuro da commercialista. Si pensò che, in una terra così produttiva, doveva pur esserci qualcuno in grado di contare i lauti guadagni previsti.
I primi due anni furono da me trascorsi al rinomato istituto "Dante Alighieri": privatissimo collegio di preti che per mia fortuna già da qualche anno avevano abbandonato l'ordine dello scudiscio.
La sorte volle che al terzo anno della mia intrepida carriera ragionieristica fummo costretti a trasferirci a Genova, città natale della donna che mi diede alla luce.
Qui scoprii un fatto assai interessante. Iscrittomi al terzo anno in un istituto statale, compresi che in questo ridente capoluogo l'usanza della frequentazione delle scuole private era riservata ai rampolli figli di papà che nell'esercizio della loro imbecillità non riuscivano a conseguire un pubblico diploma.
E così, dopo aver constatato che per qualche mese potevo tranquillamente vivere di rendita grazie al regime a cui nel precedente biennio ero stato sottoposto, cominciai a pormi qualche dubbio circa l'opportunità della scelta scolastica che in mia "assenza" era stata compiuta. Certo è che mi resi conto di masticare molto più volentieri qualche poesia rispetto al guazzabuglio di ratei, di profitti e di perdite che mi veniva somministrato.
Ciononostante riuscii a raggiungere l'agognato diploma, ovviamente con discreti voti nelle materie letterarie e pessimi in quelle tecniche e matematiche. Se c'era una cosa che mi risultava praticamente incomprensibile, oltre ovviamente alla concezione dello stato patrimoniale di un'azienda, questa era la matematica e la statistica.
Ricordo l'algebra con estremo timore e la teoria dei binomi allora mi pareva la tautologica legge del più forte. Chi di noi non ricorda di essere stato perseguitato dal sordo assioma (a+b)² = a² + b² + 2ab ? Formula essenziale nella sua semplice applicazione ma per me astrusa nella sua logica .
Sennonché l'incomprensibilità della sacra formula mi fu svelata solo alcuni anni dopo, allorché decisi di fare ritorno alle terre natali _o lì vicino- iscrivendomi a qualcosa che ritenevo essere più consono alla mia natura, e cioè alla facoltà di psicologia dell'università patavina.
E' li che scoprii, con estrema meraviglia, un fatto assai curioso. Ciò che fino ad allora per me era stata una sacra legge a cui avevo dovuto aderire con profondo rispetto ed inesplicabile ratio, si illuminò come di colpo grazie al contenuto di un libro che trattava tutt'altra questione. Fu uno scritto di G. Bateson che, nel tentare di evidenziare alcune caratteristiche intrinseche relative ad alcuni processi mentali, aprì la strada a una futura ricerca che poi mi avrebbe portato a percorrere le impervie regioni della psicoterapia attraverso l'uso del simbolo e della metafora. Ed ecco più o meno che cosa appresi, quale esempio, da quel libro:
La maggior parte di noi conosce la formula binomiale sopra descritta.
Ma, come sottolinea l'autore, pochi ne conoscono la dimostrazione algebrica.
Proviamo ora a partire dall'esempio che Bateson espone nel suo libro.
Prendiamo un segmento che chiameremo xy, composto a sua volta da due segmenti, il segmento a e il segmento b.
Il segmento xy è dunque una rappresentazione geometrica di (a+b) ed il quadrato costruito su tale segmento sarà espresso con la formula (a+b)², la quale non è altro che il nome dell'area del quadrato costruito sul segmento xy che ha la stessa lunghezza del segmento (a+b):Come vediamo in quest'ultima figura, possiamo disegnare all'interno del quadrato le parallele dei segmenti a e b.
In questo modo otteniamo un quadrato suddiviso in quattro parti: uno che è formato da quattro lati che misurano la lunghezza del segmento a, e che quindi ha come area (a x a) = a²; uno che ha i quattro lati composti dal segmento b, e che quindi ha come area (b x b) = b²; e due rettangoli uguali composti dai lati (a x b) e che, essendo due, si possono indicare con il linguaggio algebrico 2ab.
Che cosa si è ottenuto in questo modo? Non abbiamo fatto altro che accoppiare ad un linguaggio (quello algebrico) un altro linguaggio (quello della geometria euclidea). Non so per voi, ma per me ora tutto si fa chiaro e comprensibile.
Ciò che mi colpì -e che tutt'ora desta la mia meraviglia se traspongo tutto questo ad altri campi della vita- fu l'effetto che l'unione di due informazioni appartenenti a due diverse espressioni del mondo umano ha nel creare un nuovo senso e apportare nuovo significato.
Col passare degli anni, appassionandomi alla psicoterapia e alla psicoanalisi, capii il potente strumento operativo che quel libro svelava. L'uso della metafora e dell'immagine simbolica quale mezzo che, grazie al fatto di unire in un unico punto differenti informazioni appartenenti a diversi regimi conoscitivi, percettivi e sensoriali, riesce a creare quel nuovo senso e quella sovrabbondanza di significato che pone le basi per un ampliamento coscienziale e una ristrutturazione soggettiva.
Qualunque linguaggio, nel suo ripetersi, non diviene altro che mero segno, esaurendosi nel costante rimando a un significato univoco. In tal modo accade quel curioso fenomeno per il quale ciò che viene celato è ben maggiore di ciò che è svelato. E questo avviene attraverso il contributo di un automatismo che fissa i termini del discorso che viene enunciato in binari sempre uguali a se stessi, lì dove il soggetto dell'enunciazione è per definizione in continuo movimento e procede attraverso un divenire che è inesprimibile unicamente tramite il singolo segno linguistico. Lo stesso accade per i nostri comportamenti e per le nostre abitudini mentali e comportamentali, i quali, nel momento in cui si bloccano nella loro vuota ripetizione, alimentano tutte quelle trappole nevrotiche nelle quali rimaniamo spesso imbrigliati.
Il linguaggio simbolico e metaforico con la sua continua ricerca di apertura di senso non chiude ma allude a ciò che ancora non è colto dalla coscienza.
Alberto Toniutti
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