Home Anno 14° N° 52 Pag. 9° Giugno 2005 Agnese Galotti


Agnese Galotti
 RECENSIONI 

TRA NARRATIVA E SAGGISTICA...

TRA REMINDER E NOVITA'

"L'anima dei luoghi"
James Hillman ed. Rizzoli 2004

Il libro offre ai lettori un dialogo tra l'architetto Carlo Truppi e il filosofo e psicologo James Hillman, e alcuni saggi sul tema.
L'architettura, la parola che porta in sé etimologicamente la parola archei: i principi primi che governano il cosmo, offre spunto ai due interlocutori per interrogarsi sul senso profondo del luogo.
Hillman propone un confronto costante tra il modo in cui l'architettura oggi affronta lo spazio e il modo in cui nell'Antica Grecia lo spazio, il luogo, venivano considerati, egli rievoca la ricerca che c'era allora, di giungere all'armonia tra ciò che veniva costruito e l'anima del luogo.
Il confronto tra ciò che viviamo oggi e il passato, continua proprio da parte dell'autore, nella denuncia all' international style, ovvero alla volontà di opprimere la specificità del luogo, puntando a costruzioni omologate per ogni luogo.
La denuncia coinvolge la rimozione continua della memoria che gli uomini agiscono sui luoghi. I luoghi infatti rappresentano proprio la storia, la memoria, la mutazione della polis La sconsiderata distruzione di vecchi quartieri per ricostruirne sempre di nuovi in stile omologato, non fa che alimentare un disorientamento della psiche.
I concetti filosofici e terapeutici portati da Hillman forgiano una rinnovata architettura dove l'architetto diventa un vero psicologo archetipico, capace di trasmettere ai fruitori il piacere, il bello ma anche l'amore per la storia della polis.
La Musa dell'architettura è l'immaginazione, che coniugata alla prometeica capacità di progettare, può riportare l'uomo alla antica capacità di lasciar parlare i luoghi, lasciare che il luogo sia ciò che vuole essere.
L'architettura in fondo, trasforma l'anima in luoghi, il nostro modo di abitare i luoghi, può trasformare l'anima di entrambi.La città, è la casa di Mnemosyne, della Memoria e delle sue figlie le Muse, esse sono i veri fantasmi della civilizzazione che occupano il suolo della città.L'autore ripopola le città del divino. Richiamando in noi il demone dell'immaginazione possiamo auspicarci di ritornare ad amare le nostre città, i luoghi che determinano il nostro abitare quotidiano, e forse riamando i luoghi che abitiamo per così tanto tempo, osservandoli con un occhio più amorevole, riusciremo anche a integrare meglio noi stessi con i tempi della città.
Ridimensionando il sentimento di impoverimento, di degrado e di frantumazione che spesso proiettiamo nei luoghi, ridimensioneremo anche il nostro frantumato e degradato luogo interiore.

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“Africa la pentola che bolle”
Jean Leonard Touadi ed. Emi 2003

La solitudine geopolitica dell’Africa e la sua marginalità rispetto ai fenomeni di globalizzazione economica rappresentano una realtà che spinge numerosi osservatori a decretare l’agonia del continente. Africanisti più o meno aggiornati, esperti di progetti di cooperazione “prêt-à-porter”, “sviluppatori” di professione incapaci di autocritica sul proprio operato, volontari poco fiduciosi nelle capacità degli africani di risollevarsi, aspettano sul greto del fiume di veder passare il cadavere dell’Africa. Ma nonostante l’instabilità politica, i fallimenti dei modelli economici, le guerre e le carestie, il cadavere non è ancora passato e i popoli africani hanno distolto lo sguardo dal cielo degli aiuti per rivolgerlo verso la valorizzazione della loro terra.
Hanno rilanciato il progetto dell’Unione Africana, sognato dai panafricanisti dell’epoca delle indipendenze, e il NEPAD (Nuovo Piano per lo Sviluppo dell’Africa), tracciando la strada per una modernizzazione che punta alla soddisfazione dei bisogni primari e allo sviluppo delle infrastrutture di base. Ma è l’irruzione dei poveri, in quanto soggetto collettivo di resistenza e di rinnovamento, il “segno dei tempi” dell’attuale momento socio-politico. Da essi bisogna ripartire per capire che l’Africa non è morta mai, come già diceva Jean Marc Ela, è “una penstola che bolle”.

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Congo Ruanda Burundi.
Le parole per conoscere”

Jean Leonard Touadi EditoriRiunti 2004

Da otto anni nella Repubblica Democratica del Congo si sta consumando la prima guerra mondiale africana nel silenzio dei grandi mezzi di comunicazione e nella cinica indifferenza della comunità internazionale. Una tragedia nel cuore del continente africano il cui bilancio è pesantissimo. Malgrado il conflitto congolese metta in gioco gli interessi strategici ed economici di nove nazioni dell’Africa (Angola, Ruanda, Uganda, Zimbabwe, Namibia, Repubblica Centrafricana, Congo-Brazaville, Sudafrica) alcuni insistono ancora a chiamare questo conflitto una guerra etnica.
Rimane marginale anche il fatto che la guerra del Congo abbia dato luogo a una gigantesca spoliazione di uno dei paesi più ricchi del mondo, paese dove si trovano alcune materie prime fondamentali per lo sviluppo della new economy e per l’accesso alle armi di distruzione di massa.
Ecco perché la guerra del Congo è lo specchio fedele del nostro mondo, delle sue priorità geopolitiche e dei suoi meccanismi economici. La guerra del Congo è il frutto amaro del nostro presente, del nostro passato e soprattutto del nostro futuro, che sarà inevitabilmente comune.

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"Gli Imperdonabili"
Cristina Campo ed. Adelphi 2002

Alcuni stralci di un libro che, pur elitario, ha da comunicare cose essenziali a tutti:"A che cosa si riduce ormai l'esame della condizione dell'uomo, se non all'enumerazione stoica o atterrita delle sue perdite? Dal silenzio all'ossigeno, dal tempo all'equilibrio mentale….dalla cultura al regno dei cieli. L'intero quadro appare quello di una civiltà della perdita, sempre che non si osi chiamarla ancora civiltà della sopravvivenza…." Su sacro e massacro: "Il ripudio del nome e del predicato di religione negli ordini occidentali è forse la spia più tenebrosa della rinuncia al mandato tra tutti santo e prezioso: confermare, custodire destini. Perché religione non è altro che destino santificato e il massacro universale del simbolo, l'inespiabile crocifissione della bellezza è, l'ho già detto, massacro e crocifissione di destini..." Sul denudare un rapporto:
"Quale lungo tirocinio per denudare sino al nocciolo, velo dopo velo, pelle dopo pelle, un rapporto. Come lungamente si crede al tatto, alla discrezione, al riserbo, veli delicati - ed è giusto così, finchè non si percepiscono appunto come veli: soavi insidie, pericoli impalpabili per la pupilla limpida dell'amore.
Giobbe, il migliore amico di Dio, non ebbe rispetto alcuno per lui, né discrezione. Gli gridava tutto di se stesso né accettava risposta che da lui...
Fosse ciascun amante assorto solo nel proprio amore, dolcemente incurante dei sentimenti dell'altro e insieme, proprio per questo, dimentico di sé, immerso come un pesce gioioso nella realtà dell'altro. Nessun amore avrebbe fine mai. "Che io non voglia mai chiederti amore" dovrebb'essere il voto reciproco degli amanti, la formula sacramentale delle nozze.
E' un equilibrio impossibile, ma di che altro l'amore vorrà vivere? "Finchè non siate in grado di udire l'applauso di una sola mano…" Ogni amore è un cammino sulle acque di Genezaret: un dubbio, un timore, uno sguardo in basso e si affonda..."


Agnese Galotti


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