Home Anno 12° N° 53 Pag. 7° Settembre 2005 Ada Cortese


Ada Cortese
 METODO 

ACCIDIA, DEPRESSIONE, OMOLOGAZIONE

Considerazioni sparse

Accidia, eterodirezione e omologazione

Cosa è l'accidia? La troviamo come espressione di uno dei sette peccati capitali. Essa sottrae alla vita e non si comprende cosa sia se non per le tracce comportamentali ed emozionali che lascia in chi ne è attraversato.
Assomiglia alla depressione perché toglie ogni erotizzazione ai gesti della vita.
Accidia come pesantezza di ogni cosa. Voglia di andar via con il sonno, con tutto. Un mondo senza particolari emozioni. Essere incapaci di partecipare ad un senso perduto, sentire d'aver perduto la possibilità di offrire la propria vitalità, il proprio entusiasmo, la propria energia in un sogno condivisibile. Sentire di essere stati estromessi dal mondo. Vedere sempre prevalere lo stesso spettacolo, gli stessi copioni. Vedersi vivere individualmente e collettivamente "in automatico". Travolti da una pacifica e riposante omologazione.
A proposito di automatismi due antichi sogni affiorano alla mente.
Appartengono ad una donna e ad una bambina.
Ricordo ancora l'emozione della donna mentre mi raccontava:
Scopro che i miei gesti creduti coordinati e guidati dal mio cervello, in realtà non mi appartengono. E così è per tutti gli essere umani. Ciascuno di noi è in realtà guidato dal robot, maschio o femmina secondo il sesso di ciascuno, che ci sta appiccicato alle nostre spalle. In realtà sono loro che decidono i gesti che poi noi crediamo nostri ed essi li fanno con noi.
Mi ritrovo in aereoporto. Mi avvio alla scaletta di un aereo ed ecco, avverto premermi contro le spalle la solita presenza: un robot "donna" che spinge e mi fa male; mi trasmette corrente elettrica sempre più alta. Io so che "lei" sta obbedendo agli ordini di qualcun altro. Sento male e riesco, prima che sia troppo tardi, a rivoltarmi e a spingerla via. Salgo sull'aereo, entro nell'abitacolo di guida che sembra anche la famosa "stanza dei bottoni":
vi trovo un altro robot che vuol farmi male. E' un "pezzo" importante. Ha la faccia bella, giovane, è biondo e americano.
E' lui che trasmette gli ordini a tutti gli altri robot. Mi rivolto anche contro di lui, so che è impotente senza gli occhiali; glieli scaravento via e mi libero così dalla sua morsa. So che anche tutti gli altri esseri umani sono liberi.
E ricordo anche la mia emozione nell'udire il sogno della bimba:
Ella si trova all'inizio delle scale che portano al cortile della sua scuola.
Arriva l'insegnante che però non è quella della realtà. E' una persona seria e accigliata. La bambina ne ha paura e fugge a casa. Nel portone, in terra, trova una penna che sa essere magica e la raccoglie mentre sulle scale vede i bambini che compongono la classe di quell'insegnante. Sono tutti dei robot. La bimba allora corre in casa spaventata. Si rannicchia accanto al calorifero.
Con la penna magica si tocca la testa. Ella comincia a sognare tutta la situazione che ha appena vissuto, pensando a come il sogno potrebbe finire. E nel sogno, ella pensa, tutti i bambini robot tornano bambini.

Attrazione gravitazionale della materia e fascino della schiavitù nell'Animale Uomo
Accidia ed eterodirezione sono forse l'accoppiata di un sentimento che indissolubilmente si lega e si sposa al disagio psichico sia pure inconscio di aver perso la direzione giusta e consona alla propria natura di esseri umani. E se l'umanizzazione crescente è ciò a cui la psiche universale pare aver lavorato fin qui spendendo in tale tentativo tantissime energie, non può non produrre dolore e sofferenza l'inceppamento di tale processo a favore di una deviazione laterale e secondaria che tende a sostituirsi a quella principale: l'oggettualizzazione ai danni della soggettualizzazione.
Ne deriva che se commercio e oggettualità ad uso e manipolazione dell'uomo possono essere compresi e previsti all'interno del naturale processo evolutivo che punta sulla umanizzazione crescente, non è accettabile il contrario, ossia che il processo di umanizzazione venga compreso compresso e tollerato all'interno del processo principale di mercificazione e ulteriore oggettualiz-zazione del mondo per il semplice fatto che la materialità delle forme è stato il modo prevalente se non esclusivo in cui l'essere stesso si è manifestato fino alla comparsa della coscienza umana.
La sua scommessa, dell'essere intendo, è ritrovarsi nella forma del pensiero e della coscienza. Il grande ostacolo a questo spostamento è l'attrazione esercitata dalla materia, sia in senso letterale che in senso metaforico (come desiderio di oggetti di merci, di denaro, ecc.). In tale attrazione riesco a radicarel' istinto di morte freudiano.
Che il profitto, quindi, e dunque la logica dicotomica oggettualizzante tenda a raffreddare il processo evolutivo-integrativo del pensiero e della coscienza universale attraverso l'eterodirezione, è cosa risaputa da tutti. Eppure per quegli stessi "tutti" l'agire e il vivere nell'eterodirezione costituisce la realtà ultima del mondo visto che poi nessuno di quei tutti si oppone al blocco creativo. Come a dire che sì, siamo eterodiretti eppure il saperlo spesso non basta per sottrarci al fascino della schiavitù. Mi vengono alla mente quelle splendide pagine di Dostoevskij a proposito del Grande Inquisitore (I Fratelli Karamazov). E penso che siano credute ancora attuali le comodità che venivano garantite agli uomini dalla grande menzogna dell'istituzione (religiosa).
Ma qui forse mi sbaglio io: non sbagliava il Grande Inquisitore. Egli, anzi, aiuta a fare chiarezza: non sono menzogne, l'animale uomo non può davvero comprendere per sua natura il messaggio rivoluzionario e radicale del Cristo inteso come prima incarnazione storica del nuovo regno, il regno del veramente umano, dell'Uomo che abbia dato espressione totale e completa a quelle funzioni e risorse già presenti nell'animale uomo ma agenti solo sul piano inconscio .
L'Animale uomo ha bisogno di Dio come il cane del padrone. L'Animale uomo in quanto è naturalmente adatto ad accettare le forme gerarchiche e le sottomissioni ai giochi e ai voleri dei più forti inevitabilmente è attirato dalla logica del potere e dai rapporti che essa permette. Proprio per la sua natura animale, inconscia, che lo destina al rapporto gerarchico, il sistema uomo non potrà mai spartirsi equamente nella reciprocità i beni della terra.
Non c'è da stupirsi quindi che la figura del Cristo si rivolga solo all'Umanità degli uomini, offrendo loro dunque solo il "pane celeste" senza nulla fare per garantire quello terrestre.
A questo punto l'animalità dell' uomo, impotente a comprendere la coscienza cristica, di là da venire e che pure già illumina i suoi sogni prospettici, continua a cercare dio come può, ovvero secondo rapporto di potere e, quando dio si scolora nella secolarizzazione crescente, quello che avanza come spinta all'Uno, è quella misera sua caricatura grottesca che si chiama omologazione.

Dagli opposti ai complementari
L'Uomo che ha la sorte di restare nell'alveo evolutivo, produce prima o poi in se stesso la coscienza cristica. Egli trova, cioè, nel simbolo del Cristo, simbolo capace di rinnovare "spiritualmente" ogni sua cellula, il superamento di ogni estraneità e l'Uomo e Dio diventano tutt'uno semplicemente perché, finalmente, Dio, vecchio nome dell'essere in movimento ed in evoluzione verso la sua reintegrazione consapevole (libertà è niente altro che questa consapevolezza), trova casa e si scopre e si sveglia finalmente nell'uomo.
L'avvento della specie umana vera e propria, oppure dell'uomo-dio, non è niente altro che l'avvento del rapporto d'amore.
Questo rapporto prevede il superamento di ogni oggettualizzazione perchè in ogni cosa l'uomo ritrova se stesso, l'altro di cui ha bisogno, l'universo che finalmente può "parlargli", l'oggetto spiritualizzato, la storia e il suo annullamento. Una sorta di unione di opposti. Anzi, nel superamento dell'estraneità, la categoria oppositiva scompare e l'unione, la coppia, non è altro che coppia di complementari.

Per il vecchio è patologia il nuovo Per il nuovo è patologia il vecchio
Colgo allora due aspetti della nostra attuale condizione umana:
1) quello che si radica nel passato della sua animalità e legge come patologia tutto quanto tende a distaccarsene; 2) quello che si radica nel suo stesso protendere all'affermazione di un futuro già presente come pensiero agente e cosciente di essere pensiero dell'essere tutto pur nel limite del singolo che lo pensa pensandosi. Singolo che ripone l'essenza della sua identità nel "pensiero" e nel "Pensante". Aspetto, questo, squisitamente appartenente al nuovo e vero uomo totalmente consapevole di sé e dell'essere in un sol tempo. Tale aspetto tenderà a leggere come patologia tutto ciò che ostacola l'ancoramento alla nuova specie, a quella veramente umana.
Il vecchio aspetto non metterà in discussione la sua operatività di servo o animale in quanto non è né del servo né dell'animale di mettere in discussione qualcosa che non gli appartiene. Ciò lo proteggerà dalla noia e dal peso esistenziale della propria vita e del proprio senso.
Non che il male e la patologia non lo colpiscano ma non si stancherà di cercare rimedi esteriori perché la logica separatoria glielo consente all'infinito come all'infinito gli produrrà lo stesso dolore che essa stessa si proporrà di togliere e così via continuativamente.

L'accidia come mancanza di un gesto concreto e come mancanza dell'interlocutore concreto
Il nuovo aspetto non procederà nel mondo se non rincuorato da quei tutti che in esso si riconoscano.
Impossibile preservare entusiasmo ed eros all'infinito e ripetitivamente.
Qualcosa di reale anche nel mondo dei fatti deve accadere. Ovvero deve accadere qualcosa di condiviso, qualcosa che sposti la vecchia relazione dalla dicotomia alla reciprocità, dalla divisione dei ruoli all'intercambiabilità e alla complementarità.
Parole non astratte ma pensiero vivente in cui esso si confronti con se stesso attraverso i gesti degli umani. Se esso _ il pensiero intendo _ giunge a sapersi nella sua coniunctio deve poter fare esperienza dei complementari opposti.
Se no soffrirà della sua unilateralità e produrrà sentimenti accidiosi e depressivi, corrispondenti al suo stato stagnante e univoco.
E se esso avrà cantato questo, esso vorrà anche ritrovarlo in ogni angolo della terra che a questo canto corrisponda.
Come a dire che se esso ha cantato il ritrovamento interiore andrà a cercarsi anche in quei luoghi dove ha tentato di ritrovarsi empiricamente in rapporti interpersonali e intergruppali e sovragruppali nati e vissuti in tale intenzionalità interiore.
Se riconosce il dialogo nell'intimità, vorrà ritrovarsi anche nel dialogo "pubblico" dove pubblico e comunitario non siano contrapposti ma complementari all'intimità individuale che essi stessi sapranno alimentare.
L'interiorità personale è cosa stupenda e necessitante. Ma è ben poca cosa se non può accompagnarsi all'interiorità ricca e cosciente di un gruppo autocentrato.

Differenziazione ed Individuazione
Mi chiedo, dunque, se certe forme di accidia o di depressione _ ora sappiamo che non sono tanto lontane l'una dall'altra _ non nascondano una ribellione più o meno inconscia, alle uniche possibilità coscienziali che sempre, sistematicamente, tornano ad affermarsi nel mondo umano e che sono sempre segnate dalle prepotenti necessità di:
1) individualità - differenziazione che più facilmente si sposa alla logica della competizione e del conflitto; 2) individuazione - reintegrazione che più facilmente si sposa alla logica della collaborazione e della sinergia.
Forse Jung ha davvero ragione quando inserisce nella seconda parte della vita la vera comprensione del processo individuativo. Fino a che il soggetto avverte la fisiologica impellenza a diventare "se stesso" non è ancora tempo della individuazione. Individuo, ovvero "indiviso", individuazione come processo che sfonda la propria identità personale è dono che può giungere nella seconda parte della vita quando il pedaggio alla propria personalissima natura sia stato pagato.
E' buffo poi vedere come in realtà quello che i più avvertono come personalissima esigenza sia vista dall'inconscio quale asservimento ad una ideologia pseudolibertaria che ha la sua verità nel contrario di quanto vorrebbe affermare: tutti soldatini solitari abbracciati "amorevolmente" dagli angeli custodi dell'automatismo: tutti robots. Fino a sostituirsi essi stessi alla vita come, ancora più drammaticamente, il sogno della bambina (di otto anni!) segnala. Per fortuna entrambe le sognatrici trovano la via d'uscita ma ancora è tutto in solitaria azione interiore che può accadere, ancora e come sempre in una sorta di eroicità che il contrappunto "uno per tutti gli altri" continua a segnalare.
E allora ancora è attuale comprendere che occorre correggere il tiro: ancora e sempre più profonda radicalità per quanta solitudine si possa avvertire. Intenzionare sempre più profondamente il pensiero affermativo e il potere di tutti coloro che pur nei limiti individuali offrono il loro lavoro di coscientizzazione all'essere tutto. Solo questo c'è forse oggi da fare e forse il rito della sacralizzazione degli incontri: incontri di silenzio sacro, di letture sacre, di ascolto sacro, di danze sacre, di pittura sacra, di psicoterapia sacra … Un bisogno di risacralizzare ciò che la terapia dell'Occidente ha troppo svuotato di trascendente e troppo ha secolarizzato: lo stesso concetto di soggettività (e dunque di intersoggettività) utilizzato e ridotto troppo spesso a puro strumento metodologico terapeutico atrofizzato nella sua potenza rivoluzionaria radicale e filosofica.
Per il resto, e anche per questa ultima considerazione, vale cogliere il senso profondo dell'accidia: il rifiuto di costruire su premesse sbagliate.
Legittimarsi l'uscita simbolica dal mondo degli uomini-animali, liberarsi in vita senza perdere di vista l'Altro, la relazione, l'unica vera filosofia, l'unico vero pensiero vivente, l'unica vera libertà e l'unica vera utopia. La grandezza dell'uscita dal mondo merita tutte le energie e forse è questo quanto si nasconde in momenti come quello che sto descrivendo. L'accidia non può essere intesa come rattrappimento della presenza.

Tra limite e risorse
Mi fa più pensare alla necessità di comprendere fin dentro alle proprie cellule qualcosa che assomiglia ad un "grido" e forse ha a che fare con la difficoltà di ammettere un limite, un grande limite universale, il limite della Materia.
Non a caso torna all'attenzione l'esperienza di Mère e di Aurobindo.
Forse non si può pensare di raggiungere una universalità o più modestamente una coralità di esperienza realmente condivisa nell'esteriorità della manifestazione materiale, nell'uso dei sensi e delle parole perché nessuno di noi si trova né si può trovare nel punto di convergenza con qualcun altro se non secondo le leggi del Sistema Uomo. Dunque secondo frantumazione, parcellarizzazione e tempi diversi.
Non sto sostenendo che non ci siano altre possibilità "dentro" al Sistema Uomo ma, dopo tanti anni di esperienza a indirizzo evolutivo, posso davvero concludere, forse, che o ci si trova come gruppo e universale concreto al punto zero in cui le parole dicibili non evochino più memorie e storie personali, oppure si continua a trattare privatamente il proprio rapporto con Dio.
Il "consumo privato" di Dio non toglie nulla al potere riverberante che tale dialogo e trattamento producono sull'intera coscienza sovrapersonale. Esso stesso è un momento assolutamente necessitante al processo.
So però che quello stesso potere si moltiplica e può "accelerare" l'affiorare visibile del "Bene" nel mondo se è un gruppo di soggetti a trattare come tale, ovvero pensare se stesso come un'intenzione dell'essere a operare concretamente come Soggetto originario tendente alla sua propria reintegrazione e riarmonizzazione.
Finalizzati a questo nuovo ed esaltante obiettivo, in quanto accolto dalle sue cellule e ricordato dall'essere stesso nel suo sogno lucido (che gli umani che lo anelano gli incarnano), andrebbero riorganizzati i "beni" e i "capitali" che l'essere stesso ha accumulato nel suo lungo percorso evolutivo tentando diversi investimenti, e qui forse contraddico (o congiungo?) l'intuizione precedente a favore del silenzio e delle minori parole possibili: materia, sensi, pensiero, differenziazione, individuazione, ecc.
sono solo alcuni nomi di processi (linguistici) sempre rinnovantesi che potrebbero essere riaccolti e recuperati ad un uso evolutivo (simbolico, dunque sintetico e plurivalente ad un tempo) ossia per favorire l'avvento della nuova specie, la specie davvero umana dopo l'animale uomo.

La fatica della restaurazione nell'osservanza della logica della complementarità
Mi pare d'intuire che un modo per raccogliere il bisogno dell'essere alla sua reintegrazione possa essere quello di sostenere, per esempio, l'assoluta compatibilità tra la ricerca della coppia Mère-Aurobindo e la ricerca della coppia Silvia (Montefoschi) _ Giovanni (Teologo). Questa complementarità viene qui proposta senza scendere nel merito della "veridicità" delle due esperienze, quesito poco rilevante quando si vuole rimanere fermamente ancorati al piano simbolico e dunque, proprio come per i sogni, al puro valore interpretativo.
Partendo dalla Terra e dalle cellule affinché in esse discendesse il "Sovramentale", la base del lavoro della prima coppia; favorendo immediatamente uno spostamento del sistema coscienziale sul piano del Soggetto Superriflessivo, la base del lavoro per la seconda coppia. Totale accoglienza della materia, del qui ed ora, del totalmente immanente e totalmente terrestre da parte della prima coppia.
Totale abbandono del corpo e della materia nel nome dello spirito vivente, il vero Vivente, da parte della seconda coppia. Questi due metodi alludono a due partenze che sono solo apparentemente diverse perché, a saper ben leggere esperienza e pensiero di entrambe le coppie, per entrambe, Materia e Spirito del nuovo avvento sono assolutamente inimmaginabili, ovvero trasfigurati.
Poiché la materia e lo spirito sono solo due modi diversi di intendere la stessa realtà, e questo entrambe le coppie lo hanno ben chiaro, va da sé che il loro rispettivo aver trattato separatamente, nella coscienza dell'unità, i due aspetti dell'essere, non può che aver fatto bene alla sua coscienza (dell'essere).
Nell'ottica della comprensione della differenziazione e del suo superamento nell'individuazione consegue anche la comprensione della necessitante esperienza unificante dei fronti in apparenza e in realtà immediatamente opposti (purchè complementari). Non si può comprendere un momento, all'interno di un intero, senza il suo contrario complementare. Non solo: non può esistere, non può darsi un'esperienza significativa per l'intero se essa non è contemporanea al suo contrario complementare. Il pensiero è gesto fisico. L'esperienza prevalentemente "interiore" e mistica di Silvia _ Giovanni esiste concomitantemente all'esperienza prevalentemente "esteriore" e terrestre di soggetti che si giocano la loro interiorità nel rapporto con il mondo scommettendo di ritrovarla nel rapporto concreto con gli altri. Soggetti, dunque, che si cercano e ripongono i loro sforzi prevalenti in questa opera di ricomposizione e reintegrazione relazionale esteriore.
Ma se l'interno deve essere come l'esterno, concreto reale e sensibile, questo movimento non può stupirci, può solo distenderci, rasserenarci perché restituisce a ciascuno il senso esaltante della sua specifica collocazione ben sapendo che ciascuno è operante all'interno di una magnifica sinergia, nuova spirale destrorsa universale catturante sempre più materia spirituale rigenerantesi, che nel suo stesso movimento ripetitivo e diverso, nel suo lavoro "mantrico", si diletta a produrre nuove galassie e nuovi mondi...


Ada Cortese


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