Home Anno 14 N 52 Pag. 3 Giugno 2005 Laura Ottonello


Laura Ottonello
 METODO 

CORPO, MALATTIA E SENSO

La malattia, paradossalmente, può costituire un vero alleato terapeutico in un'esistenza troppo a lungo costretta in angusti spazi simbolico-mentali.

Trattare il corpo è un appuntamento importante nella relazione analitica. Il corpo è il fondamento stesso dell'essere.
Nello stato di salute ma, soprattutto, nella malattia, il corpo è il palcoscenico dove si rappresenta il conflitto tra l'Io e il Sé, tra cambiamento e conservazione.
Come il linguaggio verbale, nell'uni-vocità del codice segnico, scandisce un senso attraverso la parola, così il corpo, nella molteplicità del codice semantico, esprime la cifra e la specificità di ogni individuo. Non solo attraverso la comunicazione non verbale:
mimica, postura, tono della voce ecc., ma anche con lo stato di salute o malattia che ne contraddistingue la storia personale.
Gli stati patologici organici realizzano infatti uno dei meccanismi difensivi più antichi, attraverso l'espressione diretta sul corpo del disagio psicologico: ansia, tensione, emozioni troppo dolorose per poter essere vissute, trovano una via di scarico immediato nel corpo.
Questo accade soprattutto quando manca lo spazio simbolico necessario ad elaborare quella sofferenza (rimossa e svuotata di senso). Pur essendo presenti emozioni forti, esse non vengono percepite dal soggetto che ne è attraversato ma recedono sullo sfondo mentre il dolore fisico assume il ruolo di protagonista.
Talvolta la malattia fisica diventa il vero protagonista nell'urlare un dolore esistenziale altrimenti indicibile.
Penso alle malattie autoimmuni, ma non solo.
E' verificabile oggettivamente una stretta connessione tra lo stato della psiche e la salute del corpo Nella modernità il linguaggio simbolico del corpo è stato molto trascurato, contribuendo ad alimentare la ben nota scissione, tutta occidentale, tra il corpo e la mente.
Per questo la tentazione inconscia di trovare una risposta (esistenziale) definitiva che renda conto in modo inequivocabile del dolore, attraverso la diagnosi e la conseguente terapia è molto forte, specialmente quando ciò che spinge è forte, intollerabile.
Lo psicoterapeuta non può permettersi di trascurare, nella relazione, il corpo, il proprio e quello dell'altro.
Con i suoi segnali, vere e proprie sentinelle a salvaguardia del benessere, ci ricorda, spesso più nel dolore, che siamo vivi. Ci riporta alla fattualità del nostro essere nel mondo, al senso del limite e ad un ridimensionamento del nostro egoriferimento.
Qualche volta il corpo diventa protagonista del rapporto, e non parlo solo di relazioni psicoanalitiche ma in tutte le relazioni significative. Esso sembra talvolta veicolare significati relazionali non facilmente traducibili. Il rischio, in certi casi, è legato all'oggettivazione del corpo che viene così alienato e privato della sua significanza, svuotato del senso profondo del suo esistere, ridotto a cosa, pezzo da curare, meccanismo da riparare o oggetto da esibire.
Mentre l'anima, sullo sfondo, sempre più compressa, annicchilita, dolorante, resta muta nel buio della sua solitudine, impotente, isolata, incapace di uscir fuori, parlare, gettare un ponte verso l'altro.
Il rapporto terapeutico è uno spazio simbolico ricco di possibilità che può permettere l'elaborazione cosciente di una sofferenza muta.
E' come un ponte invisibile che, raggiungendo l'anima, l'aiuta a recuperare la salvezza della terraferma, ovvero quel luogo che, attraverso la parola e l'emozione che la accompagna, nutre di significato e consente il ripristino della vita interrotta dalla malattia.
Dietro le cause oggettive e oggettivabili che l'hanno generata, si celano motivi psicologici che, nello svelamento, sono preziosi in quanto possono farci riflettere criticamente sul nostro modo di "funzionare".
Quando ci ammaliamo è importante non "sprecare" l'occasione per imparare, con umiltà, a farsene sempre qualcosa.
Il corpo è il primo catalizzatore simbolico delle nostre prime emozioni che, attraverso le relazioni affettive, impariamo ad elaborare per la coscienza. Per questo è così importante ascoltarne i messaggi, comprenderne il linguaggio, imparare a dialogarci.
Fin dall'antichità, l'uomo di scienza, filosofo, medico o umanista, ha trattato la malattia come una disfunzione generale che coinvolge tutto l'essere. Oggi, un pericolo che incombe su una coscienza ancora giovane, deriva paradossalmente dall'ombra della scienza.
Nella scissione netta tra corpo e mente, oggi abbiamo bisogno di verificare, controllare, avere "prove" del nostro male esistenziale, quando questo, anzichè darsi coscientemente, si esprime attraverso un dolore fisico "misurabile".
Il vantaggio psicologico è proprio quello di poter oggettivare, nella totale alienazione del Sè, un dolore morale (forse) altrimenti indicibile. E' in questi casi che occorre una particolare attenzione all'ascolto nel senso più ampio del termine per tradurre, con l'altro, il significato del male.
Possiamo così scoprire, dietro le penose file di tanti "utenti", un bisogno che non può essere catalogato in alcun sistema vigente. Bisogno che sta sempre dietro il sintomo organico ma raramente viene accolto.
Talvolta, in momenti cruciali del cammino coscienziale, una malattia organica, spesso inaspettata, si impone esprimendo un suo significato esistenziale ben preciso nella vita del soggetto che ne è colpito.
La malattia, paradossalmente, può costituire un vero alleato terapeutico in un'esistenza troppo a lungo costretta in angusti spazi simbolico-mentali.
Essa, allora, rappresenta un po' la voce dell'Anima, come se questa, imprigionata ma ancora vitale, non avesse altri mezzi a disposizione per sancire lo statuto della sua sofferente esistenza.
Fermo restando il valore dello sforzo umano che ha permesso conquiste incredibili in campo medico, non va trascurata l'altra parte dell'essere, quella che concerne lo spirito, essenza dell'uomo.
Filosofi di grande levatura - come U. Galimberti o E. Agazzi - sottolineano l'importanza di riconoscere e ascoltare la sofferenza che, a differenza del più tangibile dolore organico, sembra rimandare ad un non senso il quale, proprio perché tale, risulta inaccettabile. Lo psicoterapeuta, moderno curatore d'anime, ha il dovere di porsi in ascolto di fronte a questo tipo di male che spesso sa manifestarsi solo attraverso il corpo.
Oggi, almeno nelle società occidentali, non vediamo più piaghe purulente ma non per questo credo siano sparite. Forse sono solo più profonde e nascoste, si mascherano dietro abiti di buona qualità e "facciate" rifatte, si camuffano nell'iperattivismo ma le angosce sono sempre le stesse e ogni uomo, per definirsi tale, prima o poi può doverci fare i conti.


Laura Ottonello


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