Home Anno 14 N 52 Pag. 5 Giugno 2005 Cristina Allegretti


Cristina Allegretti
 SCHEDE 

ALGOS, IL DIO DEI DOLORI

Il dolore è portato dalla vita nel suo movimento infinito, in continuo rinnovamento, in continuo cammino verso la propria eternità.

Curiosando nell'albero genealogico del dio dei dolori, ci si imbatte, come primo personaggio significativo, in Eris che, nella tradizione mitologica, rappresenta la Discordia.
Ella è ritenuta, generalmente figlia di Ares e anche sua compagna.
Esiodo nella sua Teogonia situa Eris tra le forze primordiali nella generazione della Notte e le attribuisce un certo numero di figli che rappresentano i vari nomi dei patimenti umani: la Pena (Ponos), l'Oblio (Lete), la fame (Limos), i Dolori (Algos), e infine il Giuramento (Horcos).
Alcune tradizioni vedono invece il Dolore, generato da Etere (la personificazione del Cielo superiore, in cui la luce è più pura che il cielo vicino alla Terra) e dal Giorno.
Sempre nella tradizione dell'Antica Grecia troviamo Megapente (il grande Dolore) figlio naturale di Menelao e di una schiava.
E poi c'è Pento, ovvvero il genio che personifica il Dolore.
Si racconta che quando Zeus assegnò ai vari geni i loro compiti, Pento, che arrivò in ritardo alla distribuzione, restò a "mani vuote".
Zeus non poté che affidargli l'incarico di presiedere alle onoranze rese ai morti: il lutto e le lacrime.
Pento favorisce coloro che piangono i loro morti e portano gran lutto. Egli manda loro più dolore possibile, affinché essi piangano il più possibile.
Il dolore ha, dunque, varie rappresentazioni: dei, geni, mortali.
Algos, il dio dei dolori, è - come abbiamo già visto - figlio della Discordia, a sua volta generatrice della Notte, del lato oscuro della vita Algos è figlio di una forza primordiale.
Spesso il dolore è stato giudicato come portatore di insensatezza rispetto ad una vita organizzata e finalizzata.
Il dolore porta il caos, crea gli universi che i fisici chiamano nulliversi, gli universi governati dal Caso e dal Caos.
A volte il dolore è stato mitizzato, chiamato ad unico testimone della propria presenza nel mondo. Nel nostro mondo culturale e religioso basato sulla centralità della croce, essa stessa è stata uni-vocamente consegnata al dolore e sempre di questo dunque essa è la suprema icona. Apprestandoci ad indagare il rapporto che l'uomo ha con il dolore, possiamo evidenziare la sua più grande tentazione ed il suo più terribile rischio: quello di assoggettarvisi totalmente, totalmente sacrificandogli il suo bisogno di libertà.
In questo caso il Dolore governa le nostre vite, restiamo vittime del malessere senza fare alcun sforzo per comprenderlo, lasciando così la nostra vita in balìa di se stessa, senza occuparcene, senza muovere un solo passo.
Il dolore è connesso alla Vita, siamo vivi e siamo solo un aspetto della molteplicità dei tentativi che la vita ha fatto e farà per privilegiare se stessa.
Il dolore è un segnale della propria esistenza e della propria intelligenza nel cogliere e nel vedere in profondità ciò che ci circonda. Esso è orfano perchè non ha l'aiuto di un pensiero che riesca a collegare i vari elementi che i nostri sensi e la nostra interiorità percepiscono, nè ha la possibilità, dunque, di comunicarlo.
Il dolore è portato dalla vita nel suo movimento infinito, in continuo rinnovamento, in continuo cammino verso la proprio eternità.
Ma ripetiamo volentieri: il dolore non ha parola, il dolore è attesa.
Non è un caso che il dolore, ascoltato, sia la molla che fa schizzare gli uomini in avanti, li trasforma nel loro atteggiamento, li rende disponibili alla vita, li consegna alla loro profondità.
Il dolore è la molla che conduce, spesso, le persone in analisi e che le porta verso una "nuova esistenza".
Il dolore ci riporta al silenzio, a noi stessi e spesso questo rimando ci lascia tramortiti, il suo silenzio è testimone di un dissenso.
Il dolore è sempre portatore di dissenso. Il dolore non può portare ciò che solo l'interezza della persona, attraverso la sua intelligenza raffinata dall'esperienza può esprimere, trasformando il dissenso, il dolore in un atteggiamento "saggio" nei confronti della vita.
Il dolore richiede sempre un agire nella totalità della persona. Lasciato solo a se stesso non può che crescere, impersonificando il genio Pento, il quale alimentando il dolore in chi è stato colpito dalla morte di qualcuno, cerca di aiutarlo facendolo piangere il più possibile.
Ma il pianto è anche un moto liberatorio, che rivendica la vita e la propria esistenza, e qui ci ritroviamo al connubio dolore vita, vita dolore.
Uno richiama all'altra nella misura in cui ci confrontiamo con un livello della vita e quindi anche dell'uomo pre-universale, intendendo il termine pre-universale come uno stato della coscienza identificata con la struttura individuale e personale dell'uomo, senza lo spazio mentale per la dimensione socio-universale dell'uomo.
Intendiamo, invece, per dimensione universale la dimensione in cui la consapevolezza dell'Uno si fa consapevole di sé nel singolo uomo. Un salto, questo, nella consapevolezza che, come spesso scriviamo nei nostri articoli, è stato compiuto, anche se tale consapevolezza non ha ancora recuperato in se stessa tutta l'oggettività della vita.
La dimensione pre-universale del "Sistema vita" così come noi lo conosciamo fin ora (nella sua evoluzione biologica) e la dimensione universale, convivono ancora come strutture di pensiero attive nella psiche dell'uomo e tale com-presenza di principi logici antitetici ci crea spesso confusione e senso di inadeguatezza.
E dalla conoscenza di tale compresenza deriva una necessaria rinnovata la visione del dolore.
La possibilità di tenere insieme le due dimensioni ci permette di affrontare in un modo nuovo la dinamica del dolore cogliendolo come spinta alla trasformazione e cogliendolo come necessità di forare il proprio mondo mentale per fare spazio a nuova logica, a un nuovo investimento della libido.
E' proprio questo doppio sguardo che ci permette, quando ritorniamo nel "Sistema Vita", di essere vigili e vaccinati al rischio della perdita nella frantumazione, in un arido dolore ripetitivo, e di farci noi stessi "fertilizzanti biodegradabili" di una trasformazione di cui sappiamo già il frutto.


Cristina Allegretti


 HOME     TOP   
Tutti i diritti sui testi qui consultabili
sono di esclusiva proprieta' dell'Associazione G.E.A. e dei rispettivi Autori.
Per qualsiasi utilizzo, anche non commerciale,
si prega prima di contattarci:

Associazione GEA
GENOVA - Via Palestro 19/8 - Tel. 339 5407999