Home Anno 14 N 52 Pag. 8 Giugno 2005 Agnese Galotti


Agnese Galotti
 METODO 

VERGOGNA E IMMAGINE DI S

Un emergere di rossori, imbarazzi e timori che aprono comunque alla percezione dell'Alterità.

La parola vergogna deriva dal latino vereor, che significa rispetto, timore rispettoso, mentre il corrispettivo inglese, shame, si ricollega alla radice indoeuropea kam, che significa nascondere, coprire; dunque l'uno mette l'accento sulla motivazione scatenante (positiva:
il senso di rispetto), l'altra sull'azione conseguente (il nascondere, velare).
In effetti dal punto di vista fenomenologico il senso della vergogna viene descritto come:
- un senso improvviso e sgradevole di nudità, di sentirsi scoperti, spogliati, smascherati, - il conseguente desiderio di sparire, di sprofondare, di diventare invisibili, - un senso di paralisi, di blocco, un sentirsi irrigiditi, pietrificati.
La sensazione generale che ne deriva è una sorta di profondo turbamento, di disorientamento, di confusione, desiderio di fuga e di blocco dell'azione.
La vergogna è conseguente ad una sensazione di smascheramento: cade la maschera, ciò con cui ci si tende a coprire, a proteggere, l'intimità del proprio sé e l'immagine di sé diventa improvvisamente evidente all'occhio esterno, alla vista degli altri; ci si percepisce nudi, esposti allo sguardo altrui, visti per come si è e non si ci si sarebbe voluti mostrare.
In genere il senso di vergogna è associato al rendersi improvvisamente evidenti di quei lati di noi che consideriamo sgradevoli, indecenti, o addirittura mostruosi.
A differenza di questo il pudore, come vedremo, ha una sfumatura leggermente più tenue: esso pone l'accento sul bisogno di proteggere qualcosa di intimo che tuttavia non è necessariamente vissuto come inadeguato o sgradevole.
Il senso della vergogna si pone su un piano di esperienza piuttosto immediata, di tipo percettivo, particolarmente associata al senso della vista: è legata ad un'immagine visiva che si fa evidente, che non è necessariamente ancora parola, e quindi pensiero.
Spesso proprio quando diventa dicibile, quando passa cioè dal piano percettivo a quello del pensiero, perde parte della propria intensità. Arrivare a dire che si prova vergogna e a individuare che cosa genera tale sensazione spesso segna l'inizio dell'elaborazione che può portare dall'accettazione, all'ironia, fino all'autoironia liberatoria.
Tuttavia, pur essendo immediata e percettiva, fa parte delle cosiddette emozioni complesse, che richiedono cioè un certo grado di evoluzione, in quanto fa riferimento ad un modello del sé già esistente e ad un insieme di regole sociali, più o meno esplicite, con cui quell'immagine di sé si trova direttamente in relazione: la vergogna richiede quindi un certo livello di coscienza.
Una caratteristica specifica della vergogna è il suo carattere instabile e aleatorio che la rende talvolta più difficile da cogliere e riconoscere rispetto ad altre emozioni: è un'emozione episodica, in cui non si resta a lungo, che tende piuttosto a trasformarsi in altre emozioni simili (rabbia, colpa, invidia, ansia,).
Funziona prevalentemente per accessi, del tipo tutto o nulla e tende a coinvolgere globalmente il sé.
Inoltre presenta un carattere di contagio e di transitività: si prova vergogna per essersi vergognati, si prova imbarazzo di fronte all'improvviso vergognarsi di qualcuno, ci si vegogna di parenti o amici.
Queste caratteristiche rendono difficile l'ascolto della vergogna e quindi la sua reale e profonda accoglienza, sia da parte di chi la sperimenta e sia da parte di chi ascolta: il terapeuta spesso tende, per difesa inconscia, a ricondurre l'esperienza della vergogna ad altri registri, per esempio della colpa o dell'invidia, come se risultassero più facili da affrontare.
Il momento della vergogna sembra quindi assai difficile da accogliere ed accettare: si tende più facilmente a fuggirlo.
Esiste poi uno specifico carattere corporeo della vergogna: spesso il corpo viene particolarmente chiamato in causa da questa emozione e ne diventa il supporto espressivo.
Il sé difettoso si "incarna" per così dire nel corpo che si trasforma nell'oggetto vergognoso da nascondere: la mimica della vergogna lo esprime bene con i gesti di ripiegamento su se stessi, l'abbassare gli occhi, coprirsi la bocca o altre parti del corpo.
Vergognarsi del proprio corpo, della sua forma, della sua goffaggine o rigidità di movimento è un modo piuttosto immediato attraverso cui si esprime la vergogna di sé, la non accettazione, l'autogiudizio e l'autocondanna.
L'intensità del vissuto di vergogna è variabile: quando è sentita come insopportabile la vergogna viene nascosta o più spesso camuffata in rabbia, odio, invidia o depressione, apatia, ritiro.
Inoltre la vergogna si pone sul crinale tra intrapsichico ed interpersonale:
si tratta infatti di un sentimento che riguarda contemporaneamente - la sfera della massima intimità dell'individuo e della sua interiorità, il senso di sé e le sofferenze e i disagi ad esso connesse, - la dimensione relazionale e sociale in quanto concerne i vissuti relativi al sentirsi visti dall'altro.
Quindi il senso di vergogna mette in relazione l'esperienza intrapsichica con quella interpersonale, la sfera narcisistica e la sfera cosiddetta oggettuale, ponendosi su un terreno di mediazione tra i due versanti, che del resto sono sempre intimamente intrecciati.
Il sentimento della vergogna è strettamente legato all'immagine di sé ovvero è connesso non tanto a ciò che si fa o si è fatto (il che rimanda di più alla colpa), quanto a ciò che si è.
Possiamo provare a tracciare a grandi linee la distinzione tra colpa e vergogna.
La colpa appartiene più al registro della trasgressione, mentre la vergogna a quello dello scacco, del non essere all'altezza.
La colpa è un sentimento di autocondanna rispetto ad un'azione specifica (che non si doveva compiere e si è compiuta o viceversa); il rimedio è connesso alla confessione (aspetto catartico), alla ricerca di "perdono" (riconciliazione) e, quando è possibile, alla riparazione.
La vergogna è invece un senso di avversione e di condanna verso il proprio sé, è quindi più diffuso e generalizzato, si estende in genere all'intero sé percepito come deficitario, imperfetto, inadeguato, con qualcosa che "non va". La reazione è il nascondimento, la tendenza all'occultamento di sé.
L'antidoto all'esperienza di vergogna mette in ballo la sfera narcisistica del rapporto con se stessi: richiede un difficile lavoro di accettazione del sé difettoso da parte di se stessi e quindi degli altri.
La vergogna è quindi più difficile da affrontare della colpa, presenta meno possibilità di risoluzione e fa sentire più impotenti.
La vergogna quindi ha a che fare particolarmente con l'identità, con l'immagine di sé, con quegli aspetti difettosi di se stessi in cui è riposta - consciamente o inconsciamente - la propria identità.
Questo svelamento della propria identità - e nel caso della vergogna è uno svelamento doloroso - di ciò che si sente di essere, avviene inevitabilmente in contesto relazionale: passa cioè attraverso lo sguardo dell'altro.
Quindi "mi vedo" - e mi vedo in quel determinato modo, che suscita in me un sentimento preciso - guardandomi attraverso l'occhio altrui, cioè "mi vedo per come mi sento visto", e viceversa continuo a sentirmi visto per come mi vedo.
C'è un gioco di specchi tra il senso deficitario di sé che "viene da dentro", e il senso di sé, altrettanto deficitario, che "viene da fuori"che si continua a vivere come rimando da parte degli altri: una sorta di cortocircuito penoso da cui può riuscire difficile saltare fuori.
Tuttavia è questo stesso gioco di specchi che rende possibile, nella relazione terapeutica, l'aprirsi di un varco, la possibilità di una sguardo diverso, non giudicante bensì accogliente, che può consentire il graduale recupero della dignità di sé e il relativo superamento del penoso vissuto di vergogna.
Il sentimento di vergogna coincide quindi con il fissarsi in me di un'immagine di me stesso inadeguata, sgradevole e soprattutto inaccettabile, immagine con cui, in proporzioni più o meno intense, tendo ripetutamente ad identificarmi.
In primo piano, per quanto riguarda dunque il sentimento della vergogna, è il senso della vista: l'essere visti, il provare disagio per come ci si sente visti (da sé e dagli altri) e quindi il volersi nascondere alla vista e, in ultima analisi, il non voler a propria volta vedere.
Un gioco di sguardi tra un Io e un Tu, le cui traiettorie si incrociano, generano turbamenti, tendono ad evitarsi e talvolta a scambiarsi e con-fondersi; giochi di sguardi dove l'Oggetto Vergognoso talvolta sono Io a vederlo e talvolta lo vedi Tu, un gioco di visioni ma anche di sviste reciproche in cui restano impigliate le rispettive identità, in un emergere di rossori, imbarazzi e timori che aprono comunque alla percezione dell'Alterità.
Come abbiamo visto la vergogna riguarda entrambi i livelli relazionali: la relazione intrapsichica, tra sé e sé, e quella interpersonale, tra sé e l'altro, o sé e gli altri.
Sul piano intrapsichico la vergogna ha a che fare con un'eccessiva discrepanza tra il sé ideale, ovvero quel senso di sé verso cui aspiro, il sé che desidero essere, e il sé reale, ovvero quel senso di sé che percepisco corrispondere alla realtà, il sé in cui realmente mi riconosco.
Una distanza troppo grande e soprattutto l'inflessibilità di modelli troppo alti del sé generano vergogna, che può sfociare in violenta rabbia e senso di impotenza invalidante.

Sul piano interpersonale la vergogna è spesso associata ad un atteggiamento di sottile competizione, in cui mi percepisco irrimediabilmente perdente, in cui l'altro - generalmente un "altro" significativo - diventa luogo di proiezione dei vari aspetti del mio sé ideale, diviene rappresentante di Tutti gli Altri, (più belli, più sani, più adeguati, più capaci,…. più "normali" insomma) rappresentante di una norma sociale da cui mi sento dolorosamente esclusa.
In questo senso la vergogna si associa facilmente all'invidia ed alla rabbia ad essa connessa.
Alcuni psicoanalisti americani che hanno cominciato ad occuparsi della vergogna (i cosiddetti vergognologi, tra cui Andrew Morrison), hanno ben descritto il cosiddetto "ciclo della vergogna-rabbia".
In questo ciclo accade che ci si vergogni di se stessi (del proprio essere troppo passivi, incapaci o comunque difettosi rispetto a qualcun altro), tale vergogna produce un ritiro in se stessi, ma anche risentimento, invidia e rabbia vendicativa verso l'altro contro cui ci si scaglia, almeno mentalmente. Questa aggressione genera colpa, ulteriore ritiro nella passività e quindi aumento di vergogna, per cui il ciclo alimenta se stesso.
Per quanto riguarda la relazione interpersonale, quando è presente il senso di vergogna, si tratta di una relazione che non è (o non è ancora) reciproca, intersoggettiva (dove l'uno e l'altro siano percepiti entrambi soggetti, con uguale diritto di esistenza, pur nella diversità), bensì di una relazione fortemente asimmetrica (del tipo soggetto-oggetto), dove l'Altro, quello vincente, da cui ci si sente guardati (male!) è "il Soggetto", percepito come giudicante, sprezzante, svilente nei confronti dell'oggetto che sta osservando, quell'Oggetto fallito, difettoso, insignificante, patetico e ridicolo che è esattamente ciò con cui chi prova vergogna si sta identificando.
La vergogna sta qui ad indicare lo scacco subito, il senso di indegnità avvertito da chi riceve - o presume di ricevere - un disconoscimento grave rispetto al proprio essere.
Interessante a questo proposito è l'interpretazione filosofica che J.P. Sartre dà della vergogna.
Egli riconduce la vergogna al puro e semplice fatto di essere esposti allo sguardo dell'altro, cosa che, rendendoci oggetto di osservazione da parte di un soggetto altro, ci deruba della nostra soggettività, per ridurci ad oggetto del suo spettacolo.
"La vergogna, scrive Sartre, non è il sentimento di essere questo o quell'oggetto criticabile; ma in generale di essere un oggetto, cioè di riconoscermi in quell'essere degradato, dipendente e cristallizzato che io sono per gli altri. La vergogna è il sentimento della caduta originale, non del fatto che abbia commesso questo o quell'errore, ma semplicemente del fatto che sono caduto nel mondo, in mezzo alle cose, e che ho bisogno della mediazione d'altri per essere ciò che sono.
Il pudore e, in particolare, il timore di essere sorpreso in stato di nudità non sono che specificazioni simboliche della vergogna originale: il corpo simbolizza qui la nostra oggettività senza difesa. Vestirsi significa dissimulare la propria oggettività, reclamare il diritto di vedere senza essere visto, cioè di essere puro soggetto. Per questo il simbolo biologico della caduta, dopo il peccato originale, è il fatto che Adamo ed Eva capiscono di essere nudi." (L'essere e il nulla)
Dunque la vergogna esiste o almeno sarebbe alimentata dalla relazione del tipo soggetto-oggetto mentre dovrebbe essere assai meno incoraggiata dal contesto relazionale del tipo soggetto-soggetto. Ed è bene ricordare come, all'interno di una relazione, noi possiamo subire la vergogna ma possiamo anche indurla o quanto meno alimentarla.
Questo intricato gioco di relazione soggetto-oggetto e soggetto-soggetto apre a riflessioni importanti sul tipo di relazione di volta in volta in atto.
Per esempio nell'ambito della relazione psicoterapeutica si può andare dalla rigida identificazione in ruoli complementari, del tipo soggetto che osserva - il terapeuta - e oggetto osservato - il paziente - fino all'elasticità di un continuo reciproco riconoscimento di entrambi i ruoli, in cui ciascuno - terapeuta e paziente - può riconoscersi di volta in volta, sia nel soggetto che osserva e sia nell'oggetto osservato, man mano che l'analisi si riconosce essere analisi della relazione in atto tra i due soggetti coinvolti, più che analisi del paziente.
La psicoanalisi, almeno quella delle origini, ha impiegato tempo ad occuparsi della vergogna, probabilmente per via di problematiche non analizzate, relative alla vergogna stessa, presente nell'analista. Basti pensare alla nascita del setting psicoanalitico, quello classico, con lettino e poltrona, in cui l'analista guarda, non visto, l'analizzando che a sua volta non può guardare l'analista.
Si trattava, potremmo dire oggi, di un "setting antivergogna" in funzione dell'analista.
Freud di fatto non aveva avuto vergogna di ammettere la ragione di tale postazione: "Non sopporto - egli infatti aveva affermato - di essere fissato ogni giorno per più di otto ore".
Col tempo la psicoanalisi si è gradualmente evoluta, in questo senso, aprendosi alla dimensione intersoggettiva, e rendendo, anche nel setting, più "democratiche" e paritarie le condizioni: dal lettino posto in modo che il paziente possa, se vuole, girare la testa e vedere in faccia l'analista, seduto in poltrona non più dietro ma a fianco, fino alla posizione vis a vis, con le due poltrone poste l'una di fronte all'altra.
Peraltro questa posizione maggiormente improntata all'intersoggettività è stata presente da subito in alcuni epigoni della psicoanalisi, cito per tutti Jung.
Diciamo che oggi è maggiormente condivisa rispetto ad allora.
Non a caso forse oggi anche la psicoanalisi ha cominciato ad occuparsi della vergogna che viene da taluni denominata come "l'ospite atteso" [Donna Orange] che chiede di essere accolto per trovare spazio di trasformazione.
Quindi riflettere sulla vergogna presente nelle relazioni, induce a riflettere sul tipo di relazione in atto, di qualunque relazione si tratti Può indurre, per esempio ciascuno a domandarsi qual è il proprio modo di guardare l'altro: quanto ciascuno tende a percepire l'altro come oggetto del proprio sguardo (e niente altro), quanto invece riesce a percepirlo come "altrettanto soggetto", altro da sé, e in quanto tale, almeno in parte misterioso, ineffabile, sconosciuto.
Quanto riusciamo a renderci conto che l'altro è sì oggetto del nostro sguardo ma contemporaneamente anche soggetto di uno sguardo che a sua volta si posa su di noi e che di noi si fa un'immagine propria, "altro" quindi come luogo di iniziativa autonoma di un sentire e di un pensare analogo sebbene diverso dal nostro.
La mia ipotesi, seguendo l'indicazione di Sartre, è che il sentimento di vergogna, sia quella che subiamo e sia quella che più o meno inconsciamente tendiamo ad indurre e ad alimentare, possa gradualmente ridurre i suoi effetti invalidanti, nella misura in cui favoriamo il crescere, nelle nostre relazioni, della consapevolezza e dell'attenzione per la propria e l'altrui soggettività.
La consapevolezza cioè del fatto che pur essendo in questo momento oggetto del mio sguardo, l'altro (ma anche il mio sé) continua a mantenere una propria autonomia, una propria soggettività, che fa sì che esso non si esaurisca mai totalmente in ciò che io vedo.
Mantenere la consapevolezza del "mistero" che ciascun soggetto continua ad essere, per se stesso e per l'altro, della molteplicità di aspetti che non sono mai del tutto evidenti ed oggettivi, la consapevolezza cioè di uno svelamento ulteriore sempre possibile e mai completamente esaurito.
E qui torna spontaneamente ad imporsi all'attenzione quell'aspetto della vergogna che, in relazione a quanto emerso fin qua, sembra portare in sé il passaggio evolutivo, di affermazione della soggettività: si tratta della vergogna-pudore, ovvero quel sentimento che spinge a difendere il proprio Sé, e di conseguenza quello altrui, da intrusioni invasive nella sfera dell'intimità.
Abbiamo accennato al fatto che il pudore non porta in sé un giudizio negativo rispetto a ciò che vela, bensì la necessità di velare per proteggere ciò che è sentito come intimo, e quindi fragile, delicato.
Pudore quindi inteso nel senso di ritegno, rispetto, contenimento, parziale nascondimento, quale requisito indispensabile a salvaguardare la soggettività individuale nella vita in comune, nella collettività; pudore quindi non associato - come poi ha fatto la cultura cristiana - prevalentemente alla sfera sessuale, quanto piuttosto alla dialettica della distanza-vicinanza tra umani.
Parlare di pudore significa parlare di relazione intima, non necessariamente sessuale.
L'esempio forse più significativo resta tuttavia quello della relazione amorosa, che mette in ballo inevitabilmente il conflitto tra due esigenze fortemente contrastanti ma compresenti:
- il bisogno di attaccamento e di legame, di entrare in rapporto profondo con l'altro, di sentirsi intimamente uniti e di fondersi con lui, - il bisogno di separatezza e distinzione dall'altro, di autonomia ed indipendenza, di mantenere la propria individualità, la propria soggettività.
Queste due esigenze sono spesso percepite come due poli contrapposti, inconciliabili, che portano o all'autonomia con esclusione del rapporto d'amore, o al rapporto d'amore con perdita di autonomia.
Eppure sono entrambe esigenze ineliminabili, fondanti il nostro essere umani.
Come risolvere questa ambivalenza?
Freud così si esprimeva in proposito al possibile malessere connesso a tale conflitto:
"Un forte egoismo instaura una protezione contro la malattia; tuttavia, prima o poi bisogna ben cominciare ad amare per non ammalarsi e se, in conseguenza di una frustrazione, si diventa incapaci di amare, inevitabilmente ci si ammala." [Da Introduzione al Narcisismo] Dunque, nel rapporto intimo con l'altro, bisogna ogni volta tornare a separarsi, a distanziarsi, a differenziarsi per poter amare, ma bisogna anche essere sufficientemente disposti a perdere di vista sé in favore dell'altro, senza che questa perdita diventi mai totale e distruttiva della propria soggettività.
In questo senso il pudore, nell'accezione suddetta, può porsi come strumento che aiuta a trovare un equilibrio, seppure delicato, fragile e precario, tra queste due esigenze, di fusione e autonomia, grazie alla sua funzione di mediazione, di moderazione, che stempera il rischio di assolutismo insito in entrambi i poli.
Il vissuto del pudore mantiene vivo il problema dell'alterità, della differenza, della separatezza tra i due, proprio laddove essi si incontrano nell'intimità del loro essere.
Comporta l'accettazione del limite, di una vicinanza, di una somiglianza che permane sempre relativa, di uno spazio mai completamente annullato tra l'Uno e l'Altro.
Il pudore è ciò che contiene la tendenza ad invadere e farsi invadere, a pretendere una somiglianza o concordanza eccessiva, che tenderebbe a negare le differenze e annulla le distanze; è un rispetto di fondo che contiene gli eccessi presenti nelle fantasie di fusionalità e di prevaricazione reciproca.
Come scrive Monique Selz nel suo: "Il pudore. Un luogo di libertà" (Einaudi 2005):
"Prima di essere un dovere morale, il pudore è una necessità vitale." Il tentativo di riflettere e farsi consapevoli di quale sia il modo in cui ci rivolgiamo all'altro, il modo in cui guardiamo l'altro, è tanto importante nella sfera intima dei rapporti quanto lo è nella dimensione più ampia e sociale: è estremamente importante diventare gradualmente consapevoli della propria tendenza ad oggettivare l'altro (gli altri) o, al contrario, lo sforzo di riconoscerne l'irriducibile soggettività.
Questo tentativo di riflessione sul modo in cui guardiamo l'altro, ci invita a tenere a bada la tendenza a rendere l'altro oggetto, cosa tra le cose, la tendenza a generare dinamiche di vergogna e ad alimentare relazioni insane di dominio dell'uomo sull'uomo.
A livello sociale, infatti, le medesime dinamiche che abbiamo osservato nel "privato" si amplificano in maniera macroscopica generando più o meno sottili razzismi e "colonialismi" purtroppo terribilmente attuali e diffusi.
Anche a livello sociale l'altro tende ad essere oggettivato da chi ha il potere (la maggioranza, l'elite del momento) e discriminato in base a pregiudizi sociali, consci o inconsci, che possono diventare vere e proprie "istituzioni" generatrici di vergogna.
Ci sono identità socialmente considerate deplorevoli (razza, orientamento sessuale, classe sociale, cultura di origine, etnia di appartenenza,….) all'interno delle quali il sentimento di vergogna può essere più o meno forte, più o meno esplicito: può addirittura nascondersi dietro evidenti dichiarazioni di orgoglio.
Sentimento di vergogna che inevitabilmente è anche risposta ad uno sguardo oggettivante di chi, sentendosi "il Soggetto" tende a rendere l'altro "cosa", spogliandolo del suo diritto di soggetto.
Questa riflessione vorrebbe restituirci la responsabilità di farci gradualmente consapevoli del nostro sguardo, del nostro modo di guardare: noi stessi, l'altro, il mondo, al fine di ridurre, per quanto ci è possibile, "l'effetto Gorgone" da cui siamo circondati, ovvero "lo sguardo che pietrifica", immagine simbolicamente evocativa della sofferenza connessa al sentimento di vergogna.


Agnese Galotti


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